REFERENDUM COSTITUZIONALE, ANCORA INDECISI SU COSA VOTARE?

Ci siamo quasi, mancano ormai pochi giorni al tanto atteso referendum che servirà ad approvare o bocciare la riforma della Costituzione varata dal Parlamento il 12 aprile di quest’anno e che, come da norma, attende la consultazione elettorale di domenica prossima per essere promulgata.

Va detto e ripetuto che in queste occasioni non è necessario raggiungere il quorum, essendo un referendum consultivo e non abrogativo. Non è una scelta del governo Renzi per avvantaggiarsi, come letto in questi confusi giorni di campagna elettorale, ma è previsto dalla stessa Carta che si intende andare a modificare. Se guardiamo i precedenti, in Italia si è votato soltanto in due occasioni fino ad ora per dei referendum costituzionali, il primo, sponsorizzato dal centrosinistra allora al governo, che vinse con il 64,20% dei SÌ nell’ottobre del 2001 per confermare la riforma del Titolo V della Costituzione in materia di suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni; il secondo nel 2006 per una riforma simile in alcuni aspetti all’attuale, promosso dal centrodestra di Berlusconi che perse invece con una percentuale di 61,29% di NO.

Se si entra nel merito della riforma i punti principali per cui i sostenitori del SÌ tanto si stanno spendendo sono una oggettiva semplificazione istituzionale, a cominciare dall’abolizione del bicameralismo paritario (o “perfetto”) che effettivamente allunga e distorce di molto i tempi e i contenuti delle leggi approvate dal Parlamento; una legge per poter essere approvata deve essere votata nello stesso identico testo sia dalla Camera che dal Senato. Se al momento dell’approvazione una delle due aule propone alcune modifiche, tali modifiche devono essere approvate anche dall’altra. Se vi sono ulteriori cambiamenti, il procedimento riparte da capo. Motivo per cui nell’ultima ventina di anni c’è stato un incremento notevole delle leggi approvate a colpi di fiducia, che altrimenti non sarebbe stato possibile portare a termine.

Abolendo questo meccanismo viene meno la funzione di una delle due camere, il Senato, che rimarrà come istituzione, ma non avendo più potere esclusivo di decisioni legislative non sarà più elettivo, ma composto da una rappresentanza locale di sindaci e presidenti di regione, similmente a quanto avviene nel sistema politico spagnolo e tedesco.

Con l’occasione, come si suol dire, verrà abolito anche il CNEL, ovvero un ente rivelatosi negli anni inutile in quanto opera su materie già di competenza di altri organi statali, ma che, essendo previsto costituzionalmente dalla Carta del 1948, necessita del referendum per essere soppresso e diluito a funzione amministrativa.

Vengono, infine, fatte alcune modifiche numeriche in tema di requisiti per richiedere i referendum abrogativi, si chiariscono alcuni difetti della prima riforma costituzionale del Titolo V sulle competenze tra Stato e Regioni, e vengono rese costituzionali le quote rosa. Alcune parti inoltre non sono ancora scritte, ma non perchè la riforma si considera incompiuta o mal fatta, semplicemente perchè è necessario in questi casi rimandare alla legge ordinaria che decreterà le competenze di alcuni aspetti specifici, come ad esempio le modalità con cui verranno scelti i membri del nuovo Senato che verranno decise dal Parlamento in un secondo momento.

Ora, è chiaro che la partita in questo caso non viene giocata tanto sul merito, ma sulle ripercussioni politiche che un’eventuale vittoria o sconfitta del SÌ può avere. Così come dichiarato più volte e anche nelle ultime ore dallo stesso Renzi, se vincerà il NO il governo si dimetterà. Alcuni, come il Financial Times, hanno preconizzato una crisi generale del sistema bancario italiano ed europeo in quanto fallirebbero le otto banche più a rischio, cosa che porterebbe l’Italia fuori dall’Euro e decreterebbe, dopo il colpo diretto della Brexit e quello indiretto dell’elezione di Trump, la disgregazione della Comunità continentale.

È evidente, quindi, che la scelta sarà tra chi vuole rimanere al potere e chi invece auspica un modello diverso alla guida del Paese. Purtroppo la situazione attuale, particolarmente disgregata, della politica italiana non permette di individuare un’alternativa di governo a quello in carica che non sia di tipo “tecnico”, un po’ alla Monti, indicata magari poprio dalla stessa UE a seguito di un’eventuale crisi che la vittoria del NO comporterebbe.

Tra le argomentazioni di chi vota convintamente NO, nel merito, se escludiamo quella “È una riforma chiara e comprensibile? NO, è scritta in modo da non essere compresa”, troviamo la riduzione della rappresentanza parlamentare con il taglio dei senatori eletti a vantaggio della governabilità e quindi di un eventuale rischio autoritario. Per come la penso a fronte di quanto visto fino ad ora, l’unico rischio che la vittoria del SÌ comporterebbe è quello di poter consegnare più efficienza ed esecutività, un giorno, agli stessi che oggi non la vogliono. Anche se, giudicando dall’esempio di Roma più volte indicato come opportunità di modello di governo per il Paese dagli stessi che si sono candidati con queste intenzioni a guidarla, non saprebbero probabilmente cosa farsene.

Filippo Piccini

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