“Cerca lavoro e ti pago”: così il Friuli sperimenta il reddito di cittadinanza

Non è un reddito di cittadinanza, né un semplice assegno pro-bisognosi. Nulla a che fare nemmeno con la recente “lotteria” finlandese sulle duemila persone che sperimenteranno il nuovo strumento scandinavo anti-povertà. Le misure adottate da un anno e mezzo – prima regione in Italia -, dal Friuli Venezia Giulia, sono piuttosto un “Patto d’onore” che il cittadino stipula con le istituzioni: un aiuto che va dai 70 ai 550 euro mensili rispetto al valore dell’Isee – che non può superare i seimila euro – in cambio dell’impegno a cercare lavoro e ad aggiornarsi. Durata dell’accordo: due anni, con uno stop di un bimestre a metà percorso, per fare un tagliando o ricalibrare il progetto.

Chi può essere ricollocato professionalmente (il 43% dei contributi è stato erogato a disoccupati), garantisce di frequentare corsi di formazione e accetta gli stage; chi ha le dipendenze – ludopatia compresa – assicura che farà programmi di riabilitazione.

Su 1,22 milioni di abitanti, hanno richiesto il sostegno circa 32 mila persone, suddivise in poco più di 11 mila domande. Qualche dettaglio: uno su tre è single, il 42% è senza figli, solo il 14% ne ha tre o più. La platea è equamente distribuita tra italiani (56%) e stranieri (44%): per tutti vale il requisito della residenza in regione da 24 mesi, ma per i non autoctoni c’è anche il possesso della Carta di soggiorno di lungo periodo, che si ottiene solo dopo cinque anni in Italia.

«Questo provvedimento ha fatto emergere un nuovo tipo di povertà – ha commentato l’assessore regionale alle Politiche sociali e alla famiglia Maria Sandra Telesca – e si sta registrando un numero molto superiore di soggetti rispetto a quelli in carico di solito ai Servizi sociali: forse perché c’era pudore a chiedere aiuto di persona, mentre questi requisiti oggettivi vengono considerati più impersonali. Il provvedimento costerà a regime 35 milioni l’anno e abbiamo siglato un accordo con il Comando regionale della Finanza per la verifica sulle dichiarazioni Isee: ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna notizia di falsa attestazione». Il nervo scoperto della “Misura attiva di sostegno al reddito” (Mia) è rappresentato dalla verifica del “Patto”: l’impegno è sulla carta e solo la frequenza ai corsi di formazione è verificabile dalle istituzioni. Sulla effettiva volontà di impegnarsi a cercare un’occupazione, si sta sulla buona fede.

Per questo motivo, a Sesto al Reghena (Pordenone) è stata lanciata un’iniziativa-pilota che si basa su un’idea-valore molto semplice: il contenuto dell’accordo contempla prestazioni “certificabili” a favore della propria comunità. C’è chi si occupa di fare compagnia agli anziani del centro ricreativo, giocando a tombola e servendo il tè, chi distribuisce le merende all’asilo comunale, chi accompagna all’ospedale quanti devono sottoporsi a esami o analisi. Nel campo della scuola, mentre qualcuno sale sullo scuolabus e sorveglia i piccoli passeggeri, altri gestiscono l’accoglienza; altri ancora, opportunamente formati, danno una mano nella somministrazione dei pasti. C’è anche chi aiuta il personale comunale a fare le pulizie dei locali e delle palestre. Ci sono operai specializzati che danno un supporto alla squadra manutentiva del Comune, ed ex giardinieri che si occupano di potature e sfalci. Trentasei “dipendenti pubblici” part-time che si sdebitano per quanto percepiscono.

fonte: LASTAMPA.it

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