La prigionia, la vita a L’Avana e la paternità del telefono: la turbolenta storia di Meucci

Perché ci occupiamo della vita di un inventore come Meucci? Wikipedia scrive che l’inventore si differenzia dallo scienziato, perché, proprio come un ingegnere, è ancorato a una visione utilitaristica e commerciale della scienza, mentre il secondo opera nel campo della ricerca pura. La nota web-enciclopedia sottolinea che si tratta di una divisione teorica, infatti sovrapposizioni e sconfinamenti sono comuni. Gli studi e le ricerche di un inventore sono principalmente condotti allo scopo di inventare qualcosa che abbia una qualche utilità commerciale ma le implicazioni possono andare oltre.

Ci occupiamo di Meucci, così come abbiamo scritto di altri, perché secondo noi una buona approssimazione è quella di Thomas Edison, che si definì un inventore scientifico.

Inoltre, la vita del nostro è particolarmente interessante e poi, avendo già parlato del suo “antagonista”, ci sembra opportuno bilanciare.

In molti avrete sentito parlare della controversia fra Antonio Meucci ed Alexander Graham Bell per l’attribuzione della paternità dell’invenzione del telefono. L’intera vicenda giudiziaria e le successive indagini sono entrate, ormai, nella storia delle innovazioni scientifiche. Anche prima della suddetta contesa, però, Antonio Meucci ebbe una vita assai tormentata.

Nasce in questo giorno, a Firenze, 209 anni fa, da una famiglia di origini modeste. A tredici anni viene ammesso all’Accademia di Belle Arti dove apprende, oltre alle materie base, la chimica e la meccanica. Ancora giovanissimo, il padre riesce a farlo assumere come portiere.

Negli anni seguenti si distingue per bravate di vario genere che lo portano spesso in carcere, la prima volta aveva solo 17 anni. Finì in prigione varie volte per diversi motivi: per quella che oggi si chiamerebbe negligenza colposa, per abbandono del posto di lavoro, a causa di alcune tresche amorose e per aver partecipato ai moti carbonari nel 1833. In carcere entra in contatto con personaggi della massoneria e dell’opposizione al Granduca.

Inizia a lavorare per vari teatri fiorentini come aiuto macchinista e, grazie alle sue competenze in materie meccaniche, approda al prestigioso Teatro della Pergola. All’epoca un prodigio della tecnica, tanto da essere considerato una pietra miliare nella storia dell’architettura teatrale a livello mondiale.

Il telefono acustico installato negli anni 30 dell’ottocento da Antonio Meucci al Teatro della Pergola.

Quella teatrale fu, per Meucci, un’esperienza molto positiva sia dal punto di vista professionale che personale. Non solo veniva, finalmente, ricompensato in modo decoroso ma poteva mettere in pratica quello che aveva imparato in accademia e migliorarsi. Installò un pratico telefono acustico per poter comunicare dal piano del palco, tramite un tubo incassato nel muro, con i macchinisti che lavoravano su di una struttura posta a 18 metri di altezza.

Non solo, in questo teatro agiva un gruppo di carbonari con cui rimarrà in contatto e, sempre qui, lavorava una giovane sarta, che diventerà sua moglie.

La compagnia venne scritturata da un impresario catalano con base a Cuba e ben 81 persone, compresi Antonio e sua moglie Ester, dovettero imbarcarsi per L’Avana. Fortunatamente fu organizzato un viaggio clandestino perché, con i suoi trascorsi giudiziari, il nostro eroe non avrebbe mai potuto ottenere un regolare passaporto!

I coniugi Meucci trascorsero a Cuba ben 15 anni felici, durante i quali Antonio ebbe modo di interessarsi e di sperimentare in vari campi quali la chimica, l’acustica e l’elettromagnetismo. Per quanto concerne la chimica, si adoperò per la filtrazione delle acque dell’isola e per migliorare la conservazione dei corpi dei defunti da rimandare oltreoceano.

Divenne un esperto in galvanizzazione, il processo che consente di ricoprire un manufatto metallico con uno strato sottile e fortemente aderente di un altro metallo allo scopo di proteggerlo dalla corrosione. Si fece un nome ed era davvero benvoluto, a L’Avana.

Si dice che non perse mai il fervore che lo animava come sostenitore dei moti rivoluzionari dell’Italia risorgimentale, continuando a finanziare i movimenti a distanza.

