Campi Flegrei, la super caldera che spaventa la Campania

Accade sempre più spesso, purtroppo, che questioni di carattere scientifico, una volta entrate in contatto con l’opinione pubblica, vengano estremizzate. Si passa facilmente dall’ignorare una situazione ben nota alla comunità scientifica al creare il panico nella popolazione.
Di recente, accanto all’insopportabile diatriba sui vaccini di cui parlammo tempo fa, sulle prime pagine c’è la caldera dei Campi Flegrei.

L’area, subito a nord-ovest della città di Napoli, è una delle zone vulcaniche più monitorate del pianeta. Il Vesuvio, nonostante sia il più noto, infatti, non è l’unico vulcano ancora attivo in Campania.
Il vulcanismo campano si origina da una tettonica distensiva che ha prodotto fenomeni vulcanici da nord a sud lungo tutto il margine tirrenico. Le primissime tracce visibili in superficie dell’attività vulcanica della zona risalgono a centinaia di migliaia di anni fa, ma i vulcani attivi dell’area napoletana (Ischia, Procida, Campi Flegrei e Vesuvio) si sono formati in tempi più recenti. Quella dei Campi Flegrei è una grande caldera in stato di quiescenza.

Trovandosi in una zona così “vivace”, non stupisce che l’Osservatorio Vesuviano, deputato alla sorveglianza di tutta l’area napoletana e sede locale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), sia il più antico osservatorio vulcanologico del mondo.

Sulla destra è riconoscibile il Vesuvio, sulla sinistra la zona dei Campi Flegrei.

Il monitoraggio di queste zone è di primaria importanza data la densità di popolazione che le caratterizza. La caldera dei Campi Flegrei occupa più di 100 chilometri quadrati in un’area fortemente urbanizzata in cui si trovano numerosi crateri e piccoli edifici vulcanici (più di una ventina). Il Parco Regionale dei Campi Flegrei, istituito nel 2003, conta 140’000 abitanti e rappresenta una zona di importante valore biologico e naturale.

La caldera si è formata in seguito allo sprofondamento causato dalle grandi eruzioni di circa 39’000 e 15’000 anni fa. Da allora si distinguono tre epoche di intensa attività vulcanica, alternate a periodi di quiescenza. L’ultima eruzione, peraltro la meno violenta, è stata quella che ha creato il Monte Nuovo, nel 1538, dopo un lungo periodo di riposo di circa 3.000 anni.

Un fenomeno che si verifica tipicamente nella zona è il bradisismo. All’interno delle manifestazioni vulcaniche, si parla di bradisismo nel caso di eventi di sollevamento o abbassamento del livello del suolo che si verifichino in tempi relativamente brevi. Non è così veloce da potersi percepire ma può diventare parecchio evidente in presenza di punti di riferimento quale, per esempio, il livello del mare.

Nella zona del golfo di Pozzuoli questo fenomeno è ben documentato da oltre 2000 anni.

Al minuto 2.02 Mario Tozzi ci racconta del bradisismo flegreo.

Tozzi ci introduce anche le eventualità che possono accadere, fra le quali, quella, temutissima, di un’eruzione. Del resto sollevamenti e attività sismica non mancano e, in un’area densamente popolata come quella, non bisogna tralasciare nessun indizio. Si chiama precauzione, non allarme generale.

Lo stato di attività è monitorato attraverso l’osservazione di parametri geofisici e geochimici. Ai Campi Flegrei sono installati appositi strumenti per il monitoraggio continuo della sismicità, delle deformazioni del suolo e delle emissioni di gas. Non solo, benché pesantemente osteggiato, il Campi Flegrei Deep Drilling Project ha intrapreso una perforazione di carattere scientifico nella caldera per studiarla, letteralmente, a fondo.

Attualmente vi è un pozzo profondo 500 metri ubicato nel quartiere di Bagnoli che, nei prossimi anni, arriverà alla profondità di 3,5 chilometri, deviando verso il centro della caldera. Le carote che sono state ricavate dalla perforazione ci raccontano la storia geologica dell’area napoletana con dovizia di particolari.

La stratigrafia ottenuta dal pozzo pilota di Bagnoli ha fornito dati riguardanti la catastrofica eruzione di 39.000 anni fa. Lo strato di ignimbrite, ad essa corrispondente, è stato localizzato a soli 439 metri, mentre si pensava che dovesse essere più in profondità. Inoltre il suo spessore è di soli 100 metri, un po’ pochi per un’eruzione così imponente. Per quanto riguarda l’evento che ha creato il tufo giallo napoletano, avvenuto 15.00 anni fa, si è visto che produsse un collasso di circa 250 m.

Il Campi Flegrei Deep Drilling Project.

I dati raccolti con questo metodo si vanno ad unire a quelli prodotti dagli strumenti in continuo e dalle campagne di misura. I ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano e dell’University College di Londra hanno elaborato un modello che mostra che i sollevamenti del suolo avvenuti negli ultimi 67 anni circa, indicano un accumulo di sforzi in profondità. Questo potrebbe portare le rocce ad un punto di rottura, causando un’eruzione.

La recente uscita dell’articolo sopracitato su Nature Communications ha creato, sui media, una situazione di  allarme eruzione tanto che il professor De Natale, uno dei firmatari dello studio, ha dovuto precisare pubblicamente il carattere scientifico della ricerca pubblicata. De Natale ha spiegato che quanto l’attuale condizione dei Campi Flegrei sia vicina al punto critico dipende dallo stato fisico attuale del sottosuolo e che il modello elaborato si propone di riuscire a prevedere le eruzioni tramite monitoraggi combinati.

Si tratta di un passo in avanti nel campo della prevenzione, importante dal momento che, presumibilmente, ci si avvicina ad una fase critica per la zona. I fenomeni sismici e di sollevamento  sono ricominciati nel 2005 e, in conseguenza della incrementata attività dell’area, l’Osservatorio Vesuviano attualmente emette bollettini a cadenza settimanale per il Dipartimento della Protezione Civile.

Il titolo dell’articolo scientifico all’origine del clamore richiama un progressivo avvicinamento all’eruzione, perché questa è una possibilità concreta e non avrebbe senso coprirsi gli occhi. Però non si legge da nessuna parte che l’evento sia imminente, come si è scritto in tono allarmistico, né mi è parso, come ho letto, che le dichiarazioni degli studiosi firmatari siano in disaccordo su questo punto.

Una situazione, quella attuale, che richiede approccio scientifico e attenzione della Protezione Civile e dell’opinione pubblica, non allarmismo fine a se stesso.

Una gita in mare fino a Pozzuoli, brevi e felici passeggiate in carrozza o a piedi attraverso il più prodigioso paese del mondo. Sotto il cielo più limpido il suolo più infido; macerie d’inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione, spazi brulli e desolati, e poi, d’improvviso, una verzura eternamente rigogliosa, che alligna dovunque può e s’innalza su tutta questa morte, cingendo stagni e rivi, affermandosi con superbi gruppi di querce perfino sui fianchi d’un antico cratere. (Italienische Reise –  Johann Wolfgang von Goethe)

Serena Piccardi

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