Alle origini dell’Europa moderna: Napoleone Bonaparte

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

Quanti di noi, nel leggere per la prima volta l’incipit dell’ode “Il 5 maggio” di Alessandro Manzoni, si sono chiesti chi fosse questo “Ei” e perché meritasse un così magniloquente necrologio? Senza dubbio tale domanda, sorta magari durante qualche stanca ora di lezione scolastica, sarebbe apparsa del tutto tautologica nel 1821, anno in cui l’ode stessa fu scritta. In vita, infatti, il nome di costui aveva attraversato l’Europa viaggiando “Dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno” sulla punta delle baionette dei suoi eserciti vittoriosi; i regnanti lo avevano pronunciato con timore, le nascenti borghesie nazionali con fiducia e speranza. In morte le conseguenze e i lasciti delle sue gesta erano tali da rendere persino superfluo il nominarlo, quasi, anzi, che il nome stesso fosse elemento troppo terreno per riferirsi all’“uomo fatale” che la Storia aveva eletto a strumento principe per uno dei suoi balzi in avanti. Quell’uomo, in cui il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel aveva visto “cavalcare lo spirito del mondo”, non poteva essere confuso con nessun altro; egli era Napoleone Bonaparte.

Con tutta evidenza, d’altronde, a quasi due secoli di distanza, sarebbe quantomeno ingeneroso nei confronti dell’ignaro lettore pretendere un’associazione tanto immediata. Inevitabilmente, infatti, quella stessa storia nel cui quadro Napoleone lasciò una impronta tanto importante ha lentamente sfumato la memoria del generale corso, fino a lasciarne vivi nella coscienza collettiva solo alcuni aspetti aneddotici. Di certo molti di noi ricorderanno le sue grandi qualità di stratega militare, immortalate simbolicamente nel noto dipinto di Buzon De Pintura che lo ritrae sul suo cavallo bianco mentre sembra indicare con l’indice destro la strada per la vittoria alle truppe francesi. La perizia dimostrata sui campi di battaglia, tuttavia, appare spiegazione troppo labile per giustificare tanta fama e considerazione fra i suoi contemporanei. Al fine di comprenderne le ragioni occorrerà, dunque, volgersi al contesto di grande sconvolgimento socio-politico in cui Napoleone mosse i suoi passi. Ricorriamo ancora una volta alle parole del Manzoni:

Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fè silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.

In questi versi c’è forse più di quanto l’autore volle scrivere. Ad emergere prepotente, infatti, non è solo o tanto un mero riferimento cronologico alla vita di Napoleone bensì lo scontro in atto fra due secoli che portavano con sé letture profondamente differenti del mondo: da una parte il ‘700 con la sua concezione aristocratica d’ancien regime, dall’altra l”800 con il nascente protagonismo di una borghesia rampante. Ed effettivamente il generale corso si pose fra i due secoli come una figura ibrida, di certo volta al futuro ma non del tutto in grado di sciogliersi dal passato.

Figlio prediletto della Rivoluzione francese di cui portò alta la bandiera nella prima campagna d’Italia e nelle campagne di Egitto e Siria (1796-1799) ne fu anche il boia essendo il principale fautore del colpo di Stato del 18 Brumaio (9 novembre) 1799. Con esso il processo rivoluzionario avviatosi nel 1789 e che, non senza contraddizioni, si era impegnato a smantellare le secolari strutture della Francia monarchica, veniva dichiarato concluso. “Citoyens, la révolution est fixée aux principes qui l’ont commencée, elle est finie” (Cittadini, la rivoluzione è fissata ai principi che l’hanno avviata, essa è conclusa): con queste parole lo stesso Napoleone destituiva il Direttorio che aveva guidato la rivoluzione dal 26 ottobre 1795 e poneva a capo della Francia un triumvirato di consoli da lui stesso presieduto e controllato. D’altra parte l’esplicita assunzione del potere assoluto nelle sue mani era soltanto rimandata: il 18 maggio 1804, infatti, Napoleone si faceva proclamare plebiscitariamente dal Senato Imperatore dei francesi e, di lì a poco più di un anno, Re d’Italia (26 maggio 1805).

