T2 Trainspotting – Danny Boyle

Il rischio in cui si può incorrere con un sequel è quello di rimanere fortemente delusi, al punto da vedere offuscata quasi quella mitologia nata con il primo film. Si, perché Trainspotting (tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore scozzese Irvin Welsh, così come T2 è la trasposizione cinematografica del seguito scritto nove anni dopo, Porno) nel ’96 sconvolse pubblico e critica, definendo i tratti di una generazione e diventando un film cult, una pietra miliare della cinematografia moderna.
Proprio per evitare una delusione, quindi, la prima considerazione che ho fatto scegliendo T2, è stata che i vent’anni trascorsi per il regista e gli attori, rispetto al film capostipite, sono trascorsi anche per noi spettatori. Il che potrà sembrare la più ovvia e banale delle riflessioni. Invece si è rivelata fondamentale affinché io entrassi nel mood più adatto per godermi questo film senza vedere disattese le mie aspettative.

Esattamente in quest’ottica, infatti, Danny Boyle ci fa ritrovare i protagonisti con vite più o meno evolute, ma sicuramente con uno spirito meno anarchico.
Lo scenario conclusivo del primo Trainspotting vedeva i quattro amici tossicodipendenti Mark “Rent”, Simon “SickBoy”, Daniel “Spud” e Begbie “Franco” mettere a segno un colpo con cui avevano ottenuto 16.000£ che avrebbero dovuto dividere equamente tra loro. Invece Rent (Ewan McGregor), che nel frattempo era riuscito a disintossicarsi, fugge ad Amsterdam, lasciando solo a Spud (Ewen Bremner) la sua quota.

Oggi Mark torna a Edimburgo e, con un vago senso di colpa, va a trovare i suoi vecchi compagni: Simon (Jonny Lee Miller) gestisce con scarsi risultati il pub lasciatogli in eredità da una zia, ma non ha smesso di ricorrere ad attività illecite per arrotondare, con la complicità della giovane new entry Veronika, proveniente dalla Bulgaria, né ha abbandonato le droghe. Così come Daniel è rimasto fedele all’eroina, causa, tra i vari danni, di un tentato suicidio dopo essere stato allontanato dalla moglie e dal figlio. Begbie (Robert Carlyle) intanto è evaso di prigione, dove avrebbe dovuto scontare vent’anni, e continua la sua carriera di criminale animato da una rabbia bestiale e assetato di vendetta nei confronti di Mark.
Malgrado il torto subìto, Simon, insieme a Veronika, e Daniel tentano insieme a Mark di riscattarsi con un nuovo business ancora una volta illegale ma ben congegnato. “Franco” non viene coinvolto ma presto si farà vivo…

Non mi soffermo oltre sulla trama, perché ciò che più mi sta a cuore dirvi è che alla fine del film ho avuto voglia di chiamare il regista (proprio come succede quando si legge un bel libro e si vorrebbe tanto incontrarne l’autore), per comunicargli quanto io abbia apprezzato la sua abilità nell’aver trovato un perfetto equilibrio tra il capostipite Trainspotting e questo T2, dando l’idea di un’evoluzione naturale delle cose.
E’ inevitabile il paragone con il primo film, qualche tentativo di ritrovare nella memoria quei giovani mattatori, le sensazioni che ci hanno trasmesso, ed alcuni episodi in particolare. Danny Boyle questo lo sa, e allora decide in maniera furba di cavalcare l’onda emotiva dello spettatore affezionato, inserendo direttamente alcune scene del prequel oltre a diverse autocitazioni. Non è un tentativo malriuscito di ossequiare lo spettatore ma, anzi, una onesta dichiarazione di accettazione e quasi, azzarderei, una proposta di complicità, dal mio punto di vista.
L’intreccio del film è comunque interessante visto che, per quanto siano cresciuti, i protagonisti rimangono personaggi fuori dalle righe, e il ritmo scorre in maniera meno furiosa stavolta ma mai lento, in linea con l’età matura dei quattro ma anche con il loro animo un po’ “wild”!

Ho trovato ancora oggi il cast, tutto, assolutamente credibile sia individualmente che nella fluidità con cui tutti gli attori interagiscono tra loro (sembra quasi siano realmente rimasti amici per vent’anni) anche se un plauso speciale lo rivolgerei a Ewen Bremner “Spud”, che ci offre un’interpretazione più intensa, toccante, che mai.
Ma non è solo il cast a funzionare molto bene, un bel peso lo hanno avuto i dialoghi che puntano sull’aspetto umano impossibile da ignorare, specie in un’età in cui si iniziano a stilare bilanci significativi rispetto alla vita vissuta e a quella che invece avremmo potuto o voluto vivere. Boyle ripropone quindi anche il monologo “Choose life” (Scegli la vita) aggiornato con riflessioni sulla società odierna: “Scegli la vita. Scegli Facebook, Twitter, Instagram. E spera che a qualcuno, da qualche parte, importi…”. Forse l’essenza di questo sequel è concentrata proprio in questo monologo e nel modo volutamente sarcastico e rabbioso con cui viene recitato.

Non mi ha convinto la fotografia invece, che, mentre nel primo film sottolineava il disagio sociale con inquadrature “sporche”, interni squallidi e colori cupi, questa volta è per lo più raffinata e in alcuni momenti sembra quasi inappropriata al contesto raccontato. Perché, ad esempio, tentare di ingentilire qualcosa che per costituzione è triste e con un’aura negativa, come l’appartamento del tossico, disperatamente solo, SickBoy?
In compenso però, altro elemento coinvolgente se non addirittura punta di diamante di T2, è la colonna sonora, a partire dalla scena iniziale con l’adrenalinica Lust for Life di Iggy Pop remixata dai The Prodigy, fino a quella di chiusura con “Slow Slippy” degli Underworld.

In conclusione, io questo film l’ho trovato in un certo senso catartico, per l’affetto, la tenerezza e l’attenzione, con cui è stato realizzato. Non poteva avere lo stesso effetto impattante del primo per ovvi motivi, ma probabilmente non voleva neanche averlo. Il regista, a mio avviso, ha voluto proporre invece un tentativo di riconciliazione dei quattro ultraquarantenni con i ventenni che erano stati, senza tuttavia rinnegare nulla. Lo ha fatto in modo riflessivo, intimo ma rispettoso, e se qualcuno mi ponesse la fatidica domanda: “Vale la pena vederlo?”, la mia risposta di donna quarantenne sarebbe “dipende da te”, perché la verità è che la reazione dello spettatore a questo film è direttamente proporzionale a quanto sia in pace con sé stesso, con la persona che è diventata.

Francesca Micci

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