L’era della post-verità: si può realmente combattere la disinformazione online?

Lo dicono gli esperti di tutto il mondo, siamo nel cuore dell’epoca della post-verità. Per l’Oxford English Dictionary, post-truth è la “parola dell’anno del 2016“. Scienziati di tutti i paesi mettono in guardia dai pericoli che corriamo e anche la politica inizia ad accorgersi che il timore è fondato. Ma qual è il significato di tale termine? Quali i meccanismi alla base? Esistono possibili conseguenze del fenomeno per le nostre vite e, se sì, quali? Soprattutto.. perché ce ne occupiamo nella rubrica di scienze??

Quando si parla di post-verità si intende quella condizione per cui, relativamente a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza rispetto alla percezione emotiva o alle credenze personali dell’opinione pubblica. Non importa se la notizia è vera o falsa, quel che conta è se, e quanto, impatta sul pubblico. Sono, quindi, da considerare tali le tante bufale che popolano la rete, le false notizie mirate a suscitare preoccupazione, sdegno, paura o altri sentimenti forti nei confronti del lettore.

Che la nostra fosse una società nella quale prevale l’apparenza sulla sostanza, ce ne siamo accorti tutti da un pezzo ma quanto potesse dilagare un fenomeno come quello delle bufale l’abbiamo scoperto soprattutto grazie alla più recente diffusione dei social media. Chi di noi, infatti, non ha mai ricevuto una catena di Sant’Antonio? Chi non ha mai cliccato su link allarmistici proposti da amici o trovati per caso nel web? Storie che raccontano del ritrovamento di un gigantesco calamaro spiaggiato o di come i forni a microonde danneggino il DNA cellulare. La scomparsa del personaggio famoso di turno o una tempesta solare straordinaria che lasci la Terra al buio ma, anche, una nuova dieta miracolosa con la quale si perdono 7 kg in 7 giorni. Per non parlare dell’antico fenomeno del negazionismo storico o, dell’ormai classico, delle scie chimiche.

Di sciocchezze ne girano parecchie, alcune innocue, altre meno.

Mentre le false morti via web al massimo creano dieci minuti di scompiglio a qualche fan sprovveduto, quelle più pericolose sono le bufale scientifiche.

L’anno scorso, parlando di informazione sui vaccini, abbiamo accennato ad una delle più pericolose di sempre, la celeberrima frode sulla correlazione fra vaccini e autismo. La diffusione della sfiducia nei confronti della pratica medica del vaccino ha favorito la ricomparsa di malattie delle quali ci stavamo dimenticando l’esistenza. Abbiamo anche parlato della falsa informazione per quanto riguarda i cambiamenti climatici e le false magnitudo dei sismi.

Ci si interroga sui meccanismi che portano alla nascita ed alla diffusione delle fake news. Per quanto riguarda la nascita i motivi sono, spesso, evidenti: interessi politici, economici e, a volte, goliardia pura. Si passa infatti da semplici leggende metropolitane messe in giro per scherzo (o per studi sociali..) a notizie allarmistiche per ottenere più click e monetizzare il proprio spazio sul web fino a ben più articolate teorie del complotto mirate ad influenzare l’opinione pubblica.

Più interessante della nascita è studiarne la diffusione. Le notizie false appositamente confezionate per influenzare l’opinione pubblica sono sempre esistite, così come i buontemponi. Come ogni altra informazione al giorno d’oggi, però, la post-verità viaggia in rete e spopola sui social media. La spiccata velocità del mezzo, unita al successo dei social network, sono la chiave per capire i motivi di tale diffusione. C’è, però, un altro meccanismo, più subdolo, che aiuta la propagazione delle bufale: il nostro modo di “fare gruppo”.

Come animali sociali, infatti, abbiamo la tendenza a raggrupparci in comunità anche sul web. All’interno di questi gruppi, formatisi solitamente sulla base della comune attenzione per un certo argomento, ci si imbatte in fonti di informazione altamente selezionate che non fanno che confermare ciò che noi, e gli altri membri, già pensiamo su quel dato argomento: il cosiddetto pregiudizio, o bias, della conferma.

