Adeste fideles: il tema della Natività nella storia dell’arte

Pietro Cavallini, scena con Natività di Cristo (1296 ca., mosaico, Roma S. Maria in Trastevere). Appartiene al ciclo nella zona absidale delle Storie della Vergine, cui è intitolata la chiesa, tra le prime a promuovere il suo culto già dal V secolo (photo credits: it.wahooart.it).

Sicuramente il tema di questo appuntamento non è particolarmente originale, ma ritengo interessante ripercorrere lungo i secoli quali siano stati i particolari che hanno caratterizzato uno degli episodi evangelici più rappresentati nella storia dell’arte. Quello che mi accingo a proporvi è un percorso che parla delle origini e dei cambiamenti compositivi di questo soggetto, dove proporrò alcune delle Natività che più mi hanno colpito.

Il racconto della natività di Gesù è ricostruibile attraverso i Vangeli di Matteo e di Luca. Altri particolari che arricchiscono la storia sono desunti da testi apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello pseudo-Matteo (cui dobbiamo la tradizione del bue e dell’asino presenti nella grotta dove trova riparo Maria colta dalle doglie). Tutti i testi citati concordano con il riconoscere nella miracolosa nascita di Gesù il compimento delle profezie di Isaia e Michea pronunciate circa settecento anni prima, secondo i quali a Betlemme sarebbe nato da una vergine il Messia.

La più antica rappresentazione a noi conosciuta della Natività è un dipinto murale che si trova a Roma, nelle catacombe di Priscilla, e raffigura proprio il passo del Libro di Isaia (Is. 7, 14): si vede una giovane donna con un bimbo seduto sulle sue ginocchia (evidentemente Maria con Gesù) affiancata da una figura maschile (forse lo stesso Isaia o il profeta Balaam) che indica una stella, interpretabile come il segno per riconoscere la venuta del Figlio di Dio.

Roma, catacombe di Priscilla, particolare con la prima rappresentazione della natività (III secolo d. C., pittura murale, photo credits: restaurars.altervista.org)

Le successive rappresentazioni sono spesso scolpite sui sarcofagi e prevedono il piccolo Gesù che giace nella mangiatoia di una capanna con accanto le figure del bue e dell’asinello. Vicino, possono essere rappresentati dei pastori o dei profeti che reggono il cartiglio della loro profezia. La figura di San Giuseppe, spesso sistemato al di fuori della capanna seduto su un masso o comunque in posizione defilata, compare dal V secolo, mentre con l’istituzione del dogma della verginità di Maria nel primo Concilio di Costantinopoli del 381, la sua figura prese sempre più comprimarietà nella scena.

Tra il V secolo e il VI secolo lo schema figurativo si trasforma: si impone la versione raccontata nel Protovangelo di Giacomo, la stalla diventa una grotta e la Vergine, seguendo le rappresentazioni orientali, è stesa su un giaciglio, ancora provata dal recente parto. Se il Bambino non è accanto a lei, allora è protagonista di episodi collaterali, come quello del “miracolo della levatrice incredula”, che avendo messo in dubbio la verginità della partoriente, fu punita con la paralisi della mano che aveva verificato la verità. Pentita dell’aver dubitato, poté guarire solo dopo aver preso il bimbo in braccio.

Maestro di Castelseprio, scena della Natività contenente anche gli episodi della lavanda del Bambino e del miracolo della levatrice incredula., Il ciclo di affreschi di Castelseprio (variamente datato tra il VI secolo e il X) è un esempio di pittura altomedievale che non ha riscontri stilistici simili. Probabilmente il suo pittore era di cultura bizantina e si nota una naturalezza nella composizione delle scene che ricorda la pittura romana antica (photo credits: viaggiatoricheignorano.blogspot.it)

Questo cambiamento dell’iconografia si può notare in una scena delle pitture custodite in Santa Maria foris portas a Castelseprio, in provincia di Varese, tra i primi cicli a proporre il nuovo schema compositivo, che incontrò subito fortuna e del quale non si sentì necessità di cambiarlo per diversi secoli, come testimonia l’analoga scena musiva realizzata su disegno di Pietro Cavallini in Santa Maria in Trastevere. Qui è chiaramente riconoscibile un altro topos del racconto: l’annuncio dell’Angelo ai pastori, che accorrono a rendere omaggio al Bambino, riconoscendo implicitamente la sua natura divina.

