Architettura e favola nel quartiere Coppedè

Roma è una città che si lascia apprezzare nel suo splendore semplicemente camminando e alzando lo sguardo. Non c’è sempre bisogno di dover entrare nei musei o nei palazzi per ammirare ciò che custodisce. Roma, più di molte altre città d’arte, da la possibilità di godere delle sue meraviglie anche all’esterno, tra le sue numerose piazze, fontane, ponti, facciate e quartieri affascinanti.

Oggi vorrei parlare di un quartiere spesso non conosciuto neanche dagli stessi romani, eppure conservato come un “Museo a cielo aperto”. Le sue case, piazze e scalinate negli anni passati sono state anche utilizzate per numerosi set cinematografici. Perfetto, ad esempio, per i film horror, come “Inferno”, girato dal regista Dario Argento nel 1980 che vedeva protagonista una giovane Eleonora Giorgi. Lo stesso Dario Argento scelse questa zona per girare le scene de “L’Uccello dalle piume di cristallo”. Tra i tanti, “Il profumo della signora in nero” girato nel 1974 da Francesco Barilli; “Il presagio- The Omen”, del 1976 e diretto da Richard Donner; “La ragazza che sapeva troppo”, girato da Mario bava nel 1963.

Avete a questo punto capito di quale quartiere di Roma sto parlando. Uno dei più stravaganti che la città possa possedere: il Quartiere Coppedè, con la sua caratteristica Piazza Mincio che al centro ospita la Fontana delle Rane, realizzata nel 1924 in pieno stile barocco. Pare che i Beatles, al termine di un loro concerto al vicino Piper Club, in quella fontana ci avessero fatto il bagno vestiti.

Il quartiere prende nome dall’architetto che lo ha progettato, Gino Coppedè. Nato a Firenze nel 1866, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze si diploma professore di disegno architettonico. Di lì a breve inizierà la sua carriera come architetto per le principali città italiane, spesso aiutato dal fratello Adolfo.

Nel 1890 Gino Coppedè venne incaricato da Evan Mackenzie, figlio di un avventuriero scozzese e una principessa serba, di progettare e costruire un castello a Genova, esattamente in via Cabella. Questo sarà il suo primo di una lunga serie di successi. Numerosi furono infatti gli impieghi che ottenne a Genova, ma ancor di più quelli che ebbe nelle altre città Italiane. A Messina realizzò Palazzo Tremi, conosciuto anche come Palazzo del Gallo e il Palazzetto Coppeddè o Palazzo dei Fratelli Cerruti o Palazzo Savoja. A Napoli Palazzo Galli a Santa Lucia. In Toscana invece c’è il Castello Lupinari, situato nell’omonima tenuta: entrare in questo castello da la sensazione di immergersi in un mondo incantato. Sul lago di Como, come non ricordare il castello “La Gaeta”, fantasioso edificio in stile neo medioevale che prende il nome dall’omonima punta su cui sorge,  realizzato su progetto di Adolfo e Gino Coppedè e ultimato nel 1921. Le parti più scenografiche sono le due torri, una a strapiombo sul lago e l’altra verso le colline. Questa location rappresenta il set cinematografico nel finale del film “Casinò Royale” del 2006. Purtroppo al momento non è visitabile.

E infine veniamo a Roma. Qui Gino Coppedè lavorò per diversi anni alla progettazione del suo omonimo quartiere. Osservando le opere si percepisce che tipo di artista dinamico, eclettico e fantasioso dovesse essere. In realtà, il progetto non nasce con l’intento di essere un vero e proprio quartiere, ma un complesso di palazzine, per l’esattezza 26, affiancate da 17 villini intorno al nucleo centrale di Piazza Mincio. Tuttavia, l’artista decise comunque di chiamarlo “Quartiere Coppedè”. I lavori iniziarono intorno al 1915, successivamente all’acquisto da parte della Società Anonima Edilizia Moderna dei fratelli Cerruti. Il terreno interessato era di 31.000 metri quadri, situato tra la via Salaria e la via Nomentana. L’area, considerata all’epoca di fascia medio-alta, era già sede del quartiere Trieste, e proprio qui, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento, nacque il nuovo quartiere Coppedè. L’intento era quello di riunire le nuove residenze per la ricca borghesia romana e sede delle ambasciate del Sudafrica, Marocco e Bolivia.

Un quartiere, quindi, nel cuore di Roma, dove si respira un’atmosfera del tutto differente dal resto della Capitale. Con il suo stile anarchico e decorativo riesce a spezzare i canoni del primo Novecento, dove la razionalità e compattezza dell’arte fascista (basti pensare al Palazzo delle Poste di Roma, a Piazza Bologna o al quartiere E42 – EUR), iniziano a predominare. Proprio da questo rigido Razionalismo Italiano, si inizia a sentire la necessità e il desiderio di spezzare le linee del passato e dare spazio alla fantasia. In questo spazio di idee, Gino Coppedè trova perfettamente la sua collocazione. Tuttavia, vale la pena chiedersi da dove e perché trae origine questo stile.

