Nuova Zelanda: il riconoscimento della personalità giuridica al fiume Whanganui e la rivalutazione della cosmovisione Māori

”Ko au te awa, ko te awa ko au”,  ovvero ”io sono il fiume, il fiume è me”.

Questo detto popolare esprime il rapporto viscerale che lega il popolo Māori al sacro fiume Whanganui (o Te Awa Tupua), che il 16 marzo 2017 è divenuto ufficialmente il primo al mondo ad acquisire personalità giuridica.

Dopo una battaglia legale durata 177 anni è finalmente arrivato il tanto atteso responso, con uno storico atto del Parlamento di Wellington: il corso d’acqua, che con i suoi 145 km percorre l’Isola del Nord dal centro fino al mare,  godrà degli stessi diritti di una persona e della conseguente tutela. Avrà quindi dei rappresentanti legali, uno nominato dalla comunità Māori e uno dal governo, che ne tuteleranno salute e diritti, partendo dall’assunto che danneggiarlo equivarrà ad attentare alla vita dei Māori. Affinché possa essere rappresentato nei procedimenti in tribunale, la nuova legge prevede un indennizzo finanziario di 80 milioni di dollari neozelandesi (52 milioni di euro). Il governo si è impegnato inoltre a contribuire con 30 milioni di dollari (circa 20 milioni di euro), da far convergere in un fondo specifico per la promozione della salute e del benessere del fiume.

«Questa legge riconosce la profonda connessione spirituale fra il locale popolo Whanganui Iwi e il loro fiume ancestrale. Ne riconosce le tradizioni e usanze e crea una base solida per il futuro del fiume», dichiara Christopher Finlayson, Ministro della negoziazione per il trattato di Waitangi (ebbene sì, un ministero ad hoc).

«Da sempre consideriamo il fiume come un nostro antenato», spiega Gerrard Albert, che ha condotto le negoziazioni. «La comunità temeva da tempo per l’impatto del governo sulla salute e sul benessere del fiume. Abbiamo combattuto per un riconoscimento legislativo affinché tutti potessero capire che, dalla nostra prospettiva, trattare il fiume come un essere vivente è il giusto modo di approcciarlo. Esso è un insieme indivisibile, con tutti i suoi elementi fisici e spirituali, dalle montagne del centro dell’Isola del Nord fino al mare, non una proprietà da gestire».

La nuova legge, che si riconnette al trattato di Waitangi del 1840, riflette e onora la visione Māori del mondo, che considera montagne, fiumi, mari come parti dell’universo al pari degli esseri umani e rappresenta un importante precedente per gli altri popoli autoctoni, della Nuova Zelanda e non solo.

Poco dopo questo riconoscimento, infatti, la Corte suprema dell’Uttarakhand ha riconosciuto la personalità giuridica al  fiume Gange e allo Yamuna.

È stato compiuto un passo importante, ma la battaglia è ancora lunga: questioni di dettaglio dovranno essere negoziate e bisognerà vigilare sulle modalità effettive di attuazione della legge, affinché non abbia una valenza solo simbolica. «I Whanganui Iwi si adopereranno per assicurare che tutte le parti interessate e le comunità che vivono lungo il fiume si impegnino attivamente per garantire il benessere del fiume e il suo futuro nel lungo periodo», ha rimarcato il deputato Finlayson, auspicando  il rafforzamento di un sistema partecipato che veda lo Stato affiancato (e controllato) dai popoli tribali.

I MĀORI E LA COLONIZZAZIONE

In tutta la Nuova Zelanda troviamo 79 siti tradizionali tribali. Le prime tribù Māori giunsero dalla Polinesia attorno al 1.000 d.C. viaggiando per migliaia di chilometri sulle waka, canoe a doppio scafo, orientandosi grazie alle stelle, alle correnti e al volo degli uccelli. Sottomisero le popolazioni preesistenti, nel 14° secolo accrebbero il loro numero con  una nuova ondata di migrazioni e fu introdotta l’agricoltura. Principalmente dediti a questa attività, possedevano già una tecnologia avanzata e una complessa organizzazione sociale.

Nella visione tradizionale della loro società, gli individui vivono principalmente all’interno delle whanau (famiglie), che si uniscono per formare gli hapu (sotto tribù). I gruppi più numerosi sono chiamati iwi (tribù), a capo dei quali c’è l’ariki. Ci sono poi tohunga (sacerdoti), rangatira (nobili), tutua (guerrieri) e schiavi.  Tutte le iwi parlano la stessa lingua, il Te Reo Māori.

