Falchi – Toni D’Angelo

Peppe e Francesco sono due falchi (agenti della sezione speciale della Squadra Mobile di Napoli), che in sella alla moto volano ogni giorno per le strade della città partenopea, ripulendola (per quanto possibile) dal marcio che la rende irrespirabile. Nella bella sequenza iniziale il regista Toni D’Angelo, già apprezzato autore di film e cortometraggi presentati in vari festival cinematografici, introduce i suoi antieroi in azione, imprimendo alla pellicola un carattere inedito, assente nella maggior parte del cinema italiano.

Il tentativo, pienamente riuscito di oltrepassare gli italici confini, conferma ancora una volta, come anche dalle nostre parti sia possibile sperimentare, senza accontentarsi di produzioni stampate in serie, basate spesso sulle mode del momento. È lecito a questo punto chiedersi, se questo sia il reale motivo che ha relegato la pellicola ai margini di una distribuzione a dir poco vergognosa, uscendo in pochissime sale, pochissime città, pochissime copie. Risultato: pochissimi spettatori. Eppure Falchi è un’opera sporca, oscura, decadente dotata di una luce propria capace di renderla autonoma e avulsa da schemi e meccanismi tipicamente nostrani. Non lascia spazio alle apparenze, sfugge a qualsiasi classificazione, si muove libera verso i luoghi dell’anima, trovando la giusta empatia nelle intense e sofferte interpretazioni di Fortunato Cerlino e Michele Riondino.

I due, sono personaggi moralmente discutibili, con cui si fatica ad entrare in sintonia. Sono due combattenti, abituati al gioco duro, costretti da sempre a restare in piedi. Per loro, la vita sembra non concedere una seconda possibilità e proprio su quest’aspetto tutt’altro che scontato, il regista gioca il tutto per tutto. Il film, inizia pian piano a cambiar pelle, passando da poliziesco a dramma esistenziale, che i due protagonisti tenteranno di elaborare in modo diverso. Sarebbe facile giudicarli a priori questi due falchi dalle ali tarpate, ma ogni loro azione nasconde una ferita sanguinante che non cicatrizza. L’atmosfera cupa e malinconica, che pervade la storia, contribuisce ad una resa stilistica che ricorda da vicino un certo cinema statunitense e non è un caso che D’Angelo, conti tra i suoi maestri Abel Ferrara.

Dal grande outsider americano, sembra aver ereditato la straordinaria abilità nel rendere la disperazione umana, un valore dotato di sorprendente vitalità perchè c’è sempre spazio per la redenzione, sia all’interno di uno squallido hotel, sia in riva al mare. L’unica nota dolente, che suona costantemente è constatare, non senza polemica come molto cinema italiano che meriterebbe maggior tutela ed attenzione, sia praticamente invisibile. Come dimostra l’assegnazione degli ultimi David di Donatello avvenuta una settimana fa, che ha visto il trionfo dei soliti “noti”.

Laura Pozzi

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