Il Templum Pacis: Foro o piazza monumentale?

Nell’articolo di questa settimana vi vorrei parlare di uno dei Fori, o meglio Templi, più discussi della Roma Antica, dove gli scavi archeologici, tutt’oggi in corso, tentano a suon di picconi e pale di riportarlo alla luce nella sua interezza, il Foro della Pace.

Intimamente connesso con i Fori Imperiali, dei quali costituisce un’appendice verso sud-est, il Tempio della Pace è anch’esso una piazza monumentale simile a un foro. Fu infatti impropriamente denominato, alla fine dell’impero, Foro della Pace.

Gli autori antichi come Plinio il Vecchio, chiamavano l’edificio Templum Pacis, “ Tempio della Pace”. Il nuovo complesso monumentale sorse a ridosso della Velia, il modesto rilievo che sbarrava a sud la valle dei Fori e che fu rimosso nel 1932 per l’apertura dell’attuale Via dei Fori Imperiali.

Separato in origine dal Foro di Augusto, verso cui era orientata la sua facciata, venne in seguito collegato a esso dal Foro Transitorio, che occupò lo stretto spazio interposto. Il lato di fondo, dove si trovava il tempio, giungeva a sfiorare la Velia, da cui lo separava la strada che collegava il Foro alle Carinae. Nella zona al di là della strada, sulla Velia, occupata in un primo tempo dal mercato delle spezie (Horrea Piperataria), sorse più tardi la Basilica di Massenzio. Quest’ultima era identificata con il Tempio della Pace fino all’inizio del XIX secolo quando, per merito di Antonio Nibby, prevalse la giusta denominazione.

La costruzione è dovuta al primo imperatore della dinastia flavia, Vespasiano, e fu realizzata tra il 71 e il 75 d.C. Come nota Giuseppe Flavio (Bell. Iud., VII, 161), l’imperatore Vespasiano eresse piuttosto in fretta il ricchissimo tempio, ritenuto il più grande di tutti a Roma. Il terzo complesso forense imperiale fu ideato per commemorare l’ordine ristabilito dall’avvento dell’imperatore, sancito dall’instaurazione di un nuovo periodo di pace e, al contempo, celebrava un importante evento politico-militare rappresentato dalla vittoria sui Giudei con la presa del tempio di Gerusalemme.

La scelta per la sistemazione della nuova piazza, nell’area già prescelta da Cesare e Augusto per la costruzione dei loro Fori, ricadde in una zona facilmente riscattabile dalle casse imperiali e meno impegnativa per i lavori di sbancamento e di regolarizzazione delle pendici collinari circostanti.

L’originalità del nuovo tipo architettonico si coglie inoltre nella rielaborazione del modello delle piazze porticate ellenistiche, tradotte in ambito romano in numerosi esempi pubblici di porticus monumentali di epoca repubblicana ed augustea.

Il Templum Pacis si caratterizza per la presenza di tre lati porticati con colonne in granito rosa di Assuan, sopraelevati rispetto alla piazza centrale destinata a giardino, mentre il lato settentrionale, dove si apriva l’ingresso principale fiancheggiato da accessi minori, presenta un profilo movimentato da colonne addossate alla parete. Solo il lato di fondo è occupato, alle spalle del portico, da una serie di ampie aule di cui quella centrale costituisce la vera e propria aedes, a differenza del tipo canonico dei templi presenti nelle altre piazze imperiali.

Un’altra distinzione con gli altri fori è il suo nome, che ne ricorda la consacrazione alla Pax, sottolineandone così la sua specifica funzione culturale. La natura di spazio aperto al pubblico godimento è invece sottolineata dal carattere del complesso quale contenitore di opere d’arte.

Di grande unicità è anche la sua decorazione architettonica, attestata in massima parte nel suo restauro severiano (posteriore all’incendio di Commodo nel 192 d.C.).

Veduta ricostruttiva del TemplumPacis.

(A sinistra) ricomposizione di Vasca (labrum). Scultura di Età Severiana, inizi III sec d.C., porfido rosso egiziano. (A destra) capitello corinzio del rifacimento dei portici del Templum Pacis a largo Corrado Ricci.