Mentre la casta sacerdotale aveva elaborato una propria religione monoteista, il popolo era politeista. L’aspetto più tipico del loro culto, che prevedeva anche sacrifici umani e riti cannibalistici, erano i tabù (tapu), termine polinesiano che significa proibito e che si riferisce a un’entità sacra (persona, animale o cosa) che, se violata, prevedeva come punizione l’esilio o la morte del trasgressore (ad esempio, è un tabù mostrare un tatuaggio prima che sia completato). Convinti che tutte le cose viventi abbiano un’anima (wairua) e che siano manifestazione delle stesse divinità, i Māori veneravano e venerano fiumi, laghi, montagne, alberi. Alcuni elementi geografici sono per loro intrisi da una particolare sacralità, tra questi appunto il fiume Wanganui e i monti Ngaruahoe e Ruapehu.

il tatuaggio (Ta Moko) riveste un ruolo fondamentale: la tatuatura è un rito di passaggio da un fase della vita a quella successiva, generalmente compiuta la prima volta durante l’adolescenza e ripetuta per celebrare i momenti più significativi della vita di una persona. Segno di prestigio, simboleggia il rango sociale e il tipo più diffuso è quello facciale (Moko). Poiché i tatuaggi fanno parte della tradizione e della storia della propria famiglia, i Māori si sentono offesi nel vederli su un uomo non appartenente alla loro cultura. Vengono eseguiti con inchiostro ricavato da prodotti naturali, che penetrano nella pelle mediante l’utilizzo di coltelli e strumenti simili a scalpelli. Caratterizzato da forme circolari e disegni spiraliforme, ogni tatuaggio è così ricco di dettagli da rendere praticamente impossibile imbattersi in due tatuaggi uguali.

Lo hongi, tradizionale saluto Māori, è utilizzato ancora oggi in cerimonie ufficiali e consiste nel premere dolcemente naso e fronte contro quelli dell’interlocutore. Grazie a questo contatto i due si scambiano il soffio di vita (ha) o, secondo alcune interpretazioni, condividono il proprio spirito con l’altro.

L’arte è espressione diretta degli dei e del rapporto con essi. Secondo la tradizione, le divinità parlano con gli uomini attraverso i maestri intagliatori del legno, i tohunga whakairo.

Durante la Haka, danza rituale che identifica questo popolo nell’immaginario collettivo, per esprimere potenza e coraggio i Māori spalancano gli occhi, digrignano i denti, mostrano la lingua e si battono violentemente il petto e gli avambracci.

Le frequenti guerre tra tribù  li spinsero a vivere in villaggi fortificati, in zone separate e densamente popolate, continuamente in conflitto tra loro e, convinti che sconfiggere una tribù nemica accrescesse il mana (onore e il prestigio), celebravano le vittorie uccidendo i prigionieri e cibandosene.

Storicamente i Whanganui River iwi, popolazione Māori stanziata nell’area del fiume omonimo, si oppose ai coloni inglesi che giunsero nella seconda metà del 18° secolo e accettarono la presenza britannica solo nel 1840, con la stipula del trattato di Waitangi. Il trattato, sottoscritto dai capi delle popolazioni Māori e da un rappresentante della corona britannica, è l’atto costitutivo della nazione neozelandese e impegnava la Corona a garantire sostanziale protezione agli interessi e alle proprietà tradizionali degli autoctoni. La versione inglese e quella in lingua Māori differiscono però in maniera svantaggiosa per i nativi polinesiani, con conseguenti problemi interpretativi  che hanno originato accese proteste.  I maggiori riguardano l’Articolo 1: nella versione Māori, il popolo autoctono cede alla Corona il kawanatanga, ossia il diritto di amministrare. Il termine implica il mantenimento dell’autonomia e dell’indipendenza nella gestione dei propri interessi, negate invece nella versione inglese, secondo la quale essi cedono la sovereignity, ovvero la sovranità.

La predisposizione iniziale delle popolazioni autoctone ad intraprendere attività commerciare con i bianchi lasciò il largo alle guerre dei Māori (1843-48 e 1857-69), esplose a seguito della smisurata crescita degli insediamenti degli europei i quali, giunti a orde soprattutto dopo la scoperta dell’oro, li depredarono  progressivamente delle loro terre. Non a caso la parola Māorisignificanormale, in contrapposizione agli invasori inglesi, definiti dagli autoctoni pakeha. Al termine dei conflitti e a causa delle malattie portate dai coloni nell’isola, la gran parte era stata sterminata: il loro numero crollò da 120.000 nel 1769 a 42.000 nel 1896.

