¡No pasarán! Una resistenza letale, quella dei batteri agli antibiotici

Uno degli allarmi più gravi per la salute mondiale degli ultimi anni – come se non ce ne fossero abbastanza – riguarda un fenomeno i cui meccanismi sono sconosciuti ai più: la resistenza agli antibiotici.

Infatti, nonostante gli allarmi lanciati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e i diversi casi di epidemie antibiotico-resistenti, sono in molti a non aver afferrato i motivi alla base della moderna diffusione delle resistenze batteriche.

Gli antibiotici, come tutti dovrebbero sapere, sono sostanze prodotte da alcuni microrganismi (ma anche di sintesi), capaci di ucciderne altri. Dalla scoperta della penicillina, nel 1928, per la quale Alexander Fleming si meritò il Nobel nel 1945, la ricerca sugli antibiotici è stata in prima linea per combattere le infezioni batteriche. Da allora è stata fatta molta strada e tante vite sono state salvate, che si parli di uomini, animali e anche piante.

Ogniqualvolta si parla di antibiotici, in questa rubrica, mi sento in dovere di ricordare che l’uso degli stessi deve avvenire sotto controllo medico e solo se strettamente necessario.
Il nostro paese, in questo senso, è fra i peggiori in Europa. Purtroppo, nonostante la facilità di reperire informazioni, mi capita spesso di incontrare persone che non conoscono la differenza fra infezioni batteriche e virali, ritengono che “tutto si curi con l’antibiotico” e magari abbiano un medico poco scrupoloso con le prescrizioni. Anche se, secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità, quasi la metà degli italiani che nel 2007 hanno assunto un antibiotico lo ha fatto senza la prescrizione del medico. Alta anche la percentuale di chi usa gli antibiotici in caso di influenza e raffreddore. Niente di più sbagliato, il medicinale, infatti, nulla può contro i virus.

Eppure sono in molti quelli che abusano degli antibiotici e che contribuiscono ad aggravare il problema che presentiamo oggi.

La resistenza ai farmaci, infatti, è direttamente collegata all’uso smodato degli stessi. Intendiamoci, alla base vi è un fenomeno del tutto naturale, ossia le mutazioni genetiche cui normalmente vanno incontro i batteri, ma la diffusione e la velocità con cui questo avviene è legata all’uso improprio che facciamo degli antibiotici. Non crediate che non abusandone in prima persona siate esclusi da questo discorso. I batteri resistenti possono, infatti, trasmettersi e causare infezioni anche in persone che non hanno fatto uso di antibiotici. Mentre i batteri sensibili muoiono quando entrano in contatto col farmaco, i batteri resistenti sopravvivono e si moltiplicano.

L’evoluzione colpisce ancora.

L’azione della selezione “naturale” sulla popolazione batterica: l’antibiotico, come agente selettivo, promuove lo sviluppo della resistenza.

In alcuni casi l’antibiotico funge addirittura da acceleratore. Uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution da Robert Beardmore e colleghi dell’Università di Exeter ha stabilito che la crescita dei batteri – nel caso specifico Escherichia coli – può essere stimolata dall’esposizione agli antibiotici.

I problemi maggiori ci sono negli ospedali perché spesso le infezioni insorgono e si diffondono all’interno delle strutture sanitarie. Ma i geni per la resistenza agli antibiotici sono diffusi ovunque. Uno studio pubblicato nel 2014 su Current Biology condotto da microbiologi e genetisti dell’Università di Lione ha infatti scoperto che in tutti gli ambienti, nessuno escluso, sono presenti microrganismi portatori di geni per la resistenza agli antibiotici. Non ne hanno controllati pochi, ben 71 diversi tipi di ambiente; dal suolo alle feci umane, dal permafrost all’intestino delle galline, fino alle acque dell’oceano.

Come se non bastasse, un recente studio ha dimostrato la facilità della trasmissione orizzontale della resistenza ai farmaci. Quella che avviene nei confronti della progenie, infatti, è definita trasmissione verticale, mentre quando la capacità di resistere viene passata da un ceppo batterico all’altro possiamo parlare di trasmissione orizzontale. Questa diffusione avviene per lo più attraverso plasmidi, piccoli frammenti circolari di DNA che possono essere rilasciati e catturati da altri batteri.
Si stanno coalizzando, insomma.

Qui la lista più recente dei principali batteri antibiotico-resistenti a livello globale.

Il problema è gravissimo, alcune stime ritengono che fra poche decine di anni le perdite umane causate da epidemie antibiotico-resistenti possano essere ingenti.

La previsione dei decessi annuali causati da batteri resistenti agli antibiotici per il 2050. Da AMR – Review, 2014.

Anche se il maggior danno lo facciamo noi, con l’uso improprio degli antibiotici, c’è un’altra pratica che contribuisce ad acuire il problema.

Molti di voi avranno sentito parlare della diffusa abitudine di somministrare antibiotici agli animali negli allevamenti intensivi. Per fronteggiare e prevenire le malattie del bestiame – ma negli USA vengono usate anche solo per farlo crescere più velocemente con meno cibo – vengono impiegati antibiotici appartenenti alle stessi classi usate per l’uomo: macrolidi, tetracicline, chinoloni, betalattamici, aminoglicosidi. Pertanto è possibile che gli animali acquisiscano batteri che sono resistenti ad antibiotici impiegati anche contro le infezioni umane. Questo avviene perché il bestiame si trova in condizioni di sovraffollamento tali da facilitare enormemente la trasmissione delle infezioni, senza contare che i piccoli vengono svezzati precocemente, non consentendo agli animali di sviluppare un robusto sistema immunitario. L’Italia è il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici negli animali da allevamento in Europa (dopo Spagna e Germania).

Dagli allevamenti i batteri resistenti possono arrivare a noi in molti modi diversi. In primis attraverso chi vi lavora, poi i visitatori occasionali, durante il trasporto delle carni, tramite gli escrementi che servono da concime per le coltivazioni, vanno nell’aria, nella terra e nelle falde acquifere. Attraverso la macellazione, che coinvolge gli intestini degli animali, possono arrivare nei nostri piatti. Negli USA, nel 2012, l’84% dei petti di pollo, l’82% del macinato di tacchino e il 69% di quello bovino sono risultati contaminati da Escherichia coli. Nel 2008 il governo olandese ha adottato politiche per ridurre l’uso di antibiotici negli allevamenti perché molte infezioni umane (circa un quinto) da MRSA (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina) derivavano dai batteri del bestiame locale.

Esistono delle precauzioni che tutti possiamo adottare per evitare contaminazioni (cuocere bene la carne, lavarsi accuratamente le mani e pulire bene gli attrezzi della cucina, etc) ma il pericolo è dietro l’angolo.
Nel mondo della ricerca si cerca di correre ai ripari. Tra le strategie a cui si pensa ci sono quelle di combinare diversi antibiotici, utilizzare sostanze adiuvanti che rendano i microbi resistenti di nuovo suscettibili e cercare nuovi composti antibatterici. Attualmente esistono pochi medicinali che possono sostituire quelli diventati inefficienti: l’ultima scoperta di una nuova classe di farmaci antibatterici è stata 27 anni fa.

Nel frattempo, c’è qualcosa che possiamo fare noi, smettendo di abusare degli antibiotici e c’è qualcosa che possiamo chiedere a gran voce come consumatori (e anche come esseri umani dotati di empatia); migliorare le condizioni degli animali negli allevamenti.

– Gli antibiotici fanno venire la nausea.
– Anche lo spezzatino… (Dr. House – Medical Division)

Serena Piccardi

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