I NUOVI PERSEGUITATI

In questi ultimi giorni si è fatto un gran parlare della stretta sui dipendenti pubblici e sul loro comportamento in caso di assenza dal lavoro. Proprio ieri è stata presentata in Consiglio dei Ministri la riforma che porta il nome della ministra Madia che prevede di stravolgere il settore del pubblico impiego, e non solo.

È ormai da anni che, complice soprattutto ciò che è passato sui mass media più popolari finalizzati ad attaccare la categoria, si assiste ad una vera e propria campagna di discredito nei confronti dei dipendenti pubblici e più in generale dei lavoratori tutti. I primi a parlare di “fannulloni” furono gli esponenti dei governi Berlusconi che, invogliati dal proprio leader all’interno di una strategia ben precisa comprendente anche l’attacco ai “comunisti” e alla magistratura, avevano lo scopo di ricevere facili consensi durante le campagne elettorali dal proprio popolo di riferimento, ovvero principalmente piccoli e medi imprenditori, commercianti evasori e non (categoria evidentemente agli antipodi del lavoratore dipendente che inevitabilmente le tasse le paga in busta paga e non le può in nessun modo evadere anche volendo).

Successivamente la crociata si è dissolta, complice anche la crisi economica che costituiva già di per sé un ricatto, aveva ormai poco senso parlare di assenteisti e fannulloni perché si dava per scontato che a fronte della situazione con tassi di disoccupazione da guerra mondiale, chi aveva un lavoro se lo sarebbe tenuto stretto ringraziando tutti i giorni di averlo e non si sarebbe mai sognato di assentarsi anche se per un valido motivo.

Ora, sull’eco principalmente di servizi televisivi in cui si vedono dipendenti pubblici timbrare in mutande o si evidenziano ambigue assenze record, questo governo di centrosinistra, che per tanti aspetti ha ripreso diversi contenuti dei precedenti governi di schieramento opposto (Imu, articolo 18 e ponte sullo Stretto), ritira fuori l’argomento annunciando misure shock, oltre al licenziamento immediato in caso di “assenze sospette” (il concetto ricorda un po’ quello di “guerre preventive” di bushiana memoria) ha dichiarato di voler perseguitare i dipendenti instaurando un polo di verifica unico che in caso di assenza li controlli più volte al giorno, teorizzando una reperibilità H24, ai limiti dello stalking.

Se questi argomenti servono a ottenere facili consensi in vista di imminenti o poco lontane nuove elezioni, giocando sul populismo e i luoghi comuni, ci si ricordi che sul piano al quale si scende ci si concede facilmente a contestuali strumentalizzazioni. Sarebbe quindi allo stesso modo di cattivo gusto parlare dell’assenteismo dei parlamentari o dei loro mancati controlli, così come si scenderebbe ad un livello molto basso se si dicesse che la Ministra che vuole introdurre tali novità non può certo vantare un’esperienza lavorativa tale da averle fatto maturare un’ampia coscienza critica a riguardo, complice forse anche la giovane età o le ottime “conoscenze” innate.

Parlare di strategia nell’assenza è poco significativo. Pensare che il lavoratore aggiunge giorni al week end per magari farsi un viaggio ed avere più tempo a disposizione è follia. E’ normale che la percentuale di malati del lunedì sia superiore a quella degli altri giorni. Nel week end ci si potrebbe essere esposti ad ambienti e ritmi differenti da quelli lavorativi settimanali che possono comportare dei malanni alterando il normale ritmo circadiano dell’individuo. Così come il venerdì si potrebbe aver accumulato la stanchezza e le ore di sonno arretrate della settimana lavorativa in via di conclusione. Non si parla quasi mai ad esempio delle condizioni di sicurezza degli ambienti di lavoro, della qualità dell’aria o degli strumenti utilizzati, e di tutto ciò che può portare il lavoratore ad ammalarsi o a soffrire di alcune patologie non oggettivabili. A tutto ciò va aggiunto che se si vedono le statistiche, risulta che i dipendenti privati si prendono mediamente più giorni di malattia rispetto a quelli pubblici (19 giorni l’anno invece di 17.9) e hanno anche un orario di reperibilità inferiore (4 ore contro 7).

Per capire quanto sia elevato il livello della battaglia che si sta conducendo nei confronti di questa categoria basti pensare alla storia dell’impiegato pubblico presentato a Sanremo 2017 come eroe nazionale perché non si è mai assentato in 40 anni di lavoro, neanche per andare in ferie. In tempi di quarta rivoluzione industriale che ci porterà a riconcepire il concetto di impiego in termini di luogo e spazio, a conciliare il tempo dedicato al lavoro con quello della famiglia e delle relazioni con gli altri sempre più rare e quindi sempre più preziose, mostrare questi esempi da operaio modello dell’Unione Sovietica di staliniana memoria è ormai alquanto anacronistico e antiprogressista. In Svezia hanno capito già da diverso tempo che diminuire una giornata di lavoro da 8 a 6 ore al pari di stipendio aumenta i profitti e l’efficienza, a fronte di una maggiore soddisfazione del lavoratore stesso, e a guadagnarci è in primis l’azienda. Idem nel paese più stakanovista al mondo, il Giappone, si stanno introducendo delle normative per diminuire le giornate lavorative allungando i week end ed evitare problemi legati al troppo stress che portano a depressione e suicidi per eccesso di lavoro (il cosidetto “karoshi”). Il mondo, per fortuna, sta andando in un’altra direzione con dei risultati migliori di quelli dell’Italia.

Non si può pensare di risanare i conti di uno Stato o di risolvere il problema della stagnazione economica introducendo misure restrittive e persecutorie di questo tipo, senza invece chiedersi principalmente come il lavoratore svolga le proprie mansioni e quanto efficienti risultino, oltre che per cosa venga impiegato. Anche perché, non negando che il problema degli assenteisti esista e abbia un peso sull’erario pubblico, non si tratta di introdurre nuove norme “lacrime e sangue”, ma di fare applicare nei confronti dei furbetti quelle che già ci sono e che da decenni a questa parte non si è mai pensato di andare a modificare, nonostante l’Italia in quegli stessi periodi crescesse e rendesse socialmente ed economicamente decisamente più di adesso che avremmo invece bisogno di ben altre soluzioni.

Filippo Piccini

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