“Fare l’Italia”: lo sbarco dei Mille a Marsala

Si sa, da che mondo è mondo ogni “Potere” che abbia fatto la sua comparsa nel passato ha cercato di legittimare e nobilitare la sua affermazione attraverso la costruzione di un’origine metastorica, connotata cioè da principi e valori universali e atemporali. Ciò era particolarmente evidente nell’antichità quando la mitologia ci raccontava l’atto fondativo di regni e imperi (si pensi a Roma con il mito di Romolo e Remo poi affiancato da quello di Enea, narrato nell’Eneide virgiliana). A lungo, poi, tale origine fu ravvisata direttamente nella volontà divina, protettrice e fautrice delle famiglie coronate di tutto il globo. Da ultimo anche nel mondo moderno, dominato dal razionalismo e positivismo borghese, questa prassi si è manifestata nella creazione di vere e proprie epopee attorno agli eventi che portarono alla nascita degli stati nazionali per come oggi li conosciamo.

In tal senso il Risorgimento italiano non fa eccezione: molti sono stati gli eventi che, nella ricostruzione della storiografia ufficiale, sono stati tramandati con caratteri agiografici. Fra tutti, forse, quello più noto fu la campagna militare che permise l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna e quindi la nascita del Regno d’Italia, campagna più comunemente conosciuta come “spedizione dei Mille”. A ben guardare, in effetti, tale spedizione presentava tutte le caratteristiche atte ad una ricostruzione celebrativa: la difficoltà e l’altezza dell’obiettivo, la grande disparità numerica delle forze contrapposte e, non da ultimo, la partecipazione dell’“eroe dei due mondi”, Giuseppe Garibaldi, definivano la trama perfetta per una narrazione epica. Le molteplici “licenze storiografiche” che ne derivarono, tuttavia, han finito per riportarci una storia assai parziale in cui sovente la celebrazione delle ragioni dei vincitori si è sostituita alla distaccata e scientifica analisi degli avvenimenti.

Questa tendenza è quantomai evidente qualora si prenda in considerazione la vera e propria damnatio memoriae cui per lungo tempo è stato condannato il Regno delle due Sicilie: solo recentemente, infatti, è stata confutata quell’immagine di Stato arretrato ed oscurantista con la quale fu strumentalmente corroborata la lettura liberatrice e civilizzatrice dell’annessione sabauda. Oggi sappiamo che il Sud Italia preunitario presentava un’economia florida – con solide radici nel comparto agricolo ma anche importanti sviluppi nei settori industriale e commerciale –, una più che discreta condizione sociale con alti tassi di occupazione e bassa tassazione ed, infine, una vita culturale particolarmente vivace con punte di eccellenza nel settore musicale e letterario. Ciò, ovviamente, non significa che il Regno delle due Sicilie fosse esente da quelle contraddizioni che, in Italia e in Europa, avevano portato le nascenti borghesie nazionali a rivendicare un posto predominante nella gestione del potere politico tramite sommosse ed insurrezioni. In questo senso, tuttavia, i moti di cui quella popolazione fu protagonista e cui spesso si è voluto attribuire uno spirito autenticamente antiborbonico, non mostrano differenza alcuna rispetto alle altre sollevazioni che interessarono vari regni europei, compreso quello sabaudo, per ottenere maggiori diritti e libertà civili: ancora una volta, dunque, la ricostruzione che vorrebbe gli abitanti del mezzogiorno insofferenti rispetto ad un potere che, solo, si imponeva vessatoriamente e dispoticamente risulta quantomeno parziale.

