Il cibo e l’arte prima puntata: I banchetti degli aristocratici romani

In questo articolo affronteremo un tema insolito, che fonde arte e piacere: il momento del pasto nell’aristocrazia romana.

E’in effetti interessante capire la grande importanza che gli antichi attribuivano al momento del pasto e dobbiamo esser grati alle numerose testimonianze scritte e iconografiche che ci permettono di comprendere come doveva svolgersi il momento del banchetto.

Stando a queste ultime, il banchetto vero e proprio era preceduto da brevi rituali che richiedevano anche una diversa sistemazione dei tavoli e dello spazio d’incontro. Rituali che, dopo un brindisi iniziale, prevedevano voti alle divinità che si esprimevano anche con canti.

Nel banchetto aristocratico di una volta (…come in quello di oggi d’altronde), tutto doveva esser curato nei minimi particolari, a cominciare dalla disposizione dei commensali. Questi ultimi speravano di sedere vicino al proprietario di casa per sottolineare il proprio status. Ma esattamente come si disponevano i commensali nelle sale da pranzo? Guardando il sarcofago degli Sposi della Banditaccia a Cerveteri e la Tomba del Tuffatore a Paestum, dove più che un banchetto è raffigurato un simposio ossia esattamente il momento del bere, si capisce perfettamente quale fosse la giusta posizione. Soprattutto nell’area del Mediterraneo orientale era abitudine mangiare sdraiati sul triclinio, un letto rettangolare a forma di ferro di cavallo disposto attorno al tavolo. Quest’uso era diffuso non solo fra i greci e i romani ma anche fra gli ebrei del periodo neotestamentario.

I ricchi aristocratici facevano a gara ad abbellire le proprie dimore e soprattutto le sale di rappresentanza, che erano usate come triclinia, o stanze di ricevimento organizzate attorno a un peristilio, cioè un cortile circondato da porticato. I testi antichi ci descrivono bene la collocazione all’interno dell’abitazione, che fino al II secolo a.C. era situata nell’atrio, ma più tardi viene spostato nel tablinum, uno dei posti più confortevoli della casa. Infatti il tablinum si affacciava d’estate nel giardino e d’inverno nell’atrio, in modo che entrambi i lati potessero essere chiusi con pannelli di legno e tende. Questa sala da pranzo accoglieva tre letti triclini, summus, medium e imus, da tre posti ciascuno.

Ognuno poteva essere lungo fino a tre metri e su di esso potevano prendere posto massimo tre persone, le quali erano semisdraiate con il busto eretto, aiutate in questa posizione da un braccio, mentre l’altro serviva per mangiare (come visto sopra, questa posizione è ben documentata dai ritrovamenti dei sarcofagi).

In un triclinium formato da tre letti potevano prendere posto al massimo nove persone, simboleggiando le nove Muse che dovevano ispirare gli ospiti: Clio, la storia, Euterpe, la musica e la tragedia, Thalia, la commedia, Melpomene, la canzone, Terpsichore, la danza, Erato, la poesia, Polyhymnia, la lirica, Urania, la astronomia e Calliope, la filosofia. Tutte e nove i commensali volgevano lo sguardo al centro del banchetto. In questo modo la conversazione era seguita da tutti i commensali come se fossero seduti intorno ad un tavolo rotondo. Poteva capitare che gli ospiti erano più di nove e in questo caso veniva allestito un secondo o terzo triclinio.

La sistemazione sul triclinio doveva mettere ognuno a proprio agio e promuovere conversazioni brillanti. A nessuno piaceva l’informalità e le regole non potevano essere ignorate. Queste ultime prevedevano che i commensali venissero divisi in tre gruppi: il divano centrale era per gli ospiti d’onore; poteva essere un amico di ritorno da un viaggio, uno sportivo che aveva vinto un premio, un dignitario importante in visita in città. L’ospite d’onore si adagiava nel “posto del console”, chiamato come il più alto incarico nella repubblica romana. Il secondo posto, accanto al console, era quello centrale del divano, in origine il posto del re. Il terzo posto infine era per coloro che avevano una posizione sociale inferiore. In ogni caso, qualsiasi delle tre posizioni nel divano centrale era considerata la più onorevole.

Il divano destro era riservato ad altri ospiti e alla sua famiglia, mentre il padrone di casa sedeva solitamente accanto al console. Poteva conversare con l’ospite d’onore e controllare che tutto andasse secondo le regole. La moglie era seduta accanto su una sedia, con i bambini. Solo in età romana la moglie potrà sedere vicino al marito.

Il divano sinistro, quello più svantaggiato, era per tutti gli altri ospiti che non avevano posizioni sociali estremamente rilevanti ma che tuttavia erano ammessi al privilegio del banchetto.

La serie di tre letti occupava una stanza di forma quadrata, disposta in modo tale che i servi avessero lo spazio adeguato per i loro compiti. Solitamente erano addossati contro le pareti e disposti attorno a un tavolo quadrato detto clibia. Originariamente erano costruzioni a libera installazione di legno, bronzo, avorio, argento o altri materiali. I materassi spesso erano riempiti con erbe aromatiche, disposti sul telaio, coperti da lenzuoli, copri letti multicolore e sovrastati da cuscini.

Secondo Vitruvio, i triclini autunnali e invernali avevano bisogno di ricevere quanta più luce possibile durante il giorno, ed essere richiusi nelle ore più fredde. I triclini invernali erano in luoghi riparati, le finestre e le porte erano rivolte a est, per cogliere la luce fin dall’alba. I triclini estivi invece erano rivolti a nord per contrastare il calore del sole, spesso si trovavano in giardino per essere esposti ad ogni alito di vento.

L’esempio più famoso di triclinio nell’architettura dei palazzi imperiali è rappresentato dalla stanza da pranzo circolare della Domus Aurea di Nerone, ma forme analoghe si ritrovano nella Domus Flavia, nella Domus Augustana e nella Villa Adriana. In quest’ultima la sua area triclinaria occupava uno spazio all’aperto enorme con veri parchi, arricchiti da porticati, sezionati da canali e riflessi negli specchi d’acqua. Adriano, nella sua villa omonima, seppe usare tutto questo in modo plastico e monumentale, facendola poi trionfare nella più famosa area triclinaria del suo complesso: quello del canopo. Qui l’apparato del banchetto appare in tutta la sua grandiosità e nel suo poderoso studio scenografico.

Le grandi sale che accoglievano i triclini, bisogna immaginarle con colonne, marmi, con musica, danzatori, profumi, incensi e pasti elaborati; in ogni triclinio si parlava e si rideva e nel mezzo della cena il padrone di casa annunciava le notizie importanti.
Proprio l’iconografia dei mosaici che decoravano queste sale si riferiscono spesso alla funzione delle stanze. Temi dionisiaci erano infatti frequenti nei triclinia, come le muse nelle biblioteche o le scenografie marine nelle tombe. Inoltre, le scenografie riproponevano i principali interessi dei proprietari: rappresentazioni di giochi, caccia, vita in campagna e formazione culturale sono preziose testimonianze della loro storia.

Il triclinio sarà abbandonato dai ricchi romani soltanto a partire dal IV secolo e verrà sostituito dallo stibadium, definito come un grande divano a forma semicircolare disposto attorno al tavolo dei commensali. Ma questo, assieme all’evoluzione che ne è seguita, sarà l’argomento del nostro prossimo incontro.

Sara Moauro

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1 Commento
  1. […] concluso l’articolo della settimana scorsa soffermandoci sulla diffusione in età tardoantica di una nuova forma di banchetto, lo stibadium, […]

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