Rapporti Italia-Egitto: i diritti umani sacrificati per gli interessi economici e diplomatici

Il 28 Dicembre 2016, a quasi un anno dalla morte di Giulio Regeni, il capo del sindacato egiziano degli ambulanti, Mohamed Abdallah, durante un’intervista confessa di aver segnalato il ricercatore italiano  alla polizia di Gyza, quindi agli uomini che fanno capo al presidente Abd al-Fattah al-Sisi.

L’ultima volta che l’ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l’ho spedita agli Interni (…) È illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il Ministero”, ha argomentato Abdallah, sottolineando che il giovane, con cui aveva stretto rapporti, faceva troppe domande e che “ogni buon egiziano avrebbe agito al suo stesso modo”. Tre giorni dopo il 28enne scompariva nel nulla, il suo corpo seminudo e con evidenti segni di torture, veniva ritrovato il 3 febbraio nella periferia del Cairo.

LE INDAGINI SULLA SCOMPARSA DI GIULIO REGENI

Come sappiamo, Giulio si trovava al Cairo per svolgere una ricerca di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani. Nel quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, mentre si recava a un appuntamento con un amico, si perdevano le sue tracce.

Le autorità egiziane avevano garantito una piena collaborazione, ma nei fatti gli investigatori italiani hanno avuto limitatissime possibilità di contatto con i testimoni, il video della stazione metro che riprendeva Giulio è stato cancellato, i risultati dell’autopsia egiziana non sono mai stati resi pubblici e si sono palesati innegabili depistaggi.

Subito dopo il ritrovamento gli uomini di al-Sisi avevano sostenuto la ridicola tesi dell’incidente stradale, in seguito l’omicidio per questioni personali legate alla sua presunta omosessualità, allo spaccio di stupefacenti, il sequestro di persona da parte di criminali comuni, il tradimento di uno dei responsabili delle sue attività di ricerca e, per finire, l’omicidio ad opera di agenti segreti sotto copertura appartenenti ai Fratelli Musulmani, per minare i rapporti tra Egitto e l’Italia.

A puntare subito il dito contro i servizi di sicurezza era stata l’agenzia britannica Reuters, sulla base delle dinamiche della sparizione e delle tecniche di tortura utilizzate. Anche l’Italia, tramite l’allora Ministro degli Esteri Gentiloni, aveva respinto le ipotesi degli inquirenti egiziani. Nonostante le palesi incongruenze, solo di recente i pubblici ministeri del Cairo hanno ammesso che, prima della scomparsa, il ricercatore era stato oggetto di indagini da parte della polizia, pur negando qualsiasi coinvolgimento nella sua sparizione. Un teatrino che va oltre il ridicolo, ma che non rappresenta una novità nel Paese.

L’EGITTO DI AL SISI E LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

Human Right Watch, organizzazione non governativa internazionale per la difesa dei diritti umani, descrive come particolarmente critica la situazione nell’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Il generale ha assunto il potere nel 2013 destituendo Mohamed Morsi, primo presidente eletto dopo la rivoluzione del 2011, e portando avanti una dura repressione contro i Fratelli Musulmani (partito dell’ex presidente) e i loro sostenitori.

Da lì a poco tutti i critici del regime sono divenuti bersaglio della repressione e le sparizioni di oppositori (464 casi in un anno, fonte Amnesty International), le denunce per tortura perpetrata dai servizi di sicurezza nazionali (1.676 casi in un anno, di cui 500 hanno portato alla morte dei torturati, fonte Amnesty International), l’uso eccessivo della forza e le detenzioni arbitrarie si sono moltiplicate.

Sono molti i detenuti che hanno perso la vita a causa dei maltrattamenti e numerosissime le indagini governative nei confronti di ONG indipendenti, così come i processi contro giornalisti. Il Report sulla situazione dei diritti umani nel mondo nel 2015/2016 di Amnesty International conferma che le autorità egiziane utilizzano il sistema penale come strumento repressivo, limitando arbitrariamente la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica.

Forti della legge antiterrorismo (Legge 94 del 2015), strumentale agli interessi politici del Governo, hanno incarcerato e fatto scomparire critici, leader e attivisti dell’opposizione. Da gennaio a settembre scorso sono stati 11.877 gli appartenenti a presunti “gruppi terroristici” incarcerati, senza contare quelli sottoposti per anni a detenzione preventiva. L’ “atto terroristico” è infatti definito in termini imprecisi e generali, per permettere una libera interpretazione atta a colpire anche scrittori e giornalisti per la manifestazione della loro opinione. I mezzi d’informazione non allineati sono frequentemente incriminati per diffamazione nei confronti della religione e offesa alla morale pubblica, con le conseguenze che ne derivano.

Similmente, coloro che palesano la propria opposizione manifestando o riunendosi pacificamente sono vittime di violenza inaudita fin anche a causarne la morte, con la legittimazione di una legge del 2013 (Legge 107 del 2013) che abusa di concetti quali “partecipazione ad atti di violenza politica”, “appartenenza a gruppi illegali” e “protesta non autorizzata” per accanirsi contro chi ha una visione che si discosta da quella ufficiale (prevede, tra le varie, l’utilizzo da parte della polizia di fucili e pallottole di gomma anche per disperdere i manifestanti).

Giudizi collettivi, che non considerano le responsabilità individuali degli accusati, hanno portato a lunghe condanne detentive di migliaia di persone. Nel 2014 le condanne alla pena capitale sono state più di mille, ma la mancanza di trasparenza è tale che, negli stessi report che mostrano i dati, si precisa che i numeri esatti non possono essere verificati.

