Respirazione contro stress e dolore: meditate, gente, meditate!

Inspirare, espirare. Inspirare, espirare. Niente di più facile, lo facciamo di continuo. La respirazione sembrerebbe l’attività più banale del mondo, eppure, forse, è anche la più sottovalutata.

Respirare è un’azione di fondamentale importanza per il nostro corpo, tant’è che è gestita dal sistema nervoso autonomo, la parte del sistema nervoso che controlla le funzioni vegetative, al di fuori del controllo volontario. La respirazione, in fisiologia, consiste nella funzione biologica di scambio dei gas fra organismo e ambiente esterno. L’assorbimento dell’ossigeno è necessario alla sopravvivenza dei tessuti mentre l’emissione del biossido di carbonio è un prodotto di scarto del metabolismo cellulare.

Oltre alla funzione vitale primaria, però, c’è altro.

Grazie alla nostra comune esperienza sappiamo bene che se respiriamo lentamente sentiremo diffondere un progressivo senso di calma. Al contrario, respirando velocemente, sentiamo la tensione salire, i battiti accelerare. E’ un processo noto da millenni. Forse è per questo che, in diverse forme, la meditazione è una pratica antica presente in molte parti del mondo. La dimostrazione scientifica, però, è recentissima.

Uno dei punti cardine delle pratiche di meditazione è proprio nel controllo della respirazione. Il respiro, durante la meditazione, viene utilizzato per calmare la mente.

Esistono diverse tecniche di meditazione, spesso con origini antiche, legate o meno a tradizioni religiose. Gli studi della comunità medica sugli effetti fisiologici della meditazione nelle sue varie forme sono numerosi. Un’analisi comparativa effettuata su di essi, pubblicata nell’ormai lontano 2000 sull’International Journal of Psychotherapy, ha identificato alcune componenti comuni in tutti i metodi meditativi:

  • rilassamento
  • concentrazione
  • alterato stato di coscienza
  • sospensione dei processi di pensiero logico e razionale
  • presenza di una attitudine all’autocoscienza ed all’auto-osservazione.

Buddha in meditazione, Ryoanji Temple, Kyoto.

Le persone che praticano la meditazione sperimentano effetti psicologici benefici, ma non solo.

Grazie alla meditazione, nel cervello avvengono cambiamenti fisiologici che comportano, fra gli altri effetti, una ridotta percezione del dolore. Uno studio del 2011 ha analizzato l’attività cerebrale di volontari cui era stata insegnata una forma di meditazione dove le persone sono invitate a concentrarsi sulla respirazione tenendo lontani pensieri ed emozioni. Niente di trascendentale, quindi, una semplice tecnica impartita a volontari che non avevano mai praticato meditazione. Scansioni della corteccia cerebrale dei partecipanti effettuate prima e dopo l’attività meditativa, hanno messo in evidenza una riduzione significativa dell’attività di un’area fortemente coinvolta nella genesi della sensazione di dolore.

Sempre i ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center hanno, successivamente, approfondito la questione cercando di capire se tale effetto analgesico fosse connesso con la produzione naturale degli oppioidi. Ipnosi, agopuntura e persino la somministrazione di un placebo, infatti, possono essere efficaci nel ridurre il dolore, agendo proprio su questa capacità. I risultati dello studio pubblicato sul Journal of Neuroscience nel 2015 dimostrano che, invece, la meditazione non agisce tramite il sistema recettori per gli oppioidi rivelandosi, quindi, utile per aumentare il sollievo dal dolore evitando il più possibile gli effetti collaterali che sono associati alle terapie con oppioidi.

Rilassarsi per provare meno dolore, quindi, ma anche per aiutare il sistema immunitario a combattere i processi infiammatori.

Una tecnica di respirazione e meditazione sviluppata da uno stuntman olandese, che detiene diversi record mondiali di resistenza al freddo, è stata oggetto di studio da parte dei ricercatori della Radboud University. The Iceman, come viene soprannominato, è in grado di mantenere normale la propria temperatura corporea anche dopo un’ora di immersione nudo in una vasca di ghiaccio. I ricercatori hanno visto che Hof riesce ad alterare volontariamente l’attività del suo sistema nervoso simpatico, che a sua volta influisce sul sistema immunitario. Gli effetti della sua tecnica sono stati analizzati su un campione di 24 volontari cui è stato impartito un periodo di training a guida di Hof stesso. I risultati, pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences, indicano che la tecnica, in effetti, riduce la produzione delle sostanze che stimolano le infiammazioni e aumenta quella delle sostanze antinfiammatorie.

Wim Hof: L’uomo di ghiaccio © Boogert Fotografie

Uno studio del 2013 dimostra che il rilassamento induce un aumento dell’espressione dei geni che controllano l’enzima ATPasi e l’insulina. Si innesca, così, un aumento della produzione di energia che permette alla cellula di reagire in modo efficiente sotto stress e, parallelamente, una diminuzione della produzione di radicali liberi.

Tante conferme, per una pratica che porta benefici a più livelli. La spiegazione scientifica alla base degli effetti calmanti della meditazione è finalmente arrivata e si trova in un piccolo gruppo di neuroni. La scoperta, di un gruppo di ricercatori della Stanford University, si può leggere in un recente articolo pubblicato su Science. Alcuni dei 3000 neuroni presenti nel complesso di pre-Bötzinger (zona scoperta nel 1991 che controlla la respirazione) nel tronco cerebrale sono adibiti alla comunicazione con una struttura cerebrale coinvolta nelle risposte allo stress.

Gli studi di cui abbiamo parlato non si limitano a confermare i benefici per chi pratica tecniche di respirazione, sono la base per la ricerca di nuove terapie per molte patologie. Ansia, attacchi di panico, malattie cardiovascolari e patologie autoimmuni sono alcune di queste.

Che dire? MEDITATE, GENTE, MEDITATE!!

Dicono che se rallenti la respirazione, anche il tempo rallenta. Lo dicono gli indù. (Mr. Nobody)

Serena Piccardi

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