Il predicatore che sfidò il Papato: Girolamo Savonarola

Lo studio del passato ci porta spesso a confrontarci con grandi personaggi che hanno, come si suol dire, “fatto la Storia”. Sebbene l’approccio analitico che tende a riconoscere nei singoli il fattore unico e determinante per lo svolgersi delle vicende umane sia quantomeno opinabile, infatti, non si può non riconoscere come i lasciti del passaggio terreno di alcune individualità meritino una particolare attenzione ed un opportuno ricordo. In taluni, invero rari, casi i fatti che hanno interessato le vite di questi individui hanno assunto caratteri talmente peculiari da far sì che le loro stesse figure siano divenute iconiche di un modo di essere o di agire. Fra di essi va certamente citato Girolamo Savonarola. Quante volte abbiamo ascoltato o pronunziato l’espressione “Non fare il Savonarola”, riferita magari a qualche parente o amico un po’ troppo versato a considerazioni moralistiche? La ragione, probabilmente sconosciuta ai più, va ricercata proprio nella vita del frate domenicano e nelle vicende di cui si rese protagonista.

Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre 1452, terzo figlio di Niccolò Savonarola e di Elena Bonaccorsi. Nipote di uno dei più importanti medici del ‘400, Michele Savonarola, uomo profondamente religioso e dai costumi semplici e severi,  Girolamo fu avviato agli studi delle arti liberali e della medicina ma una fervida vocazione religiosa, probabilmente dovuta agli insegnamenti del nonno stesso cui dovette la sua educazione giovanile, lo indusse ben presto ad abbandonare questo percorso. Nell’aprile 1475, dunque, dopo aver già espresso con forza le convinzioni che lo accompagneranno tutta la vita nei due componimenti poetici De ruina mundi (1472) e De ruina Ecclesiae (1475), Girolamo entrò nel convento bolognese di San Domenico ove nel, volgere di soli due anni, fu ordinato diacono. Dopo essere stato inviato a Ferrara nel 1479 per approfondire gli studi teologici, nel 1482 si trasferì a Firenze, cuore culturale della penisola, a seguito della nomina a lettore del Convento di San Marco. Ebbe così inizio la sua opera di predicatore, un’opera che, nonostante gli iniziali scarsi successi dovuti forse anche ad un dialetto avvertito come “barbaro”, era destinata ad assumere in breve una eco assai ampia. Determinante in tal senso fu, senza ombra di dubbio, il carattere profetico che le sue prediche assunsero a partire dal 1485 e tramite le quali il frate ferrarese preconizzava un’imminente punizione per la Chiesa, rea, a suo dire, di aver abbandonato la natura mendicante della vera fede e di aver abbracciato il peccato. Tali accuse, lanciate dai pulpiti della Collegiata di Santa Maria Assunta a San Gimignano e della chiesa di Santa Verdiana a Firenze, non dovettero, però, suscitare più di troppo scalpore in ambito ecclesiastico se è vero che, terminato il suo lettorato (1487), Girolamo ricevette la prestigiosa nomina di maestro dello Studium generale di San Domenico a Bologna.

La sua assenza dalla Signoria toscana, ad ogni modo, fu breve: dopo essersi recato a Ferrara, Brescia, Genova e di nuovo Brescia, sempre impegnato in un’ardente opera predicatoria, infatti, nel 1490 fu richiamato a Firenze grazie alle insistenze di Pico della Mirandola. Il favore concessogli da Lorenzo de’ Medici, tuttavia, non valse a sopire il carattere duramente critico delle lezioni del Savonarola il quale, al contrario, ispirandosi all’Apocalisse, additò tanto la Chiesa di Roma quanto il potere signorile come esempi di una tirannia dispotica e corrotta, destinati entrambi a subire una prossima punizione divina. Ciò, se gli permise di ottenere il favore dei semplici e dei poveri tanto da motivare l’appellativo di “predicatore dei disperati”, gli alienò definitivamente le già scarse simpatie di Lorenzo che lo invitò più volte ad astenersi da orazioni siffatte. In questo senso il mancato ricorso all’esilio da parte del Signore di Firenze è da attribuire probabilmente all’interesse  con cui questi guardava al programma monastico avviato da Girolamo: nominato priore di San Marco, questi era riuscito ad ottenere il distacco del Convento così come di quelli di Fiesole, Prato e Pisa dalla Congregazione lombarda e la loro unione in una novella Congregazione toscana basata su una rinnovata rigidità della regola e sull’effettiva natura mendicante dell’Ordine. Questa sorta di “espansionismo monastico”, sebbene dettato da ragioni religiose e non politiche, incontrava pienamente il programma mediceo finalizzato al consolidamento regionale.

