Roberto Capucci | “Fai della bellezza il tuo costante ideale”

Per quest’articolo ho pensato di analizzare la figura di uno stilista che ho particolarmente a cuore e che a dire il vero non si è mai preoccupato delle tendenze della moda, ma durante la sua  carriera ha cercato solo ed unicamente di dare sfogo al suo estro creativo, rifiutando tutte le logiche di marketing, riuscendo a coniugare arte e moda.  Dove finisce la moda e dove inizia l’arte? La moda è un’arte applicata al corpo sapiente geometria che racconta silenziosamente tanto di noi, di come la pensiamo, di chi siamo e cosa vogliamo comunicare, spesso quando guardiamo o indossiamo un abito ci dimentichiamo del fatto che un tessuto una volta tagliato ed assemblato a dovere, finisce per essere una piccola scultura capace di modellare la nostra silhouette, di nasconderla o esaltarla.

Moda come scultura? Moda ed arte? La moda e l’arte sono un binomio inscindibile, un rapporto simbiotico di scambio da sempre

Ad appena 26 anni Roberto Capucci fu definito da Christian Dior «il miglior creatore della moda italiana» alla base della suo lavoro vi è sempre stata una autentica ricerca estetica, influenzata dalla passione per l’arte, il design, l’architettura, ed un interesse viscerale verso la “forma” in grado di contenere un concetto, un contenuto, per cui gli abiti-scultura da lui disegnati furono e sono tutt’oggi considerati delle vere opere d’arte e proprio per questo costituiscono nella loro ieratica atemporalità  un unicum nel panorama della moda italiana ed internazionale.

Nacque a Roma il 2 dicembre 1930 e dopo aver frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti, formandosi con i maestri Mazzacurati, Avenali e de Libero, nel 1950, giovanissimo, inaugura il suo primo atelier, in via Sistina, grazie all’aiuto della giornalista Maria Foschini, che fu per lui grande amica e grande consigliera. Nel 1951 presentò le sue creazioni a Firenze, presso la residenza di Giovanni Battista Giorgini, il cosiddetto inventore della moda italiana. Giorgini, abile uomo d’affari, capì subito la potenzialità della moda italiana, allora pressoché sconosciuta nel mondo. Tutto infatti si svolgeva a Parigi, la grande capitale della moda, ma Giovanni Battista Giorgini decise di organizzare la “First Italian High Fashion Show” presso la sua residenza privata di Firenze a villa Torrigiani. La sfilata si tenne il 12 febbraio 1951 alla presenza di sei importanti compratori americani e la sua intraprendenza, insieme alla qualità delle collezioni presentate, la reputazione dei compratori e l’appoggio di alcuni giornalisti come Irene Brin, italian editor per Harper Bazaar (che pubblicizzò l’evento oltre oceano), ne decretarono il successo. Fu un evento del tutto eccezionale e nuovo ea partire da quel momento si iniziò veramente a parlare di moda italiana.

Gli abiti di Capucci colpirono subito per le audaci ed ardite sperimentazioni; i tessuti piacquero per i volumi arditi e altamente scenografici, la seta utilizzata ad esempio, colpì per l’originalità con cui venne trattata. Capucci riuscì infatti ad esaltarla e a trasformarla in numerose varianti attraverso l’uso della tecnica del plissé, che divenne da subito simbolo distintivo. La seta divenne per lui pura materia con cui giocare, materia adatta ad essere plasmata ad ogni suo vezzo stilistico. Indirizzato poi dal Marchese Giorgini verso l’Antico Setificio Fiorentino, il giovane stilista sperimentò diverse tipologie di seta tra cui l’ermesino, un particolare tipo di taffetà di seta leggera, preziosa, dalla consistenza semirigida e dal suono frusciante, che divenne uno dei suoi materiali di elezione. Molte però furono le sete che Capucci utilizzò: dallo chiffon, al crêpe marocain, dal faille, al gazar, alla georgette, al mikado, al  peau de soie, al raso, al pesante reps, al sauvage (la seta selvatica), fino allo shantung e al taffetà, per dar luogo a una gamma sempre nuova di realizzazioni attraverso anche la combinazione di questi con l’uso di materiali quali plastiche, metalli, etc…

Il suo viscerale interesse verso la plasticità della forma portò alla luce l’abito Nove Gonne, realizzato nel 1956, che è forse uno degli abito più conosciuto del periodo iniziale dell’opera di Capucci. L’abito realizzato in taffetà rosso, si sviluppava in ben nove gonne concentriche con tanto di strascico sulla parte posteriore. Si dice che il couturier sia stato ispirato dal gioco di cerchi concentrici che si propaga sulla superficie dell’acqua lanciandovi un sasso.