Di certo, tuttavia, non si può negare che la spedizione dei Mille ebbe un esito, per certi versi, sorprendentemente felice anche perché fu in grado di intercettare quella volontà autenticamente popolare di riscatto e giustizia sociale diffusa nelle masse meridionali. La facilità con cui, a seguito dello sbarco di Marsala avvenuto l’11 maggio 1860, Garibaldi rinfoltì le sue fila riuscendo a conquistare la Sicilia e poi a risalire l’Italia peninsulare, lo dimostrano chiaramente. Eppure anche per quanto riguarda tale aspetto occorre guardare al di là dell’epos per indagare le ragioni che resero possibile una tale evoluzione degli eventi. Non bisogna dimenticare, d’altra parte, che soli 3 anni prima, in un contesto che per molti versi può essere considerato simile, un analogo tentativo promosso dal socialista Carlo Pisacane ebbe esito diametralmente opposto, terminando nella completa disfatta dei patrioti italiani e nella loro uccisione ad opera delle milizie borboniche supportate dalla popolazione di Sanza. Da questo punto di vista sarà fin troppo semplice osservare come il coinvolgimento del Regno Sabaudo, dapprima più o meno occulto e progressivamente sempre più palese fino ad arrivare al diretto intervento militare, fu elemento affatto determinante. Esso, infatti, non solo permise alla spedizione garibaldina di ottenere importanti finanziamenti e un rilevante supporto logistico/informativo ma le consentì anche di giovarsi dei vantaggi conseguenti alle relazioni internazionali intessute dal lungimirante Camillo Benso Conte di Cavour. In tal senso, particolarmente importanti furono i rapporti con la corona britannica la quale guardava con grande favore alla creazione di uno Stato forte ed unitario nella penisola italiana in chiave evidentemente antifrancese ed antiasburgica. Tale favore non rimase solo nei consessi diplomatici ma proprio nella spedizione garibaldina si dimostrò concretamente quando, durante lo sbarco a Marsala, navi inglesi ostacolarono l’artiglieria siciliana nel cannoneggiamento dei piroscafi Piemonte e Lombardo a bordo dei quali viaggiavano i Mille.

Tali fattori, uniti alla scarsa preparazione dei comandi borbonici, dunque, ebbero un ruolo fondamentale nelle prime vittorie delle “Camicie rosse” e, quindi, nella diffusione di una rivolta già divampata autonomamente nella primavera e che tornava ora a infiammare il Sud. Eppure quella partecipazione popolare auspicata da Garibaldi come elemento necessario per il buon esito della spedizione finì per essere tradita nei suoi valori intrinseci dallo stesso “eroe dei due mondi”: la scelta di allearsi con la corona sabauda, scelta di real politik duramente contestata dai patrioti repubblicani e mazziniani, infatti, non aveva portato in dote solo la concreta realizzazione di condizioni atte alla buona riuscita dell’impresa ma anche, inevitabilmente, la ridefinizione dei principi e degli obiettivi che avevano animato i moti patriottici fino ad allora. In questo rinnovato contesto i principi progressisti e di riscatto sociale erano sacrificati sull’altare dell’unità nazionale tout court ed, anzi, il problema della pacificazione dei territori conquistati sembrava divenire prioritaria. Esempio emblematico di tale condizione fu la repressione della rivolta di Bronte ove la popolazione si era sollevata contro la nobiltà latifondista rappresentata, non a caso, dalla famiglia britannica dei Nelson, repressione disposta da Garibaldi stesso ed operata dal suo braccio destro Nino Bixio.

Alla luce di quanto scritto, dunque, cosa ci resta della spedizione dei Mille? Certamente possiamo concludere che molti dettagli del quadro fin troppo romanzesco giunto fino a noi vadano quantomeno rianalizzati sulla base di un approccio storiografico più distaccato ed imparziale. Ciò, tuttavia, non vuol dire – come pure è stato fatto – ridurre semplicisticamente la spedizione garibaldina ad una delle tante campagne di conquista che hanno interessato il Mezzogiorno nel corso dei secoli. Quale che sia l’opinione che si voglia sostenere riguardo al Regno delle due Sicilie, infatti, sarebbe miope disconoscere la funzione storicamente progressiva della sua annessione al Regno sabaudo; ciò non già per valutazioni di merito sui due regni, come visto, ampiamente discutibili bensì perché proprio grazie a tale annessione l’Italia, pur con un gran numero di difficoltà e contraddizioni, si avviava a configurasi come uno Stato moderno. Da ultimo sarebbe, tutto sommato, ingiusto non riconoscere il puro e sincero idealismo che spinse i Mille a tentare un’impresa apparentemente impossibile, un idealismo comprovato dai compromessi accettati, dal disinteressamento per un potere conquistato ma rimesso in mani altrui e, non da ultimo, dall’esilio volontario dello stesso Garibaldi sull’isola di Caprera ad impresa compiuta. Il coraggio con cui affrontarono la concreta possibilità di perdere la vita nel tentativo di “fare l’Italia” ebbe, dunque, davvero un suo intrinseco eroismo e, al di là, dell’agiografia strumentale cui fu soggetto, esso mantiene di diritto un posto d’onore nella storia del nostro Paese.

Andrea Fermi

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