Per cercare di porsi di fronte ai coloni in una situazione di parità e di coesione, con il Kīngitanga (Māori King Movement) i Māori arrivarono a costituire un sistema che assunse l’aspetto di un governo alternativo, con una propria bandiera, consiglieri, magistrati, forze dell’ordine e, cardine del sistema, un sovrano (elettivo, ma anche nominabile dal predecessore). Il gesto non piacque alla monarchia britannica, che lo interpretò come una sfida alla propria autorità e nel 1863 invase Waikato (sede del “governo alternativo”).

LA RIVALUTAZIONE DELLA CULTURA MĀORI

La cultura Māori è innegabilmente parte integrante della cultura della Nuova Zelanda, che sta progressivamente riconoscendo l’importanza di questo popolo e introducendo tutele crescenti, considerate insufficienti o eccessive a seconda delle interpretazioni.

Nel 1997 il governo neozelandese si è scusato per i danni morali e materiali subiti da questa etnia durante la colonizzazione e ha riconosciuto loro un indennizzo per le violazioni del Trattato di Waitangi.

Negli ultimi decenni i Māori hanno conosciuto un forte incremento demografico: attualmente la popolazione stanziata nell’Isola del Nord è di circa 300.000 persone. Oltre l’80% vive ormai in zone urbane, pur mantenendo un forte legame con le proprie iwi, hanno costruito scuoleuniversità, partecipano in misura crescente alle attività commerciali e al governo del Paese, anche mediante esponenti nella Camera di Rappresentanti.

Il monarca Māori non aveva e non ha alcun potere legale, benché eserciti un forte influenza sulle varie popolazioni locali. L’attuale monarca, Tuheitia Paki, è stato eletto nel 2006 ed è il settimo a ricoprire questa carica.

A causa degli eventi che hanno coinvolto il suo popolo, fino a quaranta anni fa la loro lingua era parlata da un numero limitatissimo di persone, principalmente residenti nelle aree rurali. A partire dalla fine degli anni Settanta iniziano però a formarsi i primi movimenti per il recupero della lingua Māori, che nel 1987 ottengono il supporto del governo con il riconoscimento di idioma ufficiale della Nuova Zelanda. Alla promozione e al finanziamento di progetti e iniziative volti al recupero e alla rivitalizzazione di questo idioma ha fatto seguito, nel 2003, la pubblicazione del Māori Language Strategy da parte del governo neozelandese, ovvero  un piano per giungere entro il 2028 a una situazione in cui il Te Reo Māori sia nuovamente ed ampliamente parlato dalla popolazione autoctona.

Per quanto riguarda il credo religioso, la gran parte si è convertita al Cristianesimo e pochi di loro hanno ancora il volto tatuato, nonostante il tatuaggio continui ad avere una particolare valenza simbolica.

L’interpretazione storica meno popolare delle vicende che li hanno riguardati è ben poco romantica e suggestiva: i Māori non sarebbero stati conquistati e privati delle loro terre dai coloni europei, ma salvati dagli stessi, che ebbero un ruolo fondamentale nel porre fine alle feroci e autodistruttive guerre tra tribù. A fronte della crescente integrazione dei Māori, c’è chi è convinto che il Trattato di Waitangi stia bloccando lo sviluppo della Nuova Zelanda e accusa il governo di investire da anni risorse per la tutela dei loro diritti, della loro cultura e per il pagamento di indennizzi, lasciando da parte questioni più importanti. Secondo costoro se, come sostengono i Māori, non c’è mai stata la cessione della sovranità agli inglesi e, di conseguenza, essi disconoscono tutto ciò che questa ha generato, lo stesso Waitangi Tribunal (tribunale per i ricorsi relativi alla violazione del Trattato di Waitangi, creato dal Parlamento neozelandese), non dovrebbe essere da loro riconosciuto.

La realtà dei fatti ci mostra però che la situazione attuale non è poi così florida: dalla colonizzazione a oggi piaghe sociali quali l’alcolismo, la disoccupazione e le condizioni abitative indecenti sono diffuse in particolare tra i Māori. È insomma fuori luogo sostenere che le attenzioni di cui hanno goduto negli ultimi anni siano state risolutive e li abbiano posti in una situazione particolarmente privilegiata.

Martina Masi

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