Nel 1958 Capucci abbandonate le linee morbide e più tondeggianti della prima fase, creò la Linea a scatola, autentica rivoluzione dal punto di vista tecnico e stilistico. Per questa proposta del tutto innovativa, il 17 settembre 1958 ricevette a Boston l’Oscar della Moda – Filene’s Young Talent Design Award– quale migliore creatore di moda insieme a Pierre Cardin e James Galanos. Quello che interessava Capucci e che lo differenziò da tutti era lavorare sul concetto di tridimensionalità e di bidimensionalità, agendo infatti sulla sottrazione e sull’addizione del volume, costruiva delle vere e proprie architetture di cui il corpo umano era sì il perno, al quale però si potevano aggiungere dei veri e propri “corpi aggiunti”, modificando la percezione e addirittura la funzionalità dell’abito attraverso il condizionamento del movimento e della gestualità. Una visione quindi del tutto nuova e futuristica del corpo umano e della moda senza precedenti.

Abito linea a scatola

Nel 1961 il richiamo verso Parigi divenne sempre più forte e fu accolto in modo entusiastico della critica durante le sfilate parigine nel calendario della Chambre Syndacale de la Mode che lo portarono ad aprire un anno più tardi, il suo atelier al n. 4 di Rue Cambon a Parigi, riscuotendo clamore e ricevendo critiche positive da parte di tutta la stampa, ma l’amore per Parigi non scattò e nel 1968 decise di rientrare in Italia, a Roma, nell’atelier di via Gregoriana. A Roma presentò le sue collezioni nel calendario della moda organizzato dalla Camera Nazionale dell’Alta Moda e, nello stesso anno, disegnò i costumi di Silvana Mangano e di Terence Stamp per il film Teorema di Pier Paolo Pasolini, ma le sue collaborazioni furono tante non solo disegnò per il cinema, ma anche per il teatro e l’opera, ambiti nei quali potè liberamente dare sfogo alle sue geniali visioni. Nel luglio del 1970 presentò nel ninfeo del Museo di Arte Etrusca di Villa Giulia, una collezione che rivoluzionò le sfilate, le modelle furono fatte sfilare con stivali dal tacco basso, senza trucco e con i capelli al naturale, ciò che doveva essere enfatizzato infatti erano gli abiti e non le modelle. Iniziò in questi anni dunque, la grande sperimentazione del Maestro verso forme strutturali ancora più esaltanti e generose, attraverso l’inserimento di elementi decorativi rigidi, l’accostamento di materiali ricchi e poveri; di tessuti pregiati accostati e lavorati con sassi e paglia ad esempio, che si ispiravano alla natura e alla sua perfezione.

Questo periodo di grande lavoro fu anche un momento di grande trasformazione che lo portò a rifiutare del tutto le dinamiche commerciali del fashion system. Decise così di dimettersi dalla Camera Nazionale della Moda e cominciò a presentare le sue collezioni come personali d’artista, realizzandole senza seguire né scadenze né calendari. Nacquero così una serie di creazioni sempre più poetiche ed impalpabili come ad esempio il Peplo, un abito realizzato in georgette grigio con pieghe nei vari toni del verde (realizzato poi nelle varianti del giallo, del geranio e del blu), affinando anche la tecnica del plissé.

Spostata l’attenzione verso l’essere un artista a tutto tondo, non più costretto a pensare alle logiche di business e di vendita, negli anni ’90 Capucci aprì la sua stagione espositiva nei Musei di tutto il mondo e nei grandi Palazzi storici. La prima mostra organizzata fu: “Roberto Capucci l’Arte Nella Moda – Volume, Colore e Metodo” in Palazzo Strozzi a Firenze dove fu accolto con grandi elogi sia dalla critica, sia dal pubblico. Seguirono dunque, importanti esposizioni in tutto il mondo, tra cui il Kunsthistorihsches Museum (Vienna), il Nordiska Museet (Stoccolma), il Museo Puškin delle belle arti (Mosca), il Philadelphia Museum of Art, la Reggia di Venaria Reale (Torino), e nel 1995 venne invitato a presentare le sue creazioni all’Esposizione Internazionale di Arti Visive La Biennale di Venezia, nell’edizione del centenario 1895-1995.

Nel 2005, con l’Associazione Civita, crea la Fondazione Roberto Capucci con lo scopo di preservare il suo archivio che consta di 439 abiti storici, 500 illustrazioni firmate, 22.000 disegni originali, una rassegna stampa completa e una vasta fototeca e mediateca, sono una raccolta completa frutto della sua continua smania di studio, lavoro e ricerca della perfezione, del bello e del sublime.

Nel 2007 apre nella Villa Bardini a Firenze, il Museo della Fondazione Roberto Capucci, all’interno del quale vennero organizzate mostre e un’intensa attività didattica e nell’aprile del 2012, e nel marzo 2013 la Venaria Reale di Torino con la mostra “Alla ricerca della regalità”, riscuote un’enorme affluenza di pubblico e successivamente viene realizzato un documentario sulla mostra e la vita di Capucci: “Le Code, le Ali” (Plays).

Ad oggi Roberto Capucci, è considerato uno dei più grandi designer del XX secolo, vanta collaborazioni di rilievo, abiti per grandi celebrità del mondo del cinema, del teatro, per le tante donne dell’alta società italiana ed europea, donne illustri ed importanti, tra cui Rita Levi-Montalcini che nel 1986 indossò un suo abito  in occasione del conferimento del Premio Nobel per la medicina.

Eleonora Riccio

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