La rinascita della monarchia in Francia determinava, in un certo qual modo, un curioso paradosso storico nel quale i due secoli di cui sopra finivano per fondersi e confondersi. Tale monarchia non restaurava evidentemente lo status quo pre-rivoluzionario: ponendo  le sue basi sul Codice Napoleonico entrato in vigore il 21 marzo 1804, essa delineava un potere costruito su una concezione fondamentalmente borghese della società nella quale i retaggi dell’ancien regime e del feudalesimo erano eliminati in via definitiva. Ciò non di meno essa restava espressione di un potere assoluto che faceva piazza pulita di quegli ideali liberali da cui la rivoluzione francese aveva tratto linfa vitale. Le speranze di quanti, in tutta Europa, avevano voluto vedere in Napoleone un potenziale liberatore illuminato, in grado di esportare la rivoluzione oltre i confini francesi furono, così, duramente deluse. Si pensi, a semplice titolo esemplificativo, che Ludwig van Beethoven nell’apprendere la notizia della nomina imperiale strappò di suo pugno la prima pagina della III Sinfonia detta Eroica per rimuovere la dedica da lui apposta al generale di Ajaccio.

Se, dunque, la figura di Napoleone imperatore, immortalata anch’essa in un famoso dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres, vide crescere senza dubbio la sua importanza e gloria terrena, possiamo dire altrettanto del personaggio storico Napoleone imperatore? La domanda non è di semplice risposta. Certamente le molteplici campagne militari contro le altrettante coalizioni antifrancesi che videro gli eserciti napoleonici impegnati dalla penisola iberica alla Russia fra il 1805 e il 1814, furono uno strumento eccellente, sebbene coercitivo, per veicolare la nuova visione della società su cui si era basata la Francia imperiale. Molti furono i semi piantati in tutta Europa per quella che sarebbe divenuta la concezione e la struttura moderna di Stato nazione. Ciò conserva una importanza storica innegabile. Eppure, l’evidente voltafaccia rispetto agli ideali rivoluzionari, l’assunzione del potere assoluto ancorché “per volontà del popolo” e non “di Dio” come era per i vecchi monarchi francesi, l’approccio puramente espansionistico – imperialista diremmo oggi – alle campagne militari, il ricorso a matrimoni di comodo per la spartizione del potere europeo, solo per citare alcuni aspetti, sembrano più adombrare che esaltare la figura di Napoleone rispetto alla funzione fortemente innovatrice dei valori e principi scaturiti dalla Rivoluzione francese. Non a caso fu lui stesso a sottolineare, durante il suo esilio sull’isola di Sant’Elena, che l’umanità lo avrebbe ricordato più per l’importanza del suo Codice civile che per le sue vittorie militari. In questo senso, in effetti, le sorti belliche che, dopo avergli a lungo arriso, lo videro sconfitto nella “battaglia delle nazioni” di Lipsia (16-19 ottobre 1813), esiliato sull’isola d’Elba – di cui pure gli era riconosciuto il principato con il mantenimento del titolo di imperatore –, di nuovo sui campi di battaglia europei nei famosi “100 giorni” per essere definitivamente sconfitto a Waterloo (18 giugno 1815), sembrano davvero particolari cristallizzati nel tempo di un’esistenza destinata a far risuonare la sua eco nei secoli.

Proviamo ora, con un piccolo sforzo di immaginazione, a figurarci il generale Bonaparte durante i suoi ultimi anni di vita. Immaginiamolo assorto, sulla spiaggia della remota isola di Sant’Elena ove l’esilio, imposto dai restauratori europei, lo voleva costretto. È fermo, immobile. Il busto eretto. Lo sguardo fisso verso le acque dell’oceano, come a lanciare una sfida alle tremende forze della natura che spesso squassano l’Atlantico. I suoi pensieri sono rivolti ad un mondo combattuto, dominato e, da ultimo, perduto. Pure nella sconfitta, tuttavia, egli appare ineffabile, maestoso, terribile. Nel secolo del romanticismo tale immagine, che forse davvero ebbe a verificarsi, avrebbe condensato in sé il concetto di sublime. Oggi, a quasi due secoli da quel 5 maggio 1821 in cui le sue spoglie mortali esalarono l’ultimo respiro, pur se solo frutto di fantasia, ci aiuta a rammentare chi fu Napoleone Bonaparte.

Andrea Fermi

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