Nelle altre città europee tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 iniziava a diffondersi uno degli stili architettonici e decorativi più stravaganti, dove la rigidità delle forti e fredde decorazioni architettoniche veniva rotta introducendo linee curve e forme sinuose, con continui richiami al mondo vegetale e floreale unito a elementi di fantasia predominanti. Questo stile dall’anima libera e dal forte impatto architettonico prende il nome dal suo ideatore Arthur Lasenby Liberty, un commerciante londinese di oggetti d’arte di alta manifattura. Lo stile, detto appunto Liberty o Floreale, si affaccia per la prima volta verso la metà del XIX secolo e si caratterizza inizialmente come stile decorativo per arricchire oggetti prodotti in serie da macchine che sempre più invadevano i settori produttivi. Prodotti perfetti e tutti conformi tra loro, ma proprio per questo senza un’anima che solo la preziosità delle lavorazioni a mano può conferire. Ed era proprio quest’ultimo il fine dello stile Liberty: migliorare oggetti decorandoli con forme stilizzate, forme geometriche e richiami alla natura come fiori o frutta, superando così la banalizzazione seriale degli oggetti tipica di quel periodo storico.

In Italia, soprattutto a Roma, lo stile Liberty fa fatica a rompere gli schemi rigidi di una città antica. Roma capitale d’Italia, la Roma dei Papi, Roma città del Fascismo, dove il moderno si fonde con gli antichi resti archeologici, creando una perfetta unione mai stonata. Questa era la sfida di Gino Coppedè, che si trova a far fronte e lavorare in un contesto che ricercava nell’edilizia pubblica la grandezza sgraziata e poco sinuosa costituita da voluminosi blocchi e tipica del periodo fascista. Tuttavia, grazie al fatto che molte delle commissioni ricevute riguardavano edilizia privata per il ceto borghese, egli riesce a irrompere con il suo stile innovativo, regalandoci uno dei quartieri più belli e curiosi della Capitale. La stravagante e anomala architettura del quartiere Coppedè lega un mix di stili, il Liberty, l’Art Decò, ma allo stesso tempo non mancano richiami all’arte greca, gotica, barocca e medievale.

Un’entrata trionfale su via Tagliamento apre le porte al quartiere. Un maestoso “arcone” con al centro un gigantesco lampadario in ferro battuto che scende dall’alto, congiunge i due Palazzi degli Ambasciatori e dà il benvenuto al visitatore nella famosa Piazza Mincio, dove lo spazio centrale è occupato dalla Fontana delle Rane,  chiamata così per le 12 rane che la compongono. La vasca centrale è decorata da quattro coppie di figure che sostengono una conchiglia, sormontate a loro volta da una rana. Sul bordo superiore della fontana sono accovacciate 8 piccole rane e dalla bocca zampilla acqua. Si noti che questa fontana ricorda molto la Fontana delle Tartarughe di Gian Lorenzo Bernini in Piazza Mattei a Roma.

Restando al centro della Piazza, possiamo osservare i due edifici che maggiormente caratterizzano il quartiere. Il primo è la Palazzina del Ragno, chiamata così per il grande ragno raffigurato sulla facciata, simbolo di laboriosità.
Vi si trova anche un balconcino al terzo piano sopra il quale vi è un dipinto ocra e nero con una grande scritta “labor”. Il secondo invece è il Villino delle Fate. In quest’ultimo edificio Gino Coppedè riesce a far esplodere tutte le sue doti di artista fantasioso e geniale quale doveva essere. Un mix di stili che vanno dal Medievale, al Gotico, al Barocco e al Liberty. Meraviglioso è il connubio di materiali che riesce ad utilizzare senza farli mai stonare tra loro: marmo, travertino, vetro, ferro e terracotta. Il Villino delle Fate è un edificio unico nel suo genere, che include torrette, cortili e logge. Esso vuol essere un omaggio che l’artista dona alle tre città italiane più importanti: Firenze, Roma e Venezia. Per Firenze sono raffigurate le figure di Dante e Petrarca nonché una scritta che recita “Fiorenza sei bella”. Per Roma vi è la lupa con Romolo e Remo. Infine per Venezia viene raffigurato il Leone di San Marco mentre fronteggia un veliero. Non mancano numerosi richiami floreali tipici del periodo Liberty e tante altre preziose decorazioni di cavalieri, dame, divinità antiche e animali. Proseguendo all’interno del quartiere, si passa davanti al fantastico Villino di Via Brenta 26, oggi sede del Liceo Scientifico Statale “Amedeo Avogardo”, ma tanti altri edifici e particolari di essi catturano la nostra attenzione, lasciando correre la fantasia come si vivesse in una fiaba.

La genialità di Gino Coppedè è stata proprio questa, quella di riuscire ad unire più stili architettonici plasmandoli in uno stile tutto suo, quindi unico, regalando alle sue opere un’atmosfera quasi incantata e fiabesca, dove noi visitatori possiamo immergerci e lasciarci trasportare in questo mondo magico e misterioso.

 

Sara Moauro

https://www.intro-arte.it/our-visit/guided-tours/26022017-coppede-quartiere-fantastico/

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