Intervista col vampiro – Neil Jordan

Voltati e scruta alle tue spalle, in quella notte senza fine che pare allungarsi all’infinito e che tu chiami morte.

La paura ancestrale della morte è una bocca buia, dalla quale sono scivolate fuori creature dissimili dall’uomo, prive di calore, prive di cuore e di paure. Ma l’uomo non teme senza anelare, desidera sfuggire alla corruzione della carne e sogna di vivere in eterno, a qualsiasi prezzo.

Le leggende mutano, anche se impercettibilmente, proprio come i ciottoli nel letto di un fiume. E così i vampiri, da larve assetate e prive di ogni attrattiva, si sono trasformati nel desiderio umano di essere affascinati dalla morte. Le mani adunche e mortifere diventano così l’abbraccio seduttore e proibito che trascina l’uomo nell’ombra di un mantello nero, nel quale la caducità della vita perde significato e in un morso fatale è racchiusa la promessa di una vita eterna.

Nel 1994, Neil Jordan si avventura nella trasposizione cinematografica del romanzo culto di Anne Rice, “Intervista col vampiro” scritto nel 1973.

Una cupa atmosfera serpeggia durante tutto il film, come una minaccia incombente e capace di generare una sensazione straniante nello spettatore. La vicenda è narrata da Louis de Pointe du Lac, un vampiro combattuto tra la sua natura predatrice e la passione umana, ad un incredulo intervistatore che ne registra le memorie oscure. Attraversando i secoli con la memoria, Louis racconta il suo addio alla luce del sole e alla vita così come la conosceva per addentrarsi nell’oscura esistenza da vampiro. Brad Pitt incarna lo spirito di una creatura tormentata e in perenne lotta contro se stesso e Lestat, il suo creatore interpretato da Tom Cruise.

Visivamente il film rapisce con le sue scenografie suntuose, curate da Dante Ferretti, e ammalia con le musiche mai invasive, ma presenti e costanti come un sussurro che racconta segreti inconfessabili. Se Brad Pitt regala un volto tormentato al suo vampiro, Tom Cruise si cuce addosso l’aria superficiale e annoiata di un vampiro aristocratico, celando però una fragilità che lo rende incapace di entrare in empatia con il trascorrere del tempo.

“Intervista col vampiro” è un film che sembra possedere davvero l’immortalità, e dopo più di vent’anni dalla suo debutto al cinema, possiede ancora intatto il suo fascino oscuro.

Il mito del vampiro, tanto bistrattato in molte pellicole odierne, qui assume un aspetto quasi poetico e filosofico, incupendosi nelle sue riflessioni sulla morte e sulla vita perduta.

Serena Aronica

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