La decorazione è meravigliosamente espressa anche nel caso della scelta dei tipi marmorei utilizzati nella splendida pavimentazione in opus sectiles nell’aula del tempio, con impiego di rotae di 2,5 m di diametro in marmo pavonazzetto, granito grigio e porfido rosso.

Gli scavi tuttora in corso hanno riportato alla luce una larga parte del complesso. L’aspetto del monumento si può ricostruire soprattutto sulla base di alcuni frammenti della pianta marmorea severiana, che era affissa proprio in uno dei suoi ambienti.

Pavimento in opus sectilea grande modulo dell’aula di culto del Templum Pacis.

Il tempio era costituito da una semplice aula absidata, che si apriva sul fondo del portico come una specie di grande esedra. Nell’abside, al centro della parete di fondo, era collocata la statua di culto, con il suo altissimo basamento in laterizio, liberato dagli scavi. Una prima fila di colonne segnava la distinzione tra il tempio e il portico antistante, le sei colonne della fronte s’inserivano entro il colonnato del portico, distinte solo dalle basi e dalle dimensioni maggiori. Nella visione dalla piazza il frontone doveva sottolineare la presenza dell’edificio di culto, che era preceduto da un altare rettangolare. L’area centrale comprendeva un giardino, occupato su ognuno dei due lati da tre canali affiancati da aiuole. In essa è stato scoperto, racchiuso in una zona protetta da una cancellata, un basso podio al di sopra del quale vi era il basamento per la statua di culto (si conservano i fori per i perni sulla pavimentazione).

Sappiamo con certezza da alcuni autori antichi, come Aulo Gellio, che nel complesso doveva esistere una Biobliotheca Pacis che conteneva opere greche e latine di argomento filosofico-letterario e forse medico. La biblioteca, in passato, era identificata nell’aula absidata, ma i recenti scavi sembrano contrastare con tale interpretazione.

Lato settentrionale del podio in laterizio dell’aula di culto.

Nello studio su questo angolo meridionale del Foro della Pace, il muro flavio confinante con quello della Forma Urbis, che vedremo più avanti, è realizzato in opera quadrata con fodera in laterizio, mentre quelli laterali ricostruiti in epoca severiana, presentano delle nicchie che ben si prestano ad essere interpretate come armadi per i volumina.

Da scavi e studi recenti, si ipotizza che tra l’aula della biblioteca e in quella absidata adiacente, ci dovesse essere la sede di una scuola medica, che nei testi di Galeno (medico attivo a Roma tra il 162 e il 201 d.C.) viene ricordata nel Templum Pacis.  In seguito, durante l’incendio all’interno del Tempio della Pace, molti testi di Galeno bruciarono, come egli stesso afferma:

“Questa materia era di già stata da me scritta, avendo pubblicata di essa i due primi libri; ma abìvendoli lasciati insieme cogli altri nella bottega posta sulla via Sacra, quando tutto intiero arse il sacro recinto della Pace, e le grandi Biblioteche del Palazzo, allora perirono i libri di molti altri, e de’ miei tutti quelli, che giacevano in quella bottega; né alcuno de’ miei amici in Roma confessa di avere le copie de que’ primi due libri”.

Dopo il restauro eseguito da Settimio Severo, le fonti e i dati archeologici non attestano ulteriori interventi, neanche dopo l’incendio di Carino del 283 d.C. che favorì lo sviluppo del programma edilizio di Massenzio nel settore centro-meridionale della valle del Foro Romano. Il complesso è uno di quelli che i recenti scavi del 1998-2000 hanno maggiormente reso comprensibile permettendo la definitiva ricostruzione che fino a pochi anni fa si basava unicamente su pochi lacerti murari visibili e sulla rappresentazione planimetrica sopravvissuta in quattro frammenti della Forma Urbis Severiana.

Frammenti della Forma Urbis Severiana.

Sotto la Torre dei Conti, all’inizio di Via Cavour, esiste ancora ben conservata, la struttura in opera quadrata di una delle quattro esedre del portico (quella più settentrionale). La parte meglio conservata è l’angolo meridionale adiacente alla Basilica di Massenzio dovuta alla trasformazione di alcuni di questi ambienti, tra il 526 e il 530 d.C., in chiese come quella dei Ss. Cosma e Damiano.

