La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira) – Raúl Arévalo

Madrid, estate 2007, ci troviamo in una macchina ferma davanti a una gioielleria sotto il sole di agosto.
Noi siamo passeggeri sul sedile posteriore mentre Curro alla guida attende i suoi complici, pronto ad accendere il motore e partire a razzo. Qualcosa però va storto, così il suono delle sirene prima percepibile in lontananza si fa sempre più alto e, in un attimo, le auto della polizia ci sono addosso! I rapinatori optano per diverse vie di fuga a piedi, Curro prova a mettere in moto ma non c’è verso, un impatto violento e in pochi minuti scattano le manette ai polsi.
D’ora in poi diventiamo spettatori da remoto.
Questo incipit sviluppato con un piano sequenze straordinario rimane il punto di forza di tutto il film.
Il periodo di detenzione per  Curro (Luis Callejo) è di otto anni, al termine dei quali lo attende fuori  la sua compagna Ana (Ruth Dìaz), che gestisce un bar insieme a suo fratello. Nel frattempo però, nella vita della donna è entrato Josè (Antonio de la Torre), un uomo solitario, tormentato, che attende con altrettanta impazienza il ritorno di Curro all’insaputa di tutti… dall’incontro dei due uomini si snoda la seconda parte del film, in un percorso cupo e doloroso per entrambi, anche rischioso sebbene uno di loro non abbia ormai più nulla da perdere.

Il regista esordiente Raúl  Arévalo, già affermato attore spagnolo, manifesta in questo thriller dal sapore anche un po’ western (dinamiche, e alcune inquadrature in particolare, mi hanno ricordato i bei film di Sergio Leone) e dalla trama semplice, tutte le sue qualità di buon allievo, tuttavia io non ho condiviso alcune scelte stilistiche, come quella di utilizzare qui la narrazione a capitoli – stile Tarantino in Kill Bill, per intenderci  –  e quella di riempire la sceneggiatura di tanti spunti, senza però approfondirli, inclusa la scena conclusiva.
Sono palesemente scelte volute, così come lo è il tipo di fotografia che propone immagini “sporche” proprio per sottolineare il clima di violenza e rancore in cui si respira aria di vendetta,  coerentemente alla scenografia che vede quartieri di periferia esteticamente sgradevoli.
Eppure proprio la mancanza di approfondimenti, insieme a una colonna sonora che non aggiunge assolutamente nulla,  hanno fatto si che le mie grandi aspettative alimentate nella scena d’apertura rimanessero poi disattese.
Totalmente positiva, invece, la mia impressione riguardo il cast e l’interazione tra i protagonisti, non solo attraverso i dialoghi, ma anche in quei silenzi eloquenti con sguardi carichi di espressività (tra i vari riconoscimenti che il film e il regista stesso hanno ricevuto, anche Ana/Ruth Diaz è stata premiata come migliore attrice per la sezione Orizzonti, all’ultimo Festival di Venezia). Mi è sembrata perfetta, direi quasi naturale, la scelta di una interpretazione minimalista,  proposta da attori che sembravano avere i personaggi disegnati addosso su misura.
Insomma, quest’esperienza cinematografica potrei paragonarla alla sensazione di avere davanti agli occhi un piatto di bell’aspetto e nel quale ci sono ottimi ingredienti che, però, avrei potuto assaporare pienamente se questi fossero stati dosati diversamente, alcuni con maggiore generosità ad esempio.
Infine, una inquietante citazione di Giulio Andreotti mi è risuonata in testa da circa metà film fino all’ultima scena: “la cattiveria dei buoni è pericolosissima”.

Francesca Micci

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