Jim Yong Kim: “La crisi delle migrazioni è solo l’inizio della tragedia”

«Quello che avete visto finora con le migrazioni è solo la punta dell’iceberg. Dobbiamo mobilitarci in una corsa contro il tempo per prevenire fragilità, violenze, conflitti, e quindi spostamenti di popolazioni ancora più massicci». Il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim lancia questo allarme parlando al telefono con «La Stampa», dopo aver visitato il centro di accoglienza Cara a Bari, dove è venuto per il G7 dei ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali. Quindi aggiunge: «L’Italia sta facendo un lavoro straordinario, e tutta l’Europa e la comunità internazionale dovrebbero esserle grate e aiutarla di più. Però è un’illusione pensare di risolvere l’emergenza delle migrazioni nei punti di imbarco o in mare, e trattare il terrorismo solo come un problema di sicurezza. La soluzione di lungo termine sta nello sviluppo nei Paesi d’origine, che non può più essere finanziato con prestiti o carità, ma attirando i capitali privati per fare investimenti profittevoli».

Che impressione le ha fatto la visita al centro di accoglienza?
«Davvero positiva. È gestito da persone molto serie e preparate. Sono stato anche nella clinica e ho chiesto ai medici come trattano, ad esempio, i casi di tubercolosi o cancro. Gli italiani fanno un lavoro straordinario, offrendo un trattamento umano in condizioni estremamente difficili. Ho parlato con diversi giovani, che vorrebbero restare in Italia e dare un contributo. Uno aveva un business in Nigeria, un altro faceva lo stilista di moda: sono fuggiti perché non avevano più opportunità. Se non diventiamo molto più seri negli sforzi per creare lavoro nei Paesi di origine, questa sarà solo la punta dell’iceberg».

L’Italia spesso si sente sola: l’Europa dovrebbe fare di più?
«Un mese fa ho incontrato il presidente Juncker, che si è detto molto impegnato sul tema. Tutti quelli con cui ho parlato, a partire dai tedeschi, sono preoccupati. L’Italia accoglie molti migranti solo per la sua geografia. Sta facendo un grande servizio alla Ue e al mondo, e tutti i Paesi che hanno firmato all’Onu gli accordi sulle migrazioni dovrebbero fare di più. Detto ciò, la risposta non è affrontare il problema quando le barche lasciano la costa, ma intervenire in maniera molto più aggressiva nei Paesi di provenienza. Queste persone vorrebbero restare a casa loro e avere un futuro. Ho parlato con una giovane donna nigeriana incinta, rimasta sei ore in acqua. E il marito è stato rapito in Libia. Ho incontrato quattro uomini e tre donne di Gambia e Nigeria, costretti a fuggire per dare un futuro ai figli. Non sono scelte fatte in maniera superficiale, è la disperazione a determinarle».

L’Italia ha avviato anche programmi nei Paesi d’origine.
«È giusto. Non c’è dubbio che l’approccio sia accelerare lo sviluppo, ed è molto incoraggiante che il G7 e il G20 abbiano accettato la nostra proposta, che punta a far lavorare insieme tutte le istituzioni dedicate allo sviluppo per creare più interesse e finanziamenti dal settore privato».

Come si può fare?
«L’opportunità più grande che abbiamo sta negli enormi capitali parcheggiati dopo la crisi economica, che guadagnano poco o nulla. Ci sono 8,5 trilioni di dollari investiti in bond a interessi negativi emessi dalla Bce e dalla banca centrale giapponese; 24,5 trilioni in titoli di Stato che rendono l’1% o meno; 8 trilioni in contante che dormono. Dobbiamo lavorare sul de-risk di Paesi come la Libia o la Nigeria, per attirare questi soldi sotto forma di investimenti nello sviluppo profittevoli».

Può fare un esempio?
«La Svezia ci ha offerto una garanzia per 60 milioni di dollari. Sulla base di questa offerta abbiamo creato un debt instrument, un fondo di investimento, su cui abbiamo preso una first-loss del 10%, cioè l’impegno a coprire la parte iniziale di eventuali perdite. Così è diventato un veicolo di investimento di grado triple B, che per la prima volta nella storia ha attirato compagnie assicurative come Allianz, Axa e Prudential. In altre parole siamo in grado di offrire opportunità di investimento che danno ritorni del 5 o 6% in 10 o 15 anni, per finanziare lo sviluppo non con i prestiti dei governi o la carità, ma con i soldi dei privati che ricavano poco o nulla dal parcheggio dei capitali. È una corsa disperata per creare lavoro, e dare ai giovani un senso di speranza nel futuro dei loro paesi».