A mio avviso le opere che raffigurano l’episodio dell’Adorazione dei pastori sono tra quelle che raccontano la Natività con più tenerezza, immediatezza e partecipazione. È un momento intimo, i pastori spesso sono colti in atteggiamento di deferenza, ma la Vergine e San Giuseppe li trattano come pari, differentemente dai toni più alti delle composizioni per l’Adorazione dei Magi. Porto il delizioso esempio della prima versione dell’Adorazione dei pastori di Murillo, pittore barocco spagnolo famoso per saper infondere un’incredibile dolcezza nei volti delle sue Madonne.

Bartolomé Esteban Murillo, L’adorazione dei pastori (1650 ca., olio su tela, Madrid, Museo Nacional del Prado, photo credits: Wikipedia)

Parlando ancora di tenerezza, non posso trascurare la tela del Correggio che propone lo stesso soggetto, ma che spesso è nota come la Notte per la bravura nel rendere l’ambientazione notturna rischiarata dalla sovrannaturale luce che si irradia dal bambino. L’unica persona che riesce a non rimanere abbagliata da questo prodigio è la Vergine, che amorevolmente lo cinge fra le sue braccia.

La resa pittorica fu così coinvolgente ed innovativa che ispirò diversi artisti, tra i quali ricorderei in particolare Pieter Paul Rubens. La sua Adorazione dei pastori al momento si può ammirare nella mostra organizzata al Palazzo Reale di Milano (piccolo suggerimento per delle festività a sfondo culturale!).

Antonio Allegri detto il Correggio, Adorazione dei pastori o La Notte (1525-1530, olio su tavola, Dresda, Gemäldegalerie, photo credits: Wikipedia)

Quando si parla di umanità e di contesti umili non si può non citare Caravaggio. Il Bambino non manifesta la sua divinità, ma gode del contatto con la sua giovane madre che lo stringe a sé, mentre vicino a loro si raccolgono diverse figure che osservano partecipi il rinnovato miracolo della vita.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Adorazione dei pastori (1609, olio su tela, Messina, Museo Regionale, photo credits: arteworld.it)

Completamente diversa per impianto e per la forte componente simbolica che la caratterizza è l’ultima opera che vi sottopongo, la Natività mistica di Sandro Botticelli, considerata da molti l’ultima tela eseguita dall’artista, che stava vivendo una crisi morale e religiosa derivata dalla fascinazione provata per le prediche di Savonarola e dai recenti disordini nella politica fiorentina dell’epoca.

Tutto questo si tradusse in un’involuzione artistica, che andò a riutilizzare alcuni espedienti medievali quali il fondo oro per restituire l’effetto della luce e le proporzioni gerarchiche dei personaggi che compongono la scena in base alla loro importanza. Non è solo rappresentato il racconto evangelico con tutti i suoi protagonisti: attorno a quella nascita divina si vuole veicolare un messaggio di pace universale, rafforzata dai numerosi ramoscelli d’ulivo donati dagli angeli, dagli abbracci conciliatori tra gli angeli che indossano tuniche con i colori delle tre virtù teologali e gli uomini, dalla cacciata dei demoni. E, sopra tutti, il coro di angeli che formano il cerchio della vita, ad auspicare una rigenerazione spirituale che accompagni la pace.

Sandro Botticelli, Natività mistica (1501, olio su tela, Londra, National Gallery, photo credits: Wikipedia)

Con questo augurio di pace, decisamente attuale in questi giorni, spero passiate serenamente queste festività.

 

Pamela D’Andrea

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