GOVERNO GENTILONI, “MI SI NOTA DI PIÙ SE..”

Nella settimana trascorsa dal referendum costituzionale abbiamo assistito alle dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al giuramento di un nuovo Governo, con un nuovo Primo Ministro, Paolo Gentiloni.

Nei tempi del sempre connesso e dell’iper veloce direi che la tempistica è adeguata. Con la stessa velocità, però, sono scaturite anche le polemiche del variegato fronte dell’antipolitica che ha fatto passare questo esecutivo come l’ennesimo “imposto contro i cittadini e manovrato dalla troika per togliere sovranità agli italiani”. Inutile in questi frangenti spiegare come il governo Gentiloni sia un passaggio obbligato e che la sua nomina non implica che non si andrà presto ad elezioni anticipate, anzi, per molti aspetti ne è la garanzia. Inoltre, così come ricorda un professore di diritto costituzionale ormai sul web noto, in realtà nessun Governo è eletto dal popolo dato che l’Italia è una Repubblica parlamentare e non presidenziale.

Come già preventivato nell’editoriale della settimana scorsa, tutto sarebbe cambiato affinché tutto restasse uguale. Non soltanto per quanto riguarda il Senato, le competenze tra Stato e Regioni e l’ormai noto CNEL, che sono e saranno ancora intoccabili, ma anche per quanto riguarda il Governo in carica che ricalca nella quasi totalità dei suoi componenti la stessa composizione del precedente.

Se guardiamo i ministri c’è stata soltanto un’esclusione, la Giannini ex ministro dell’Istruzione; si è soppresso il Ministero delle Riforme che è rimasto soltanto per i rapporti con il Parlamento affidato alla new entry (ma vecchia conoscenza che saprà trattare adeguatamente con i gruppi parlamentari sul tema della legge elettorale) Anna Finocchiaro, ed è stato spostato Alfano dagli Interni agli Esteri, con al suo posto al Viminale un habitué dei temi di “inside jobs” come Marco Minniti, ex sottosegretario di Stato con delega ai servizi segreti.

Ciò che rimane da capire è quale sia la strategia che ha portato l’ex Presidente del Consiglio a fare questa scelta, ovvero a far sì che si ricreasse un Renzi-bis senza Renzi. Paolo Gentiloni, persona stimabile ed ex attivista nelle file dei movimenti sessantottini extraparlamentari, nonché giornalista ambientalista negli anni ’80 quando fu direttore della rivista di Legambiente, è evidente che non sia un leader di nuovo conio e che non possa influenzare in nessun modo l’immagine dell’ex premier, né positivamente, né negativamente.

È altrettanto evidente che il governo Gentiloni sia la prova che si andrà alle elezioni quanto prima e che non ci sarà una durata fino alla naturale scadenza della legislatura nel febbraio del 2018. Matteo Renzi punta a non farsi logorare in questi mesi di campagna elettorale e conta di mantenere all’interno del suo partito la maggioranza da segretario che lo porterà a confermarsi leader del centrosinistra, anche per mancanza di personalità alternative che possano contendergli il ruolo.

La scelta di questo esecutivo ricorda un po’ la scena del film di Nanni Moretti in cui il regista si chiede se verrà notato di più se deciderà di andare ad una festa e starsene in disparte o non andandoci proprio. Un esecutivo praticamente identico al precedente senza lo stesso capo di Governo è un modo, dopo aver personalizzato il referendum, di personalizzare anche la crisi che ne è seguita. Sicuramente, se fino a qui tutto bene, l’esito delle prossime elezioni, al netto di qualsiasi possibile legge elettorale si possa riuscire a promulgare in così poco tempo, potrebbe non essere così scontato e portare l’ex premier ad un nuovo, sottovalutato, bagno di realtà.

Filippo Piccini

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