UN NUOVO VIETNAM, NUCLEARE

In queste ultime due settimane il mondo sembra precipitato in una situazione a dir poco folle. Nel giro di pochi giorni è stato sdoganato il possibile uso di armi nucleari in un conflitto. La Corea del Nord, ritenuta a torto uno staterello che non può impensierire gli Stati Uniti, con il quarto esercito al mondo composto da 1,2 milioni di persone e 4,5 milioni di riservisti addestrati, continua sulla strada dei test missilistici nucleari della giusta gittata per scatenare un conflitto su scala globale.

Ci sono voluti decenni di guerra fredda per capire che non è possibile combattere una guerra con delle armi atomiche. Se ne accorse per primo colui che contribuì, tra gli altri, allo sviluppo di questo tipo di armi. Albert Einstein infatti ammoniva il mondo dal loro uso sostenendo che se fosse scoppiata una terza guerra mondiale, la quarta si sarebbe combattuta con i bastoni perché la razza umana per come la conosciamo si sarebbe estinta a causa del potenziale livello autodistruttivo ormai raggiunto.

Ci sono voluti invece appena tre mesi di presidenza Trump per ritirare fuori un argomento di questo tipo. E non importa se il nemico non è più l’Unione Sovietica, ma una realtà apparentemente marginale come la Corea del Nord. Soltanto prendere in considerazione un’eventualità del genere porta l’intera comunità internazionale indietro di molti anni. Se si mette in conto che possono essere utilizzate queste armi e non si trattano invece come tabù, ignorando gli accordi per il loro smantellamento che sono andati avanti anni, chi ci assicura che un giorno un Paese come ad esempio il Pakistan non decida di utilizzare il proprio arsenale nucleare contro l’India con una disinvoltura che fino a pochissimo tempo fa poteva sembrare impensabile? Allo stesso modo, cosa dire del nucleare iraniano e di Israele?

Per rimanere al caso della Corea del Nord, cosa succederebbe se un Paese che gli è storicamente alleato come la Cina dovesse condannare un’eventuale aggressione sproporzionata degli USA e ritenere di entrare in guerra a fianco del piccolo Stato comunista? In quel caso la Russia, che confina in un piccolo lembo di territorio anch’essa con il Paese in questione, rimarrebbe a guardare? Non avrebbe la possibilità di utilizzare l’occasione per entrare in rotta di collisione con l’Occidente ed imporsi definitivamente anche in altre aree come il Mediterraneo e il Medio-Oriente levandosi un po’ di conti in sospeso ormai da anni con gli Stati Uniti? Magari partendo da un conflitto convenzionale, per poi finire con un conflitto atomico se dovesse trovarsi alle strette, così come previsto nella sua norma d’ingaggio militare.

Nonostante tutte queste domande e i vari possibili scenari appare chiara una cosa. Chi qualche mese fa si lamentava del premio Nobel per la Pace Obama e della sua aspirante sostituta alla Casa Bianca Hillary Clinton per quanto guerrafondai fossero, e di come il mondo sarebbe sprofondato in una nuova guerra fredda o peggio ancora mondiale proseguendo con la loro linea politica, spero si sia già abbondantemente ricreduto. Almeno il motivo per cui si scontravano con Paesi come la Russia, la Siria o la Corea del Nord era un conflitto di valori sociali, come i diritti civili e la democrazia, da anteporre all’autoritarismo conservatore. Con Trump, che si è subito rimangiato tutte le promesse di non interventismo estero e di migliori rapporti con Putin, la maschera populista è finalmente caduta ed è venuta fuori tutta la contraddizione che detiene un miliardario che si erge a voce del popolo e degli ultimi. Da quando è nata la società capitalista non esiste storia più vecchia, le classi meno abbienti vengono sfruttate dalle più benestanti con la scusa della patria (“Make America great again”) e con la paura del diverso (“America first”), per evitare che queste stesse prendano coscienza e riconoscano chi sono i veri artefici dei propri problemi.

L’uomo bianco con Trump è pronto per giocarsi la sua ultima carta prima di cedere definitivamente il passo alle nuove realtà emergenti, Cina, India e Russia in primis. Una nuova guerra su scala molto più grande di quelle viste dall’ultimo dopoguerra (che ci ricorderebbe che viviamo già anche in anni di crisi eccezionali) ha tutte le carte per esplodere nell’estremo oriente, scenario sempre più protagonista dalla globalizzazione in poi e con degli attori, come la Repubblica Popolare Cinese, sempre più minacciosi nei confronti della leadership mondiale e delle super potenze “debolissime” che invece tentano, inevitabilmente ormai solo con la forza, di mantenere il proprio dominio e la propria supremazia globale. Ciò che si potrebbe prospettare è un nuovo Vietnam, perché ugualmente impantanerebbe gli Stati Uniti e non potrebbe concludersi con la vittoria di nessuno, dato l’uso del nucleare e quindi gli esiti inevitabilmente incerti.

Filippo Piccini

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