Di tutti, l’interesse che lo portò all’invenzione per cui è rimasto nella storia fu quello per l’elettroterapia. Sperimentò, infatti, l’uso dell’elettricità per fini terapeutici, soprattutto su soggetti affetti da reumatismi. L’isola era molto umida. Durante uno dei suoi esperimenti, si accorse che il grido lanciato dal malcapitato paziente a causa della scarica elettrica ricevuta arrivava a lui, che si trovava in un’altra stanza, attraverso l’apparecchio che stavano utilizzando. Senza volerlo, l’inventore fiorentino era stato il primo a trasmettere la voce utilizzando segnali elettrici. Meucci ripeté più e più volte l’esperimento, perfezionando piano piano quello che aveva chiamato telegrafo parlante.

Fra il 1851 e il 1871 realizzò oltre 30 diversi modelli di telefono, perfezionando la ricezione e la trasmissione della voce usando un nucleo magnetico permanente, una bobina e un diaframma.

Nel 1850, vista l’impossibilità di rinnovare il contratto a L’Avana, dove l’eccessiva umidità iniziava a danneggiare la salute della moglie, si trasferirono nella città che ai tempi doveva essere il centro del mondo: New York. Mentre procedeva il perfezionamento dell’apparecchio, la salute di Ester peggiorò al punto da costringerla a letto, nella loro casa di Staten Island.

In questo preciso momento la storia di Bell e quella di Meucci si assomigliano in modo, concedetemelo, piuttosto romantico. Entrambi, infatti, si dedicarono alle loro invenzioni al fine di migliorare la comunicazione con le rispettive mogli; nel primo caso per ovviare alla sordità della donna, per il fiorentino lo scopo era parlare con la compagna relegata nelle sue stanze. Nel 1857 definisce così il suo apparecchio: “consiste in un diaframma vibrante e in un magnete elettrizzato da un filo a spirale che lo avvolge. Vibrando, il diaframma altera la corrente del magnete. Queste alterazioni di corrente, trasmesse all’altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente e riproducono la parola”.

Alla fine degli anni 60 il telefono di Meucci è praticamente pronto. Nel 71 fonda la Telettrofono Company e presenta la sua invenzione all’ufficio brevetti come caveat, una domanda di brevetto, perché il brevetto stesso costava troppo. Dopo alcuni anni, non potendo provvedere al rinnovo della domanda, questa scade.

Quasi due anni dopo Alexander Bell deposita il suo brevetto. A questo punto inizia ufficialmente la controversia perché Meucci si da immediatamente da fare per far valere la propria paternità dell’apparecchio. Egli puntò sul fatto che la sua invenzione era di dominio pubblico nell’area di New York. Nacque così uno dei più complessi e articolati casi giudiziari della storia degli Stati Uniti. Sulla questione si espressero varie corti e vari giudici, assegnando la vittoria una volta a Meucci, un’altra a Bell. Lo stesso Governo degli Stati Uniti intervenne più volte , spinto dall’opinione pubblica, per prendere le parti di Antonio Meucci, membro conosciuto e stimato della comunità italiana di New York.

Gli studi e le ricerche sulla storia del telefono sono proseguiti fino alla fine del secolo scorso.

Purtroppo l’italiano non visse abbastanza da veder riconosciuta la sua invenzione. Troppo avrebbe dovuto vivere dal momento che il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto il suo contributo soltanto l’11 giugno 2002! Per oltre un secolo, infatti, ad eccezione dell’Italia, Bell è stato considerato l’inventore del telefono.

Quella del telefono non fu certo la sua unica invenzione, brevettò le più disparate idee in diversi settori merceologici fra cui bevande frizzanti a base di frutta e vitamine, un metodo di produzione per il ragù alla bolognese (!), fogli di carta bianca e resistenti, un sistema di fabbricare candele e oli per vernici e pitture.

Ebbe una vita avventurosa, come piace raccontarne, a causa delle sue idee e del suo lavoro. Fu un raffinato e geniale inge­gne­re, dall’indole schietta e dal pensiero versatile. Si batté fino alla fine per il riconoscimento della sua invenzione più importante, morendo il 18 ottobre del 1889 con la convinzione che ce l’avrebbe fatta. Magari non si aspettava che sarebbero passati secoli.. miracoli della lentezza della giustizia!

Il progressivo sviluppo dell’uomo dipende dalle sue invenzioni. Esse sono il risultato più importante della sua creatività. Il fine ultimo delle invenzioni è il dominio completo della mente sul mondo materiale, la sottomissione delle forze della natura a favore delle necessità umane. Questo è il difficile compito dell’inventore, molte volte incompreso e non ricompensato a dovere. Egli però viene ampiamente ripagato dal piacere di applicare le proprie abilità e dalla consapevolezza di far parte di una classe privilegiata, senza la quale la razza umana sarebbe già scomparsa molto tempo fa, nel corso della dura lotta contro gli spietati elementi naturali. (Nikola Tesla)

Serena Piccardi

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