30’000 anni in Tibet: gli adattamenti del popolo più “alto” del mondo

Il nostro è un pianeta (nonostante tutto) piuttosto ospitale, dotato di tutto ciò che serve per consentire la crescita e lo sviluppo della vita così come la conosciamo. Eppure esistono zone della Terra particolarmente inospitali. Senza scomodare situazioni estreme come quelle degli abissi marini (che pure, spesso, in qualche forma, sono popolati) si possono trovare aree terrestri con caratteristiche decisamente eccezionali abitate, però, dalla specie umana.

Un esempio sono i popoli che vivono ad alta quota. E chi si trova più in alto dei tibetani?

Il Tibet è situato sull’omonimo altopiano ad un’altitudine media di circa 4900 metri, di fatto il più alto al mondo.

Chi fa escursioni in alta montagna sa benissimo cosa sia l’acclimatamento, la procedura da seguire per abituare il corpo alle diverse condizioni climatiche che incontriamo salendo. Il principale problema per il nostro corpo, infatti, è da ricercare nella diminuzione della pressione atmosferica che caratterizza le alte quote. I rischi del mal di montagna possono andare da un semplice malessere generale a sintomi molto gravi come l’insorgere dell’edema polmonare o cerebrale.
Fisiologicamente parlando, il corpo deve affrontare la mancanza di ossigeno nel sangue dovuta alla rarefazione dell’aria.

Per garantire una buona ossigenazione occorre, quindi, indurre l’aumento del numero di globuli rossi, in grado di fissare l’ossigeno nel sangue. Il corpo mette in atto tutta una serie di cambiamenti per far fronte alle nuove necessità e favorire l’incremento del trasporto dell’ossigeno dai polmoni verso i tessuti, comprese modifiche del sistema ormonale e l’aumento della frequenza dei battiti cardiaci.

Sembra che il nostro organismo abbia la capacità di ricordare l’acclimatamento già vissuto ed essere in grado di velocizzare il processo se si torna ad alta quota in tempi brevi, per un massimo di circa 4 mesi. Lo studio, effettuato da ricercatori dell’Università del Texas e riportato su Nature Communications, spiega che, essendo i globuli rossi i depositari di tale memoria, il periodo per cui vale il ricordo è assimilabile a quello della loro vita media, ossia 120 giorni.

Durante le spedizioni alle vette delle catene montuose più elevate, una delle tecniche utilizzata per acclimatarsi è quella di fare la spola fra campi piazzati a differenti quote.

Le precauzioni per chi va in alta montagna sono fondamentali, quindi, per evitare pericoli. Ma come fa chi ci vive in alta montagna? Parliamo di popolazioni che trascorrono tutta la vita a quote superiori ai 4000 metri da generazioni, a queste quote la concentrazione di ossigeno è inferiore del 40 per cento rispetto a quella del livello del mare.

Chi segue la rubrica non potrà che aspettarsi che io tiri fuori l’evoluzione dal cappello a questo punto. Infatti.

Bambino tibetano, foto di Emidio Grottola.

Gli abitanti del Tibet non sono gli unici sulla Terra a vivere ad altitudini estreme, pensiamo alle popolazioni andine o dell’altopiano etiopico. Tutti questi popoli presentano, infatti, adattamenti evolutivi che consentono loro di abitare le vette del pianeta come mutazioni in geni strettamente associati all’emoglobina, ma i tibetani hanno evoluto alcuni geni che non si ritrovano nelle altre popolazioni.

Il genoma degli abitanti del Tibet è stato oggetto di studi che hanno incluso l’esame del DNA mitocondriale e quello del cromosoma Y. I risultati di uno di questi studi hanno rivelato che il genoma tibetano deriva dal rimescolamento di due pool genici ancestrali, quello sherpa e quello dei cinesi han. Risalgono a 30.000 anni fa gli adattamenti genetici alla vita ad alta quota dei tibetani che li hanno, quindi, acquisiti dal ramo sherpa da cui discendono.

Dieci volte più antichi di quel che si pensava sono, dunque, gli adattamenti del popolo del Tibet. Studi genetici precedenti avevano, infatti, individuato la separazione dell’etnia tibetana da quella Han a circa 3000 anni fa. Lo studio in questione, pubblicato nel 2010 sulla rivista Science, mostrava che più di metà dei 30 geni con mutazioni divenute prevalenti nei tibetani rispetto agli Han è correlato alla capacità dell’organismo di sfruttare l’ossigeno. Fra tali mutazioni, una risultava presente in 9 tibetani su 10 e in 1 solo cinese han su 10, dando come conseguenza l’ipotesi di una velocità di mutazione straordinaria.

Grazie a quello che possiamo definire un ribaltamento di prospettiva, adesso sappiamo che non abbiamo davanti la storia di una velocissima evoluzione genetica ma quella di un popolo molto più antico, quello che abita le vette più alte della Terra.

Cime tibetane, foto di Emidio Grottola

L’uomo chiese alla montagna di toccare il cielo. | La montagna realizzò quel suo desiderio.  (Mina)

Serena Piccardi

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