Il mago di Oz – Victor Fleming

Un classico intramontabile, di quelli che il solo pensiero,catapulta in un mondo fatato, ricco d’immagini coloratissime, in compagnia di improbabili personaggi dal cuore grande. Stiamo parlando de “Il mago di Oz”, celeberrimo film firmato dal grande Victor Fleming nel 1939 e diventato autentico cult nel corso del tempo dopo il flop iniziale, che ne aveva decretato l’inspiegabile insuccesso.

Un’opera che tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella vita, ma che nella nuova uscita nelle sale presenta una novità, capace di evidenziare ancor di più il suo inestimabile valore. Grazie al nuovo restauro realizzato da Warner Bros e presentato in Italia dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato, sarà possibile vedere il film nella versione 3D, che restituisce così alle infinite prospettive dell’onirico mondo di Oz quella profondità con cui erano state concepite e realizzate nel 1939. Il mago di Oz si vedrà quindi nei cinema sia in 2D, sia in 3D, sia in versione originale inglese con sottotitoli in italiano, sia nella versione doppiata in italiano.

L’audace e spettacolare esperimento di “reinvenzione” operato dalla Warner nel 2014, è stato possibile lavorando fotogramma per fotogramma attraverso una scansione ottenuta a partire dal negativo originale Technicolor. L’immagine in 2D restaurata è stata poi trasformata creando una mappa di profondità per ciascun fotogramma per costruire le immagini in 3D e determinare le distanze dal punto di osservazione.

La storia della piccola e caparbia Dorothy, i suoi numeri musicali, i suoi colori, le sue scarpette rosse e la canzone Over the Rainbow, sono elementi scolpiti nella memoria di ogni generazione, insieme al leone senza coraggio, lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza sentimenti e sopratutto Toto, il cagnolino che rappresenta in qualche modo l’artefice dell’incredibile viaggio della sua amata padroncina. La pellicola ebbe una gestazione travagliata tra centotrentasei giorni di riprese, incidenti di percorso e i quattro i registi che parteciparono al progetto. Ma a dispetto di tutto, il film è tutt’altro che dispersivo e raffazzonato: tira invece dritto verso nuovi personaggi, regni e colori, con lo stesso passo saltabeccante dei suoi eroi, per fermarsi ogni tanto a esercitarsi nel canto o nel vaudeville.

Oltre tanto arcobaleno, c’è una morale tutt’altro che scontata. “Nessun posto è bello come casa mia”, comprende infine Dorothy. Il desiderio di fuga da un Kansas monocromo, le ha inaspettatamente svelato, il proprio destino di ragazza, senza adulti inadeguati tra i piedi, con la consapevolezza delle proprie virtù. L’autenticità di Dorothy, il fatto che voglia davvero tornare nel suo paese natio, tiene insieme il film e alla fine è forse davvero come scriveva von Bagh “la storia di un’orfana che parte alla ricerca del padre e della madre e cerca di risolvere il rompicapo della propria vita in un mondo onirico”, che poi si rivelerà molto diverso da come l’aveva immaginato.

Il film consolidò e decretò il successo dell’allor giovanissima Judy Garland, che incarnò la fanciulla eternamente ingenua, dall’aria assorta, di cui la canzone Over the Rainbow, divenne l’emblema più duraturo. Ma questo incredibile successo rappresentò in parte la sua rovina. Sottoposta a ritmi di lavoro estenuanti, l’attrice si diede a un precoce e smodato di sonniferi ed eccitanti, dalla cui dipendenza non si sarebbe più liberata. Morì a Londra il 22 giugno 1969 a soli 47 anni. Ma siamo fermamente convinti, che senza di lei il Mago di Oz, non sarebbe lo stesso autentico capolavoro che a distanza di anni continua ad incantare e far sognare.

Laura Pozzi

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