Impronte dal passato: Lucy e i suoi contemporanei erano poligami?

Più di tre milioni e mezzo di anni fa, nel cuore del continente africano, si muovono sulle morbide, umide ceneri prodotte da una recente eruzione vulcanica. Camminano vicini, fanno parte dello stesso gruppo sociale. Non sappiamo dove siano diretti, ma siamo sempre più consapevoli del loro modo di vivere, delle loro abitudini e della struttura della loro società.

Sto parlando dei nostri antenati più antichi, i primi ominidi di cui abbiamo traccia, gli appartenenti alla specie Australopithecus afarensis. Devono il nome alla zona di Afar, in Etiopia, dove avvenne il ritrovamento, durante gli anni ’70, della loro esponente più famosa, Lucy. Si ritiene siano gli antenati del genere Homo: mentre il loro cervello era di poco più grande di quello di uno scimpanzé, l’ossatura era già adatta alla postura eretta.

In piedi è più facile scorgere i pericoli e affrontarli, magari brandendo un bastone. Inoltre, la locomozione bipede lasciò le mani libere, per il trasporto di cibo, oggetti e figli piccoli e, successivamente, per una migliore manipolazione di oggetti, fabbricazione di strumenti. Tutte azioni manuali che, a loro volta, promossero un ulteriore sviluppo del cervello.

Australopithecus family By Matheusvieeira [Public domain], via Wikimedia Commons

Lo sviluppo del cervello, iniziò, per così dire, dal basso? Le più attuali teorie paleoantropologiche sostengono di sì; prima venne l’andatura bipede ed un innalzamento di statura, poi la maggiore crescita del cervello che, nel caso di Lucy e dei suoi simili, non superava ancora i 500 cm³.

Siamo sempre in Africa, in Tanzania, dove quasi quarant’anni fa furono scoperte le orme fossili di un gruppo di australopiteci dalla paleantropologa Mary Laekley all’interno dell’area protetta di Ngorongoro. Le impronte si sono ben conservate perché sono state impresse su un terreno pieno di ceneri prodotte da un’eruzione del vulcano Sadiman, diventate fango a causa della pioggia e, successivamente, sono state ricoperte sempre da ceneri, condizioni che si possono definire eccezionali. Ritrovamenti del genere sono rari e permettono agli studiosi non solo di ricostruire il modo di camminare e le caratteristiche anatomiche degli interessati ma, anche, di trarre significative deduzioni sulla loro struttura sociale.

All’epoca della scoperta, fine anni ’70, si ritenne che le impronte appartenessero ad una piccola famiglia composta da un individuo di maggiori dimensioni e due più piccoli, la femmina e un cucciolo. L’idea dell’intimità del nucleo familiare era stata ulteriormente suggerita dalle rappresentazioni artistiche che vennero commissionate per l’occasione e che lasciarono al pubblico un’immagine sicuramente romantica ma molto lontana dalla realtà.

Di recente, però, sono state rinvenute nuove impronte a pochissima distanza dalle precedenti, sempre nel sito di Laetoli. La nuova pista è stata impressa da individui in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo e nella stessa direzione dei tre individui documentati dalla Laekley. Protagonista dello studio pubblicato su eLife prodotto dall’analisi dei nuovi reperti è un gruppo in gran parte italiano capitanato dalla Scuola di Paleoantropologia dell’Università di Perugia, in collaborazione con ricercatori delle Università Sapienza di Roma, Firenze, Pisa e Dar es Salaam.

Parte della nuova pista di impronte fossili trovata a Laetoli, Tanzania.

Quello che colpisce della nuova scoperta è che uno dei “camminatori” risulta essere particolarmente alto, circa 1,65 cm, un’altezza sorprendente per un A. afarensis. Rispetto alla lunghezza del passo e dell’impronta di quella che si presuppone essere la femmina, il supposto maschietto (soprannominato Chewie, come il Chewbacca di Star Wars) sembra essere, infatti, di dimensioni notevoli. Il che supporta l’ipotesi che la specie presentasse uno spiccato dimorfismo sessuale.

La caratteristica di avere vistose differenze morfologiche fra i due sessi è tipica di specie poligame, in cui, per esempio, i maschi duellano per la conquista di un territorio o per le femmine. La presenza del dimorfismo in Australopithecus afarensis ha portato, quindi, i ricercatori anche ad una riflessione per quanto riguarda la loro organizzazione sociale. La comunità di questi ominidi doveva essere più simile a quella di specie come il gorilla, in cui più femmine condividono un compagno maschio, piuttosto che a quella degli scimpanzé, noti per la promiscuità, o di noi sapiens, solitamente monogami.

Ricostruzione della camminata di Laetoli, Tanzania. Artwork di Dawid A. Iurino.

Uno scenario molto diverso da quello dipinto negli anni ’70.

Combinando i dati recenti con quelli raccolti all’epoca, si ottiene un gruppo composto da cinque individui: un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani. Il secondo individuo protagonista della nuova passeggiata, infatti, si suppone essere una femmina.

La sfida, adesso, consiste nel cercare altre tracce di quella che, ad oggi, può essere considerata la camminata più antica della storia della nostra evoluzione.

Rare tracce di un passato che è passato e che ritorna, lascia un segno e poi sparisce, dove andrà? (Rino Gaetano)

Serena Piccardi

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