“Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata.” (Proverbio africano)

Spesso parlare di paesi, tradizioni e culture implica lo spostamento spaziale, il viaggio, inteso non solo come “vacanza” ma come percorso di crescita personale.

Ma qual è il vero significato della parola viaggiare? Solo un cambio di località o qualcosa di più?

A mio avviso esiste una dimensione del viaggio molto più alta ed introspettiva, che contribuisce al cambiamento di  opinioni e all’abbattimento di pregiudizi personali, ed è per questo che ogni giorno è per me un viaggio metaforico tra le vite delle persone che incontro grazie al mio lavoro. I ragazzi stranieri a cui insegno la lingua italiana, ogni giorno mi accompagnano in un percorso dentro loro stessi, mostrandomi come la loro storia ed esperienze di vita siano per me un vagabondare alla scoperta dei loro paesi di origine.

Voglio perciò condividere con voi questa esperienza “on the road” (naturalmente in senso metaforico), e portarvi con me in questo viaggio immaginario verso paesi che forse nessuno di noi vedrà mai, ma che potremo conoscere insieme grazie alle testimonianze di questi coraggiosi ragazzi.

La prima tappa di questo percorso è madrepatria di L.[1], la Costa d’Avorio. Il primo giorno di scuola, chiesi a L. di raccontarmi il suo paese, naturalmente il suo livello di italiano non era adeguato ad una spiegazione esaustiva della situazione economica e politica, ed infatti lui rispose solo: “Problemi, tanti problemi!”. La vera risposta non è da trovare nelle parole che L. pronunciò, ma nell’intensità della sua voce e del suo sguardo, carico di amore per il suo Paese e, allo stesso tempo, di rabbia per averlo dovuto lasciare. Perché L. è uno di quei ragazzi a cui piace la sua terra natia e che per nulla al mondo avrebbe voluto abbandonarla, ma purtroppo ha dovuto farlo, perché in ballo c’era la sua vita.

La Costa d’avorio, come gran parte degli Stati dell’Africa sub-sahariana, vive una perenne situazione di instabilità e di guerra civile, che vede interessate due fazioni: una “liberale”, appoggiata segretamente o meno dal paese colonialista di turno (in questo caso la Francia), e l’altra nazionale che lotta per l’indipendenza politica del paese. Nonostante una formale indipendenza, concessa da Parigi negli anni Sessanta per evitare lunghe guerre di occupazione dopo le disfatte di Indocina e Algeria, a parere di molti esperti si tratta solo di una questione di facciata, in quanto le ex colonie rimangono per molti aspetti condizionate dalla relazione con la ex madrepatria: non possono gestire le loro Banche Centrali e la moneta, entrambe controllate dalla Banca Centrale a Parigi, mentre le risorse minerarie ed agricole sono destinate per la maggior parte all’esportazione verso Francia ed Europa, e la “tassa coloniale” è ancora in vigore. Queste complicate relazioni internazionali tra la Francia e le sue ex colonie prendono il nome di Francafrique, in virtù della formula “né indifferenza, né ingerenza”[2], adottata indistintamente dall’Eliseo,  da governi di destra e di sinistra. Ogni leader africano è in qualche modo “costretto” ad a implementare una politica filo-europea, al contrario chiunque avesse deciso di intraprendere la strada del nazionalismo ne ha subìto fortemente le conseguenze. Stessa sorte è toccata alla Costa D’Avorio, la cui politica interna è stata in un modo o nell’altro condizionata dalla politica estera francese e da due guerre civili, che ancora manifestano i loro effetti nella vita quotidiana del Paese.

Nella foto: Il gruppo di soldati ivoriani ammutinati che ha preso in ostaggio il ministro della Difesa Alain Richard Donwahi.

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia dell’ammutinamento delle Forze Armate ivoriane a causa dei massicci congedi forzati attuati negli ultimi tempi per ridurre i costi dell’apparato statale. I militari in rivolta hanno fatto irruzione nei locali del Ministero della difesa sparando in aria, proprio mentre il titolare del dicastero tentava di negoziare con gli insorti. Oltre che nella capitale Abidjan e a Bouaké, seconda città del paese e culla della rivolta, le tensioni sono state riscontrate su tutto il territorio. Il tutto si è risolto nel giro di qualche giorno con un discorso alla nazione del Presidente Alassane Ouattara, un cambio al vertice delle Forze Armate e un accordo tra militari e governo ivoriano. Il contenuto dell’accordo non è stato reso noto, ma secondo diverse fonti, i militari avrebbero ottenuto un primo pagamento di 5 milioni di franchi, pari a circa 7mila euro.

