Un’Abbazia tra eucalipti e birra

Nell’articolo di questa settimana vi vorrei parlare di un luogo a me molto caro, che mi riporta indietro nel tempo a quando ero bambina. È uno di quei posti dove i genitori possono rilassarsi e divertirsi insieme ai figli senza aver paura di nulla.

Sono nata e cresciuta a Roma e la fortuna di questa grande metropoli è di essere circondata da una cornice meravigliosa di parchi, ville e piazze che permettono di lasciare libero sfogo a chi vuole vivere da cittadino non “cementificato” e senza doversi spostare eccessivamente.

Solitamente con i miei genitori si approfittava del week-end per sfruttare al massimo le giornate di sole che Roma ci regalava, così una volta preparate le cibarie necessarie e caricate le piccole bici in auto, si partiva alla volta di posti nuovi. Uno di questi non era molto lontano da casa, ma allo stesso tempo sembrava lasciarci immergere in un luogo ameno, dove il tempo si era rifiutato d’inseguire i ritmi frenetici della città e dove l’aria da respirare era più pulita.

Il posto di cui vi parlo si trova nel quartiere EUR di Roma. Qui sorge un affascinante e caratteristico complesso abbaziale che fin dall’alto medioevo fu oggetto di venerazione. Sto parlando dell’Abbazia delle Tre Fontane. Per raggiungerla, lasciata la moderna via Laurentina, si deve percorrere l’antica via delle Acque Salvie, altro toponimo delle Tre Fontane, detta così per la presenza in passato di alcune sorgenti.

Lontane sono le testimonianze che si legano alla presenza di una chiesa. La prima risale intorno al VI secolo d.C. a Narsete (478-574) e dedicata a San Paolo, in quanto questo fu il luogo dove l’apostolo venne martirizzato e decapitato. Sotto Papa Onorio I (625-638) si ha la presenza di monaci greci con il culto per Sant’Anastasio, militare persiano vissuto nel VII secolo che venne martirizzato nel 624. La sua testa, prima reliquia conservata nel sito, venne poi spostata in santa Maria in Trastevere. Con Adriano I (772-795), il complesso monastico andò a fuoco, ma una volta domato l’incendio il complesso fu ricostruito e restaurato.

Grazie alla testimonianza di una bolla di Gregorio VII del 1081, si sa che l’area apparteneva all’abbazia di San Paolo f.l.m. e testimonia la prima presenza di benedettini alle Tre Fontane. A causa della malaria che colpì la zona, questa comunità purtroppo non visse a lungo. Innocenzo II volle un monastero legato ai cistercensi e a loro donò un’area ormai in rovina e malsana nella valle delle Acque Salvie. Tuttavia quest’ultimi, esperti contadini, risanarono il luogo sacro e lo resero vivibile. Grazie a loro possiamo ammirarlo in tutto il suo splendore con la chiesa abbaziale rimasta così come costruita nel XII secolo.

Solo all’inizio dell’Ottocento, i monaci cistercensi dovettero abbandonare l’area a causa di una confisca dei beni religiosi indetta da Napoleone. Pio IX, nel 1868, concesse l’Abbazia ai frati Trappisti, che bonificarono ulteriormente il sito e decisero di piantare un gran numero di eucalipti. Questi ultimi costituivano un rimedio naturale per la malaria. Tutt’oggi possiamo respirare e ammirare il meraviglioso bosco, anche se ne rimane una piccola parte. Infatti, nel 1936 gran parte del territorio dell’Abbazia rientrò nel piano edilizio della realizzazione del nuovo quartiere voluto da Mussolini per accogliere la grande Esposizione Universale di Roma, da cui il quartiere EUR prende il nome.

Guardando da fuori, la struttura dell’abbazia ha le caratteristiche tipiche di un monastero fortificato, con una cinta muraria che avvolge tutta l’aria fatta edificare nel XIII secolo da Onorio III a scopo difensivo. Oggi possiamo osservare una delle principali porte d’ingresso dell’Abbazia, il maestoso Arco di Carlo Magno, denominato così per il ciclo decorativo che si trova al suo interno. L’affresco, quasi totalmente scomparso, doveva ricordare l’episodio della donazione all’abbazia di alcune proprietà in Maremma e nell’arcipelago toscano da parte di Leone III a Carlo Magno, avvenuta nell’anno 805. Fortunatamente, Antonio Eclissi nel 1630 riprodusse questi affreschi con la tecnica dell’acquarello, tuttora conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana a precisa testimonianza delle raffigurazioni originariamente presenti sull’arco. Su quest’ultimo rimangono visibili attualmente solo le figure dei quattro Evangelisti con i loro simboli e parti delle figure della Madonna e San Benedetto.

Prima di entrare nel complesso monastico attraverso l’Arco di Carlo Magno, si percorre l’antico viale delle Acque Salvie e si viene subito accolti dalla Statua di S. Benedetto, custodita nella sua edicola. La statua ricorda al visitatore che si accinge ad entrare in un luogo sacro e lo invita al silenzio con il gesto delicato del dito posto davanti la bocca e la seguente iscrizione:

AUSCULTA O FILI
OBEDIENTIA SINE MORA
ORA ET LABORA
HUC PROPERAT CAELOS OPTAT
QUI CERNERE APERTOS
NEC REMOVET VOTUM SEMITA
DURA PIUM
SEMPER DIFFICILI QUAERUNTUR
SUMMA LABORE
ARCTAM SEMPER HABET VITA
BEATA VIAM

“Ascolta o figlio: obbedienza senza indugio. Prega e lavora. Qui si affretta chi desidera vedere i cieli aperti; e la durezza del percorso non lo distoglie dal santo proposito. Le cose difficili si ottengono sempre con grande fatica. La vita beata passa sempre per uno stretto sentiero.”