Un gruppo di ricercatori diretto da Walter Quattrociocchi dell’IMT Alti Studi di Lucca, in un articolo pubblicato l’anno scorso sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato i meccanismi della diffusione della disinformazione su internet che ci costringe a parlare di epoca della post-verità. Lo studio prende in esame i diversi tipi di informazione, quella scientifica, quella “alternativa” e, anche, quella paradossale (vedi Lercio) e ne sviscera le caratteristiche distintive e i comportamenti degli utenti esposti. Le differenze partono dalla struttura della notizia al modo di proporla al pubblico fino alla predisposizione alla condivisione degli utenti.

La rivoluzione di internet, come promesso, ha cambiato il nostro modo di informarci ma, parallelamente, anche di disinformarci, se così si può dire. Le notizie ci giungono filtrate, da noi stessi e da quelli a noi vicini, vengono ricondivise all’interno di gruppi più o meno chiusi che fungono da casse di risonanza, amplificandone la diffusione. Se poi si tratta di informazioni che colpiscono la nostra emotività, è impossibile resistere. Come in un enorme supermercato di informazioni, scegliamo dallo scaffale ciò che più ci aggrada, che gratifica il nostro modo di vedere il mondo e conferma i nostri pregiudizi. Comodo, no?

Secondo uno studio recente sempre diretto da Walter Quattrociocchi questo meccanismo conta di più del mancato controllo delle fonti. Non importa se è vero o falso, non controlliamo neanche, nell’era della post-verità.

Come abbiamo già detto in passato, un ruolo importante è quello di chi comunica la scienza. A questo punto ci sarebbe da chiedersi: coloro che si sforzano di correggere la falsa informazione, che cercano di divulgare in modo serio e corretto, citando fonti attendibili, aiutano ad arginare il dilagare delle bufale? La risposta dello studio è deludente, proprio no. Sembra che più cerchino di convincerci che quello che sosteniamo sia falso, anche portando prove e testimonianze, più ci cementiamo sulle nostre posizioni. Siamo “capoccioni”, ebbene sì.

A molti di voi sarà successo di imbattersi in informazioni fasulle e chiedersi come difendere noi stessi e chi ci sta vicino, magari più debole perché molto giovane e influenzabile o perché più anziano e meno pratico della rete. Il problema è molto sentito, tanto che i grandi del web si affannano per cercare soluzioni per arginare il fenomeno. Si studiano algoritmi per classificare l’affidabilità delle pagine e si introducono funzionalità per segnalare le fake news, ma, alla luce degli studi del settore, è difficile pensare che smetteremo di credere all’esistenza dei rettiliani o all’incredibile mostro marino trovato nel Pacifico. Questo non significa che ci si debba rassegnare, la migliore arma è stimolare un forte e sano spirito critico.

Proprio oggi leggevo che in Germania si pensa di multare i social network che non rimuovono le bufale e c’è da chiedersi come possa funzionare un provvedimento del genere. Chi decide cosa censurare? Gli utenti? L’azienda? Ma davvero si può pensare di mettere un bavaglio alla rete? La politica si muove quando viene direttamente chiamata in causa, le false notizie su questo o quel candidato sono di facile presa sul pubblico. Perché ci crediamo? Forse perché abbiamo perso fiducia nell’élite di governo? Data la situazione, è anche comprensibile. Perché crediamo nelle bufale scientifiche? Perché abbiamo perso fiducia negli esperti? Questo è ben più grave perché la scienza è un mezzo che ci aiuta a capire la realtà, non è un’opinione personale.

La scienza si nutre di prove ma non restituisce certezze assolute ed è difficile da accettare in un mondo di soluzioni facili. Si tratta di un campo che si evolve e si interroga continuamente ma in cui non tutte le opinioni hanno lo stesso peso. Credo sia importante ribadirlo, nell’era della post-verità.

La verità non è qualcosa di dovuto. La verità è una conquista, sempre!!! (Daniel Pennac)

Serena Piccardi

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