Lo sfondamento di Via dei Fori Imperiali

Via dei Fori Imperiali, una delle vie più amate al mondo.
Ma vi siete mai chiesti come doveva essere l’aria prima della sua imponente costruzione? Vi era già una strada o era occupata da un quartiere? La storia della sua nascita è lunga e in questo articolo vorrei raccontarvela.
Durante il periodo napoleonico (1812 – 1813), per iniziativa del Governo francese, si diede inizio ai primi scavi archeologici nell’area dei Fori Imperiali, con la demolizione di un intero isolato del quartiere Alessandrino.
La vera grande risistemazione dell’area si ebbe con il primo piano regolatore di Roma Capitale, del 1873, il quale prevedeva l’allargamento di via Cremona (parallela di via Alessandrina), sotto il Campidoglio, che confluiva nel Foro di Cesare, in direzione di via Cavour, costruita proprio in quegli anni.
Con la nascita dell’enorme massa del Vittoriano, costruita tra il 1885 e il 1911 al di fuori di ogni piano, come accadeva ormai da decenni a Roma, spostò il fuoco dell’attenzione urbanistica dai Fori a Piazza Venezia. Così iniziò ad apparire indispensabile la costruzione di un tracciato viario rettilineo che mettesse in comunicazione il nuovo nucleo monumentale moderno con quello antico. Le prime demolizioni, erano avvenute nel primo decennio del Novecento tra piazza Venezia e il fianco nord del Campidoglio.
Nel 1911 Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, presentò un progetto per la liberazione dei Fori, comportando “un minimo di demolizioni e un massimo di risultato archeologico e monumentale”. Tale intervento era circoscritto, per ragioni economiche, a una serie di demolizioni sul lato orientale di via Alessandrina per mettere in luce i resti monumentali del Foro di Traiano, di Augusto e Nerva.

I primi progetti di scavo, finalizzati alla realizzazione della futura via dell’Impero, nacquero con difficoltà. Il progetto impostato da Corrado Ricci venne riportato in disegno da Lodovico Pogliaghi (rivista Capitolium 1933), questo però venne realizzato solo a partire dal 1924. Il progetto mandato avanti da C. Ricci era di certo complicato a causa della difficoltà di espropriare gli isolati che col tempo si erano impiantati sui Fori e praticamente finiva con l’interessare esclusivamente il settore ad est della Via Alessandrina, dove si riduceva al minimo l’abbattimento di case, chiese e palazzi storici.
Due anni più tardi, s’iniziò a ipotizzare la realizzazione di una lunga arteria di collegamento tra Piazza Venezia e il Colosseo, senza preoccuparsi però minimamente della proposta di Corrado Ricci, ossia quella di creare un parco archeologico.
Purtroppo la mancanza di fondi da destinare al progetto ne ritardò l’attuazione. Nel 1917 la proposta venne accolta con sostanziali modifiche. Una di queste, fu, per esempio, l’espropriazione di una fascia di 22 metri di via Alessandrina che sarebbe stata trasformata in strada pensile per consentire la visione delle rovine su entrambi i lati. Per non avere da un lato i ruderi antichi e dall’altro i ruderi moderni, non fu salvaguardato il quartiere moderno, giustificando poi, tale abbattimento, come “questione di pubblica igiene e di amor del prossimo”.
Nel 1926 venne deliberata una variante al piano regolatore che prevedeva la completa demolizione di quanto era stato costruito nei secoli sopra i Fori tra Piazza Venezia e via Cavour.
A seguito del progetto di Ricci e all’approvazione della variante, nel 1928, uno dei fronti edilizi di Via Alessandrina fu demolito, creando l’affaccio sulla nuova zona archeologica.
Successivamente, nel 1931, venne approvato e realizzato lo sventramento dell’intero quartiere bonelliano (da Michele Bonelli proprietario della vasta area) in un solo anno, distruggendo completamente anche la vecchia via Alessandrina, ridotta ad un semplice percorso a fianco della nuova strada, denominata poi via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali), aperta al pubblico dal 21 aprile 1933.

Inizio delle demolizioni del quartiere Alessandrino.

Nel 1935, con il termine dei lavori di sbancamento, Antonio Mun᷉oz affermava che la perdita del quartiere Alessandrino poteva piacere soltanto a qualche nostalgico e così scriveva:

[…] di fronte al gran numero di monumenti scoperti, scavati e sistemati, il bilancio delle perdite registra la demolizione di tre chiesette: Santa Maria in Macello Martyrium, e Sant’Urbano dei Pantani, rifatte nei secoli XVII e XVIII e di scarso interesse; San Lorenzolo ai Monti che risaliva al 1860, assolutamente priva di valore artistico. Le molte case abbattute non avevano il minimo pregio; tuttavia qualche portoncino barocco che vi esisteva è stato scrupolosamente messo in salvo. […] Gli acquarelli, i disegni, le fotografie esposti nel Museo di Roma restano a dimostrare a chiunque lo desideri che niente di notevole si è sacrificato”.