Questo è solo un piccolo esempio di come sia instabile la situazione politica in Costa d’Avorio, dove la normalità è fatta di arresti arbitrari, detenzioni senza processo, violazione dei diritti umani ed esecuzioni extra giudiziarie. Una serie indescrivibile di abusi e crimini contro l’umanità commessi dal ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale Ouattara (attualmente Presidente) e dai suoi generali[3]: crimini nascosti dietro la propaganda che dipinge il Paese in pieno sviluppo economico, uno sviluppo comunque reale ma di esclusività degli imprenditori stranieri e delle moderne forme di colonizzazione economica.

Il suo predecessore invece Laurent Gbagbo, è attualmente detenuto alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, a seguito dei feroci scontri che avevano provocato 3000 morti e messo la nazione a ferro e fuoco con un’economia al collasso, scaturiti dal suo rifiuto a riconoscere l’esito delle elezioni del 2010 che lo videro perdente e che portarono alla guerra civile.

Il popolo ivoriano esce traumatizzato dalla guerra, ma la riconciliazione nazionale e la ricostruzione interna sono azioni invocate da tutta la comunità, perché la Costa d’Avorio ha bisogno di risollevarsi superando le sofferenze e i traumi e ritrovando la capacità di essere una società. Società già frammentata dal punto di vista culturale ed etnico: il Paese è caratterizzato da un mix di culture che riunisce una sessantina di etnie (baoulé , malinké, senoufo, lobi, akan…) con propri usi e tradizioni. A parte i malinké e i dioula, convertiti all’islamismo, la maggior parte delle etnie sono di fede animista, ossia venerano un dio unico presente in modo diffuso nell’insieme dell’universo. La stragrande maggioranza della popolazione vive nella più assoluta miseria e la principale possibilità occupazionale è il lavoro nella coltivazione e nella raccolta del cacao da esportare verso l’occidente[4]. Nell’industria delle fave del cacao trovano però lavoro soprattutto donne e bambini, ed anche se in questo momento i prezzi mondiali del cacao sono molto alti, circa 1.800 franchi cfa (2,75 euro) al chilo, i coltivatori ivoriani ne ricevono nel migliore dei casi appena la metà.

Le tensioni etniche, in gran parte connesse alla storia dell’industria del cacao, alimentano le violenze interne. Quando qualche decennio fa le piantagioni di cacao hanno cominciato ad ampliarsi, nelle regioni pluviali del sud la manodopera scarseggiava e l’allora presidente Houphouët-Boigny incoraggiò l’immigrazione dal nord al sud e quella di persone provenienti dagli Stati confinanti, come Burkina Faso o Mali. Le diverse etnie hanno vissuto a lungo in pace e la regione è diventata un mosaico di popolazioni. Ma durante la guerra civile la questione dell’ivoirité (purezza del sangue) è stata utilizzata per dividere la società in cittadini di serie A e cittadini di serie B e riflettere le sue conseguenze sulla gestione del sistema politico nazionale, dopo che con la riforma elettorale solo un ivoriano “puro” poteva diventare presidente della nazione.

Nonostante le problematiche sociali ed economiche, il governo tenta comunque di rassicurare gli investitori e la Comunità Internazionale circa l’effettivo controllo del Paese. Purtroppo la realtà contraddice ancora una volta la propaganda governativa e per la Costa d’Avorio non sono ancora maturi i tempi di una pacifica risoluzione dei conflitti tra le parti coinvolte.

Maria Giovanna Bono

 

[1] Per questione di rispetto della privacy, ho omesso il nome della persona coinvolta.

[2] Giulia Piccolino, “Né ingerenza, né indifferenza… e allora che cosa? La Francia nella crisi ivoriana”, Rivista Afriche e Orienti, 2011, 3-4, 179-194.

[3] Nel suo rapporto “Cioccolato Positivo – 1° Dossier dell’Osservatorio nazionale sui cicli della produzione del cacao a violazione dei diritti dell’infanzia”, Save the Children analizza il problema dello sfruttamento minorile nell’industria del cacao nei paesi africani. Dossier consultabile al seguente link: http://garantedirittipersonaminori.consiglioveneto.it/scuola/allegati/199.pdf

[4] Nel suo rapporto dell’11 dicembre 2014 la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) condanna senza mezzi termini la dittatura instaurata da Ouattara e accusa la Corte Penale Internazionale di “giustizia parziale”. Il rapporto è consultabile in lingua originale al seguente link: https://www.fidh.org/en/region/Africa/cote-d-ivoire/16634-ivory-coast-choosing-between-justice-and-impunity

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