Ha citato la Libia: cosa può fare la Banca per aiutarla?
«Il primo punto è ovviamente la stabilità del governo e il de-risk del Paese. Poi però bisognerà cambiare la politica, per rendere la Libia un ambiente più favorevole al business. E questo riguarda l’intero Medio Oriente, in cui il settore privato è ancora visto con sospetto. Sono appena stato in Tunisia, dove il tasso di disoccupazione più alto, 52%, è tra i giovani laureati. Parte del motivo è che i giovani migliori puntano a lavorare nello Stato, perché non si fidano del sistema capitalistico, dominato dalla corruzione. Ciò vale in tutta la regione, e in parte anche in Africa. Ma Cina e Vietnam, i due Paesi comunisti più grandi al mondo, hanno dimostrato ad esempio che non si esce dalla povertà, non si crea lavoro, e non si cresce, senza ingaggiare in modo serio il mercato globale e il settore privato».

Lei ha denunciato che circa 2 miliardi di persone vivono in Paesi fragili, scossi da violenze e conflitti, mentre gli episodi di terrorismo sono aumentati del 120% dal 2012 ad oggi. Come si affronta il tema sicurezza, che favorisce le migrazioni?
«Paesi come la Tunisia hanno capito che devono aumentare le risorse per la sicurezza, ma è illusorio pensare che questo basti a contrastare l’estremismo, il terrorismo, la violenza e i conflitti. Se l’economia non cresce e non crea occupazione, la fragilità è destinata ad aumentare. Mi preoccupa molto, ad esempio, la previsione secondo cui i due terzi dei posti di lavoro nei Paesi a basso reddito spariranno presto a causa della tecnologia e dell’automazione. Dobbiamo renderci conto che la via classica per lo sviluppo, dall’agricoltura alla manifattura leggera, arrivando poi all’industrializzazione, non sarà aperta alla maggior parte dell’Africa. Come aggiriamo questo ostacolo? Da dove verrà il lavoro? Dobbiamo puntare sul capitale umano, investire nell’istruzione dai primi anni di vita, attirare capitale privato, e usare la tecnologia in maniera innovativa per creare occupazione. Ma è un compito estremamente urgente, siamo impegnati in una corsa contro il tempo. Se vogliamo evitare che i Paesi a basso reddito imbocchino la strada comune di più estremismo, violenza, e quindi migrazioni di massa, dobbiamo cambiare il modo in cui finanziamo lo sviluppo».

Lei sta lavorando con la cancelliera Merkel e Ivanka Trump ad un fondo per l’empowerment delle donne. Come funzionerà?
«Due modi: primo, far arrivare il capitale alle donne; secondo, offrire mentoring e consulenza affinché riescano ad usarlo al meglio. Molti casi pratici dimostrano che quando si mettono insieme questi due elementi, i risultati sono straordinari. Però bisogna anche lavorare sul fronte politico, perché ci sono paesi dove le donne non possono ancora ereditare la terra, avere un conto in banca, o decidere cosa fare dei loro soldi senza il consenso del marito. Siamo molto grati per l’impegno della cancelliera Merkel e di Ivanka Trump, assai determinata a diventare una campionessa dell’empowerment delle donne».

L’amministrazione Trump sta rivedendo l’adesione all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Perché va rispettato?
«È la cosa giusta da fare non solo per il pianeta, dove siccità e inondazioni già compromettono la crescita, ma anche per l’economia. Ormai negli Usa ci sono più posti di lavoro nelle fonti rinnovabili che nel carbone. Da come sta migliorando la capacità delle batterie, questa energia pulita potrà essere usata presto per scopi industriali. Bisogna imporre un costo sulle emissioni, affinché le industrie si preparino ad futuro in cui la competizione per fornire la miglior energia, a basso costo e basso impatto ambientale, diventerà un fenomeno strategico globale».

fonte: LASTAMPA.it

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