I Sikh in Afghanistan: stranieri a casa propria

Qualche giorno fa, in classe, vedendo i ragazzi particolarmente stanchi  e pensierosi, invece della solita lezione di grammatica italiana, ho deciso di proporre un gioco con i colori: raccontare il paese di origine attraverso la propria bandiera. Ho così distribuito a tutti fogli e colori e come i bambini di 5 anni ci siamo messi a disegnare. Ogni ragazzo ha riprodotto la propria, illustrando al resto della classe il significato dei colori e dei simboli presenti su ognuna di esse. L’ultimo a parlare è stato I.[1], un signore afghano che vive da qualche mese in Italia. Lui conosceva a memoria il significato dei colori della sua bandiera e ce ne parlava con grande trasporto e rispetto, anche se purtroppo il suo paese non gli ha riservato lo stesso trattamento: I. è si afghano, ma appartenente alla Comunità Sikh, i cui membri sono meno dell’1% sul totale della popolazione afghana. L’85% è invece costituito da musulmani sunniti e il 15% da sciiti, i quali non riconoscono i Sikh come connazionali, ma al contrario vengono considerati come “stranieri”.[2]

Sebbene i Sikh siano presenti in Afghanistan da quasi  500 anni, situati principalmente nelle province di Jalalabad, Kabul, Kandahar e Ghazni, i membri della loro comunità vivono attualmente in una condizione sociale di emarginazione, sia nell’ambito lavorativo[3] che in quello dei diritti civili. Pacifici e monoteisti, si distinguono per i loro turbanti dai colori sgargianti, mentre quelli indossati dai musulmani afghani sono di solito bianchi o neri. Si occupano principalmente di commercio di tessuti, vestiti, drogherie e medicina tradizionale, con l’obbligo di pagare la “jizya”, la tassa di protezione islamica verso le minoranze religiose: i talebani esigono la tassa sugli adulti maschi dei sikh, occupando i loro negozi e le case.

Fino ai primi anni 90 la convivenza tra la comunità Sikh e quella musulmana era molto pacifica, tant’è che in Afghanistan si contavano oltre 50.000 sikh. Poi decenni di conflitti, l’instabilità e l’intolleranza crescente hanno portato la maggior parte di loro a emigrare, riducendo la comunità a circa 2.500 persone presenti sul territorio afghano.

Le ragioni del grande esodo sono dovute principalmente ad una forte ondata di discriminazione nei paesi musulmani dove i Sikh sono costretti ad attaccarsi toppe gialle sui vestiti e a far sventolare bandiere gialle sopra le loro case e i negozi per rendersi riconoscibili. Sotto il regime talebano, i Sikh si sono trovati ad affrontare l’intolleranza religiosa, subendo il sequestro illegale delle loro case, attività commerciali, luoghi di culto e perfino cimiteri.

E’ proprio uno dei riti sacri ai Sikh, la cremazione dei morti, il maggiore motivo di scontro con le popolazioni locali musulmane, che considerano come un sacrilegio. Nonostante la cremazione sia stata praticata per oltre un secolo in tutta tranquillità a Kabul, nel quartiere orientale di Qalacha, in tempi recenti non sono mancati episodi di conflitto, che hanno portato i membri della comunità sikh a chiedere più volte aiuto al governo. In effetti Karzai aveva emanato un apposito decreto che specificava una serie di luoghi in cui avrebbero potuto cremare e seppellire in pace i propri morti. Le contestazioni, però, sono proseguite in molte zone del paese, e si sono verificati diversi episodi di intolleranza e di razzismo.

Dal punto di vista legislativo, nelle zone attorno alla capitale torna la legge dei Taliban, la Sharia[4], che viene imposta a buona parte della popolazione anche di fede non musulmana. Molti villaggi si rivolgono ai Taliban per l’ amministrazione della legge perché la popolazione, soprattutto coloro che vivono nella parte rurale dell’Afghanistan, percepisce la giustizia di Kabul lenta e corrotta. Per quanto riguarda invece la Sharia, anche se le sentenze sono più feroci, garantisce comunque secondo alcuni una “certezza del diritto”. Al contrario, per le minoranze etniche, la società civile, le donne e soprattutto per i collaboratori delle forze straniere, l’idea di un ritorno al regime del mullah Omar[5] è ragione di grande preoccupazione: l’unico modo per sfuggirvi è richiedere il visto per scappare in Occidente.

A peggiorare la situazione vi è la costante situazione di instabilità politica del Paese, derivante dall’ultimo conflitto in terra afghana che porta ancora con sé profonde cicatrici. E’ di pochi giorni fa la notizia di un attacco dei talebani in una importante base militare dell’esercito afghano, un centro di comando delle forze armate che si trova a pochi chilometri da Mazar-e Sharif. A causa di questo attacco sono morte 150 persone appartenenti a diverse etnie. Questa è infatti la vera beffa, che a prescindere dall’etnia di appartenenza le bombe e i missili non distinguono tra Tagiki, Hazara, Pashtun, Uzbeki, Turkmeni, Sikh o Hindu. Tutti gli afghani, non importa di quale etnia, soffrono e sono le principali vittime di questa guerra.

[1] Per questione di rispetto della privacy, ho omesso il nome della persona coinvolta.

[2] Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2016, consultabile al seguente link: http://www.consolata.org/new/images/stories/2017/03_Marzo/13-FM-liberta-religiosa-mondo-16.pdf

[3] La Commissione americana  sulla Libertà Religiosa Internazionale fece notare che nel 2009 pur non essendoci discriminazione ufficiale verso i Sikh e gli Indù, “Essi sono effettivamente esclusi dalla maggior parte dei lavori governativi e devono affrontare ostilità e molestie.”

[4] La Sharia (o Shariʿah) è una parola araba che si traduce con “legge”, quella di Allah, che gli uomini non riescono a comprendere, anche se esiste la scienza giurisprudenziale islamica – chiamata fiqh – che ha come oggetto i  comandamenti di Dio e la loro interpretazione. Nel codice di leggi della Sharia, c’è una netta distinzioni fra le norme legate al culto e le norme giuridiche: tutte sono contenute nel Corano e nel Sunna, ritenute le uniche fonti per mezzo della quali ci si può avvicinare alla parola di Allah.

[5] Il mullah Mohammed ʿOmar conosciuto comunemente come Mullah ʿOmar è stato un politico afghano, guida spirituale e leader dei talebani afghani. È stato Emiro dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan dal 1996 al 2001. La notizia della morte del Mullah Omar è stata data almeno una mezza dozzina di volte dal 2001.  L’ultima risale al 29 luglio 2015 e sembra essere stata confermata anche dalla famiglia.

Maria Giovanna Bono

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