Era quindi la documentazione grafica e fotografica effettuata durante gli sbancamenti a far rimanere viva la memoria dell’area ormai scomparsa. Da questo nasceva il desiderio di creare una vera e propria campagna di rappresentazione pittorica con un consistente nucleo di acquarelli, oli, tempere e disegni datati proprio negli anni degli sventramenti o meglio suddiviso in tre fasi:

  • subito precedente agli sventramenti;
  • durante le demolizioni;
  • durante la creazione dia via dell’Impero con la sistemazione del nuovo assetto urbanistico.

I dipinti vennero esposti e conservati nel Museo di Roma. Sarà proprio Antonio Mun᷉oz, Presidente dell’Associazione Artistica Internazionale, a bandire nel 1927 un concorso per la realizzazione della Mostra della “Roma che sparisce”. Gli artisti dovevano riprodurre in dipinti, incisioni e disegni i luoghi e gli aspetti della città che saranno da lì a poco trasformati a seguito del nuovo piano regolatore. L’obiettivo era quello di conservare non l’aspetto esteriore del quartiere ma la “bellezza e la poesia”, che dovevano esser rappresentate dalle scene di vita quotidiana, come venditori ambulanti, cerimonie e feste. Poco dopo l’organizzazione della mostra, una volta assunto dal regime fascista, Mun᷉oz diventerà il principale regista degli sventramenti dell’area e sosterrà che le opere effettuate dagli artisti “restano a dimostrare a chiunque lo desideri che niente di notevole si è sacrificato”. Negli stessi anni e contemporaneamente alla campagna pittorica, veniva realizzata quella fotografica, voluta da Mussolini. Tali foto dovevano raccontare le demolizioni, gli scavi, le visite ufficiali, con lo scopo di esser raccolte in un album e utilizzate sia per la propaganda che per la documentazione, anche qui come per le pitture, era richiesta una memoria artistica e che sapesse cogliere le “riposte bellezze”.

Oggi per avere un’immagine di ciò che doveva essere il quartiere Alessandrino – bonelliano possiamo solo avvalerci dei disegni e incisioni realizzati nel corso dei secoli e attraverso le fotografie e cartografie.
Lo scavo archeologico si arrestò all’area limitata di una porzione del Foro di Cesare, mentre tutte le strade limitrofe allo stradone (prima via dei Monti, poi via dell’Impero), rasati i palazzi rinascimentali all’altezza delle cantine, vennero ricoperte da giardinetti di pini e lecci.
Il percorso della via dei Monti doveva passare dentro il quartiere costruito nella seconda metà del Cinquecento, sopra le case medievali, quindi sopra i grandi Fori, poi aggirare il Colosseo, allargare la via per San Giovanni e da qui arrivare ai Castelli romani con l’Appia Nuova. Tuttavia il nome Monti non era molto gradito e si era vicini al decimo anniversario della Marcia su Roma (28 Ottobre 1932). Così, nel giorno programmato dell’inaugurazione, Antonio Mun᷉oz modificò il nome in Via dell’Impero, nome che non fu mai tanto adatto come per quell’area, visto che, lì sotto, l’Impero romano aveva vissuto tutti i suoi giorni.
La demolizione del quartiere fu completata nel 1931-1932 per aprire via dell’Impero. La strada fu inaugurata da Mussolini il 28 ottobre 1932 e venne approvata con Regio Decreto il 2 maggio 1932.
All’inizio degli anni ottanta del Novecento, si inserirono nei programmi delle Soprintendenze Archeologiche comunale e statale una serie di progettazioni per dare inizio a scavi sistematici nell’area forense, che miravano alla definitiva sistemazione del grande complesso monumentale.
Vennero individuate alcune aree forensi particolarmente adatte per avviare uno scavo archeologico urbano, che doveva incentrarsi in luoghi della vita cittadina compatibili all’indagine e soprattutto urgenti e significativi da scavare.
La scelta dei siti cadde prima di tutto sull’area posta tra via dei Fori Imperiali e ciò che restava di via Alessandrina, ossia il Foro di Traiano.

Vista aerea del Foro di Traiano durante gli sventramenti del quartiere Alessandrino.