Ad ogni modo le profezie pronunciate dal Savonarola sembrarono davvero avverarsi di lì a poco con la morte dello stesso Lorenzo de’ Medici e, soprattutto, con la discesa di Carlo VIII in Italia (1494-95). L’intervento del Re di Francia finalizzato a rivendicare i diritti degli Angioini sul Regno di Napoli, infatti, determinò con il suo passaggio la prima interruzione del reggimento mediceo a Firenze e la proclamazione della Repubblica cui Girolamo, pur non essendo diretto promotore della riforma costituzionale, aderì con entusiasmo. Nel rinnovato contesto di contrasto politico cittadino le invettive del frate domenicano nei confronti del Papato ed, in particolare, del neoeletto pontefice Alessandro VI Borgia si fecero ancor più aspre tanto da indurre quest’ultimo prima a convocare a Roma Girolamo per dar conto delle sue pretese capacità profetiche e poi ad ordinare che fosse sottoposto a giudizio con l’accusa di eresia, provvedimento questo ritirato e sostituito dalla sola intimazione a non pronunciare ulteriore prediche. Nei delicati equilibri di un agone politico sempre più incandescente le pressioni nei confronti di Roma a favore o contro Savonarola si moltiplicarono traducendosi in un’alternanza di minacce e atti di distensione – giunti fino alla proposta della nomina cardinalizia – comunque finalizzati a tacitarne i toni più critici. Il ritorno alle prediche, concesso dal Papa su intercessione dello stesso Governo repubblicano interessato ad utilizzare la sua arte oratoria per contrastare la fazione filomedicea degli “Arrabbiati”, tuttavia, dimostrò chiaramente che Girolamo non avrebbe accettato compromessi. Emblematica in tal senso fu l’organizzazione dei celebri “bruciamenti delle vanità” durante i quali i “Piagnoni” –  così erano indicati i sostenitori di Savonarola dalle lacrime versate durante le sue prediche – diedero fuoco ad ogni oggetto che fosse espressione di mondanità: furono dati alle fiamme manufatti d’arte, dipinti dal contenuto paganeggiante, gioielli, suppellettili preziose, vestiti lussuosi, con incalcolabile danno per l’arte e per la cultura fiorentina rinascimentale.

Nel 1497, dunque, l’evidente irriducibilità del frate domenicano convinse Alessandro VI a cedere alle pressioni degli “Arrabbiati” dapprima sopprimendo la Congregazione toscana di cui Savonarola era Vicario generale e, poi, procedendo alla sua stessa scomunica. Disinteressandosi di tale provvedimento, Girolamo continuò la sua campagna contro i vizi della chiesa inasprendo, anzi, le sue invettive. Il timore dell’interdizione papale e il diminuito prestigio del frate, non sottopostosi ad una prova del fuoco lanciata dal frate francescano suo rivale Francesco di Puglia, tuttavia, indussero la Repubblica fiorentina a riconsiderare il suo sostegno al predicatore e, quindi, ad intimare l’interruzione delle sue orazioni. Perduto l’appoggio politico del governo cittadino Savonarola fu arrestato e processato per eresia. La condanna a morte, seguita a tre procedimenti ampiamente manipolati, fu eseguita il 23 maggio 1498: Girolamo fu impiccato assieme ad altri due frati suoi sostenitori, fra Silvestro e fra Domenico, in piazza della Signoria, i loro corpi bruciati ed i resti gettati in Arno affinché non fossero trasformati in reliquie. Oggi nel luogo dell’esecuzione una lapide marmorea ne ricorda il sacrificio.

La fine di Girolamo Savonarola fu strettamente connessa ad una complessa vicenda politica che vide intrecciarsi interessi cittadini e dinamiche sovrastatali. A ben guardare, tuttavia, la ragione forse più profonda va ricercata nella sua convinzione di poter imporre un severo costume penitenziale ad una società ormai profondamente permeata da valori mondani. L’indubbia purezza di intenzioni e la sincera passione che ne animarono l’operato, d’altra parte, non potevano supplire alla natura di fatto residuale della sua concezione religiosa. In tal senso la breve sinergia fra la costruzione profetica del frate domenicano e la volontà di cambiamento delle masse subalterne fiorentine fu frutto più della speranza in un rivolgimento annunciato come imminente e inevitabile che della condivisione vera e profonda delle posizioni savonaroliane. Con il tempo ed in modo fondamentalmente arbitrario il predicatore ferrarese è stato assunto a simbolo di libertà repubblicana, o a precursore della riforma luterana, o, perfino, a profeta della conciliazione tra religione e scienza. Quale che sia l’interpretazione che si voglia adottare, occorre ricordare che Girolamo Savonarola fu, in primo luogo, protagonista di una intensa esperienza religiosa, le cui vicende si intrecciarono con grandi aspirazioni di rinnovamento. Gli interessi, inevitabilmente concreti, contrapposti nell’agone politico di quegli anni, tuttavia, non poterono che incontrare solo in parte la visione del frate. Con Savonarola, in ultima analisi, non moriva solo un predicatore ed un capo carismatico ma segnava il passo, di fronte ad un mondo avviato ad adottare nuovi e materialistici valori, anche quell’escatologia tipicamente medievale di cui egli fu fra gli ultimi assertori.

Andrea Fermi

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