Superato l’Arco ci si trova nel complesso abbaziale dove si incontrano tre chiese. La prima, dei SS. Vincenzo e Anastasio, edificata da Onorio I nel 625 e dedicata ai due martiri Sant’Anastasio e San Vincenzo di Saragozza. Lo stile di questa chiesa è quello tipico cistercense, solido e severo, dove la materia madre è il laterizio e non i materiali di spoglio, com’era tipico delle costruzioni romane di quel periodo.

La seconda chiesa, più piccola delle tre, è la Chiesa di S. Maria Scala Coeli del XII secolo.
La chiesa nasce sopra un’antica cripta del martire Zenone e dei suoi soldati cristiani, morti a causa della persecuzione nei confronti dei cristiani dall’Imperatore Diocleziano.
Tuttavia, il nome della chiesa si deve a una visione che il Santo Bernardo di Chiaravalle ebbe nel 1138. Durante la celebrazione di una messa, il Santo vide la Madonna che accoglieva le anime dei defunti liberati dal peccato che salivano in cielo attraverso la scala santa, da qui il nome della chiesa.

L’iscrizione Scala Coeli si ritrova anche sulla porta d’ingresso della chiesa. Alla fine del XVI secolo la chiesa crollò e i lavori della sua nuova ricostruzione avvennero per volere del cardinale Alessandro Farnese, il quale decise di commissionare i lavori a Giacomo della Porta tra il 1582 e il 1584.

Terza e ultima chiesa, la più importante e antica, è quella di San Paolo alle Tre Fontane, detta anche ad aquas salvias. La sua costruzione si fa risalire al V secolo per volere dei cristiani e sorta nel luogo dove l’apostolo Paolo venne martirizzato e poi decapitato nel 67 d.C.

Si narra che la sua testa, una volta tagliata, rimbalzò tre volte sul terreno e ad ogni suo balzo nacque una sorgente d’acqua: una calda, una tiepida ed una fredda. Da qui il nome le “Tre Fontane”.

Sopra le tre fonti sorsero in seguito tre edicole, custodite all’interno della chiesa, lungo la parete della navata e facilmente riconoscibili tutt’oggi grazie all’immagine della testa del Santo raffigurata
in bassorilievo, su tutti e tre i tabernacoli.
La nascita della chiesa avviene in seguito a questo evento. All’interno di San Paolo alle Tre Fontane, sull’architrave della facciata sopra il portale d’ingresso, è posta una targa marmorea che recita: “S. Pauli apostoli martyrii locus ubi tres fontes mirabiliter eruperunt”, ossia “luogo del martirio di san Paolo Apostolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente”. Sopra il timpano si trovano due statue dei Santi Pietro e Paolo e lo stemma degli Aldobrandini, in quanto nel XVI secolo il cardinale Pietro Aldobrandini incaricò lo stesso architetto che ricostruì la chiesa di Santa Maria Scala Coeli, Giacomo della Porta, di ricostruire la chiesa di San Paolo alle Tre Fontane. Qui è custodita anche la colonna dove il martire San Paolo venne legato e decapitato.

Oggi l’Abbazia delle Tre Fontane è un prezioso luogo di culto, dove i monaci ancora si basano sull’esempio dei loro Padri Cistercensi caratterizzato da uno stile di vita dedito alla povertà e al lavoro manuale. Il monastero conserva un ampio terreno all’interno del quale i monaci possono svolgere lavori agricoli, allevare il bestiame, produrre e vendere all’interno del loro punto vendita: olio, miele, cioccolata, liquori (tipici quelli all’eucalipto) e birra.

Vale la pena soffermarsi proprio sulla produzione di quest’ultima, nata dalla passione e dedizione dei monaci trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane, che nel maggio del 2015 sono entrati a far parte degli undici birrifici al mondo che producono autentica birra trappista unendosi a quelli del Belgio, Olanda, Austria e Sati Uniti.

Inizialmente denominata Birra dei Monaci, oggi ha conquistato il marchio esagonale Authentic Trappist Product, col nome Birra Tre Fontane. La particolarità di questa birra rispetto a le altre birre trappiste, è la presenza di eucalipto, che la rende unica nel suo genere e le dona un retrogusto balsamico non troppo amaro.

Che dire, non vi resta che visitare questa piccola comunità di trappisti per assaggiare i loro prodotti tipici, bere un bicchiere di birra e respirare l’aria limpida e profumata che gli eucalipti donano a questo spazio in cui il frastuono della Capitale e la sua aria malsana vengono improvvisamente dimenticati.

Domenica 30 aprile, insieme all’associazione Introarte e alla sua guida, si avrà la possibilità di visitare l’Abbazia delle Tre Fontane.

https://www.intro-arte.it/our-visit/guided-tours/30042017-abazia-delle-tre-fontane/

 

Sara Moauro

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