 

Sul lato opposto della via dei Fori Imperiali, l’area di intervento era costituita da gran parte dell’aiuola compresa tra via Salara Vecchia e la stessa via dei Fori Imperiali, fino al muro di recinzione del Foro Romano, originariamente occupata da uno dei nodi topografici più interessanti del complesso imperiale: la congiunzione dei Fori di Cesare, di Augusto e di Nerva.
Si trattava di aree prive di case e viabilità maggiore, lontane dall’abitato e che potevano essere indagate senza creare alcun problema alla vita quotidiana. I siti con le proprie rovine erano stati abbandonati dopo gli sterri fra le due guerre e risultavano assolutamente incomprensibili. Non si conoscevano alcune parti importanti di quei fori né si poteva disporre di una singola stratigrafia e risultavano ignote anche le provenienze delle statue già rinvenute in passato. In tali condizioni non era certo possibile neppure immaginare di proporre una verosimile ricostruzione del complesso imperiale e neppure analizzare restauri e progetti di valorizzazione. Nonostante tutto, Roma continuava ad essere la città antica meno conosciuta archeologicamente.
Lo scavo urbano non avrebbe potuto certo interessarsi ad un’unica fase storica, sia pure di fondamentale importanza come quella romana. Era quindi indispensabile non ricadere negli errori fatti negli anni trenta con gli sbancamenti dell’area che cancellarono dati diacronici e antropologici dell’archeologia moderna. Proprio in tale ottica, le indagini erano state progettate a partire dal quartiere rinascimentale, distrutto dalla cultura degli sventramenti e dalle prospettive artificiose per la costruzione di via dei Fori Imperiali. Al di sotto di quest’ultima, doveva essere ancora presente la fase medioevale, con tracciati viari e le antiche case situate a nord delle aree di scavo, mentre a sud, dove era situata la zona non urbanizzata, “li Pantani”, gli scavi portarono alla luce nuovi fondamentali dati archeologici.

Alla fine del 1984 le due Soprintendenze archeologiche di Roma, quella comunale e quella statale, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Antichità, sezione Topografica di Roma e dell’Italia antica, dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, cominciarono a realizzare la prima fase di intervento del tutto parziale procedendo con lo “scortecciamento” di un settore dell’area a nord del Foro Romano compresa tra via della Salara Vecchia, via della Croce Bianca e via Bonella.
I lavori si ripresero tra il 1988 e il 1989 e si individuarono notevoli resti medioevali, dei quali, però, non si poté definire la destinazione d’uso originaria.
Soltanto nei primi anni novanta, con l’approvazione della legge relativa al piano di interventi per Roma Capitale, la Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma e la Soprintendenza Archeologica di Stato ripresero a progettare un programma complessivo di interventi nell’area archeologica centrale, composto da nuove campagne di scavo, progetti di musealizzazione (museo Mercati di Traiano) e interventi di viabilità diversi.

Dopo circa sessanta anni si sono nuovamente affrontate le problematiche dell’area dei Fori, con una diversa mentalità e soprattutto con la maturità necessaria per non sottovalutare né la delicatezza né l’importanza strategica del rapporto ambiente-città funzionale, che riveste nell’area forense un nodo cruciale del sistema urbano contemporaneo.
Il progetto di scavo avviato nel 1994 – 1995 dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma in collaborazione sempre con l’Università di Roma “La Sapienza”, in particolare con la cattedra di Topografia di Roma e dell’Italia antica, ritenne di avviare i lavori dei Fori Imperiali partendo del Foro di Nerva, dando il via alla realizzazione del più ampio Progetto Fori Imperiali. Tale progetto, inserito nel Piano degli Interventi per il Giubileo e concretizzatosi con le indagini svolte tra il 1998 e il 2000, interessò ampi settori dei Fori di Cesare, di Nerva e della Pace ad ovest di via dei Fori Imperiali e un consistente settore del Foro di Traiano compreso tra via dei Fori Imperiali e via Alessandrina. Solo successivamente, tra il 2004 e il 2006, lo scavo è stato esteso all’area triangolare tra le stesse vie, interessando l’area del Foro di Augusto.
Il progetto produsse una forte trasformazione urbanistica nell’area come già avevano fatto, nell’area della Basilica Ulpia, gli scavi napoleonici (1812-1814) e gli scavi del 1924-1932, a cura del Governatorato fascista, che riportarono in luce gran parte del Foro di Cesare oltre i settori orientali dei Fori di Augusto, di Nerva e di Traiano. L’operazione fu possibile grazie alle demolizioni dell’intero quartiere Alessandrino.

Lo scavo dei Fori Imperiali ha enormemente arricchito le conoscenze dei luoghi, precisato l’organizzazione degli spazi e le loro trasformazioni nel tempo, restituito un ricco corredo scultoreo ed architettonico in marmo, fornito dati sulla vita del centro urbano antico in età medievale. Contemporaneamente ha creato, ai lati di un’importante strada di collegamento quale Via dei Fori Imperiali, dei vuoti difficili da gestire, come appunto il quartiere Alessandrino.

https://www.intro-arte.it

Sara Moauro

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