Resti delle due aule poste alla destra del tempio sono ancora visibili; di una di queste resta in piedi, tra la Basilica di Massenzio e l’ingresso della chiesa, l’intera parte sud-occidentale, tutta in laterizio, appartenente al restauro severiano. Anche il pavimento marmoreo della sala, sul quale giace un blocco di muratura caduto dalla Basilica di Massenzio, è in parte conservato, mentre delle altre pareti rimangono scarse tracce.

L’ambiente comunicava col portico antistante tramite una larga apertura, scandita da quattro colonne. Questo misurava 34 x 18 m ed era alto 18 m. Sulla parete in mattoni si scorgono ancora chiaramente le serie di fori regolarmente disposti, destinate a sostenere le lastre marmoree su cui era incisa la grande pianta di Roma, nota come Forma Urbis. Questa fu eseguita all’epoca da Settimio Severo, e quasi certamente ne riproduceva una precedente, di età flavia, a sua volta dipendente da un rilievo di età augustea, eseguito in relazione alla riorganizzazione urbanistica della città e alla creazione delle XIV regioni. I frammenti della Forma Urbis furono qui rinvenuti a partire dal 1562. È probabile che la parete antistante a quella della pianta fosse decorata con una grande carta geografica a colori, Tabula Picta, probabilmente di natura catastale, che rappresentava l’Italia, interpretata come un’ Italia picta o una rappresentazione del territorio di competenza del praefectus urbis.

Facciata esterna della chiesa dei Ss. Cosma e Damian. Sulla parete che in antico delimitava un’aula coperta era affissa la Forma Urbis Severiana, come indicano i fori per le grappe di ancoraggio delle 150 lastre marmoree che la componevano

Il settore più integro del Tempio della Pace è quello retrostante al muro della Forma Urbis, all’interno del quale è ricavata la chiesa di SS. Cosma e Damiano. Quest’area era forse costituita da due ambienti, divisi da un tramezzo, ora scomparso: quello più vicino alla parete della Forma Urbis era rivestito di due strati di mattoni (uno di età flavia, l’altro severiano). All’altro ambiente, che in origine era absidato, si addossò in seguito il cd. Tempio di Romolo. Una porta permetteva di accedervi dalla strada che andava dal Foro alle Carinae lungo la basilica di Massenzio, qui dalla parte del Foro si può ancora ammirare la parete esterna, in blocchi di peperino e di travertino. Un’altra porta, verso nord-ovest, si apriva sul portico del Foro della Pace. I resti della parete, ancora visibili nell’atrio della chiesa, mostrano tracce di decorazione marmorea.

In conclusione, come già detto, il Foro costruito da Vespasiano era profondamente diverso da quelli realizzati dai suoi predecessori Augusto e Cesare e dal più antico Foro Romano, sia nell’aspetto che nelle funzioni. I Fori più antichi erano luoghi dove si svolgeva un’intensa attività di amministrazione della giustizia; nel Templum Pacis ciò non è documentato. Il complesso vespasianeo era infatti un santuario e insieme un luogo di studio e di meditazione oltre che un museo pubblico. A differenziare il Templum Pacis dagli altri Fori è l’assetto della sua piazza. Lo spazio scoperto centrale si connotava come un immenso e ricchissimo giardino, sia per la speciale conformazione dell’area, in terra battuta e con filari di cespugli di rose e sicuramente di alberi e siepi, sia per la presenza dei canali artificiali che evocavano l’Euripos, o il Nilo, che incarnava l’idea stessa di esotismo. Questi giardini erano innanzitutto luoghi dello spirito, nei quali la natura si fondeva con la cultura e dove i miti e le divinità della Grecia classica trovavano nuovo spazio e vitalità grazie al realismo romano che li aveva trasformati in ornamenti. Per questo il Templum Pacis era il più bello e il più lussuoso giardino dell’impero, imitato da innumerevoli proprietari di grandi e piccole abitazioni e preso a modello dai successori di Vespasiano per la realizzazione di edifici pubblici e privati.

Passeggiando per la maestosa Via dei Fori Imperiali si ha la possibilità di ammirarli in tutto il loro splendore, insieme alle sue balconate che affacciano su ogni singolo Foro, donando al visitatore un momento unico e magico.

[https://www.intro-arte.it/our-visit/guided-tours/25022017-passeggiate-barocche-la-voce-delle-fontane/]

 

Sara Moauro

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