Le attività e i finanziamenti a favore delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani erano già stati limitati da anni (Legge 84 del 2002), ma la situazione non è migliorata con al-Sisi, come testimoniano la creazione di un apposito comitato di vigilanza e le detenzioni a danno di numerosi attivisti. A molti di loro è stato proibito l’espatrio e solo nel 2015 sono state chiuse 480 organizzazioni con l’accusa di essere legate ai Fratelli Musulmani. Fatta eccezione per casi sporadici che hanno suscitato particolare sdegno nazionale e internazionale, non vengono realizzate investigazioni effettive e imparziali nei confronti delle forze dell’ordine, rafforzando un sistema basato sull’impunità dei vertici e delle loro diramazioni. Sulla base dei numeri e delle dinamiche possiamo legittimamente parlare di un sistema, non di azioni isolate portate avanti da elementi deviati.

GLI INTERESSI ECONOMICI DELL’ITALIA E LA STABILIZZAZIONE DELLA LIBIA

«L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership, nelle sue riforme macroeconomiche ambiziose: sosteniamo la sua missione in favore della prosperità e della stabilità», dichiarava Matteo Renzi, mentre l’attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni rimarcava l’importanza della partnership strategica con il Paese di al-Sisi.

Si tratta di uno Stato che ha sempre rappresentato un punto fermo della POLITICA ESTERA italiana, in quanto spartiacque tra Africa e Medio Oriente. Colosso di 90 milioni di abitanti, decisivo per un nuovo equilibrio in Libia, ha interessi nel conflitto tra Israele e Palestina ed è alleato dell’Arabia Saudita. La sua posizione strategica lo ha reso baricentro geopolitico del mondo arabo, principale referente dell’Italia per la realizzazione dei suoi interessi soprattutto da quando la Libia di Muammar Gheddafi ha perso il suo ruolo. Ne consegue che l’Egitto è divenuto per l’Italia un interlocutore diplomatico sempre più fondamentale, supporto logistico nel processo di stabilizzazione libico. La stessa avanzata dei fondamentalismi in Nord Africa è condizionata dal Governo del Cairo e la questione si lega al delicato tema del terrorismo e dell’avanzata dell’ISIS.

Forse ancora più importanti sono le QUESTIONI ECONOMICHE che legano i due Paesi e che rappresentano una carta importante che entrambi possono giocare: i rapporti con l’Italia da questo punto di vista sono migliorati con la salita al potere dell’attuale presidente, al punto che l’Egitto oggi rappresenta il più importante mercato italiano in Africa e oltre 13 mila imprese egiziane investono sul nostro territorio.

L’Italia è il suo primo partner commerciale in Europa e il terzo a livello mondiale: l’export egiziano riguarda in primis il petrolio, l’export italiano consiste soprattutto in macchinari e beni strumentali.

Sono circa 130 le aziende italiane con ingenti interessi in Egitto: imprese turistiche, di servizi, impiantistica, trasporti e logistica. Tra queste Edison, Banca Intesa San Paolo, Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, Alpitour, Valtour. La più importante è senza dubbio l’Eni, con i suoi oltre 13 miliardi di euro di investimenti e il recente rilancio delle attività di esplorazione nel Mediterraneo, nel Sinai e nel deserto occidentale per l’estrazione di gas. È stato scoperto un super-giacimento, chiamato Zhor, in un’area di sua concessione nelle acque egiziane del Mediterraneo, in cui le riserve stimate di gas si aggirano intorno ai 850 miliardi di m³. Una ricchezza immensa, capace di cambiare lo scenario energetico del Paese.

POSSIBILI SVILUPPI

Considerando la situazione dell’Egitto, con un PIL inferiore a quello della Lombardia e il 51,2% della popolazione attorno o sotto la soglia di povertà, gli interessi condivisi potrebbero essere uno strumento di pressione sul Governo del Cairo per arrivare alla verità sulla morte di Giulio?  

L’Italia chiede piena collaborazione alle forze di sicurezza egiziane e il Cairo promette ufficialmente di impegnarsi nello smascherare le dinamiche di un delitto che, in base a tutti gli indizi, vede coinvolte le sue stesse forze di sicurezza.

Il Governo italiano non ha solo un obbligo morale e giudiziario, ma anche un dovere politico attinente alla sua credibilità e alle relazioni internazionali, che dovrebbe spingere a non accettare falsità e promesse non mantenute davanti a un fatto così grave. Ma nella pratica l’ultimo incontro tra inquirenti italiani ed egiziani non è stato risolutivo: mancano ancora i verbali richiesti da mesi, seppure sono stati identificati il poliziotto che avrebbe interloquito con Abdallah e coloro che avevano seguito l’inchiesta subito dopo la scomparsa.

Le pretese di trasparenza urlate dell’Italia e il richiamo dell’ambasciatore (sostituito recentemente da Gianpaolo Cantini, evento simbolicamente importante per capire in che direzione si sta andando) erano una prassi necessaria, ma per arrivare davvero alla verità potremmo ricorrere a ben altre contromisure, come interventi attinenti alla collaborazione economica, il boicottaggio turistico o quanto meno lo stop alla vendita di armi utilizzate per la repressione interna.

Ma geopolitica e investimenti vanno di pari passo ed esistono interessi economici e diplomatici che valgono più della vita di un giovane italiano e di tanti altri che in Egitto, sistematicamente, vengono uccisi o scompaiono nel nulla.

Al-Sisi non potrà mai confessare e lo stesso procuratore capo di Roma rimarca che le indagini rimangono in capo all’autorità giudiziaria e alla polizia egiziane, aggiungendo che realisticamente non si può dire se si arriverà mai alla verità.

Probabilmente le indagini congiunte continueranno per qualche tempo, chiudendosi nella migliore delle ipotesi con la condanna di elementi deviati o esecutori materiali e con la negazione di un sistema di oppressione che continua indisturbato a mietere vittime.

Martina Masi

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