L’ultimo assedio di Costantinopoli: la caduta di un impero

La Storia è maestra di vita, asseriva Cicerone nel suo De Oratore ed effettivamente lo studio del passato si dimostra un formidabile strumento di analisi del mondo che ci circonda. Se volessimo, per assurdo, schematizzare ciò che la Storia può insegnarci, la prima lezione su cui saremmo invitati a riflettere sarebbe con ogni probabilità l’inevitabile caducità del tutto. Sarà fin troppo banale, infatti, osservare come nelle vicende che hanno interessato l’umanità, la “mortalità” sia stata una costante inevitabile: uomini, governi persino religioni e Dei dopo essere nati, cresciuti ed aver raggiunto il loro apogeo sono andati incontro al decadimento e, da ultimo, alla loro scomparsa.

Non fa eccezione, in tal senso, l’Impero di cui, la scorsa settimana, è ricorso l’anniversario della caduta, atto finale di una storia millenaria che nel suo nome e nel nome della sua città di origine aveva voluto identificare vanamente il concetto di eternità: l’Impero Romano. In verità le vicende che ci apprestiamo a ricordare interessano la sua componente orientale separatasi nel 395 d.C. – poco dopo la morte del grande imperatore Teodosio –, dalla componente occidentale e sopravvissuta ad essa per oltre mille anni. In particolar modo ripercorreremo i fatti che interessarono la sua capitale, la “Seconda Roma” Costantinopoli, nell’ultimo assedio cui fu sottoposta e che, vedendola soccombere, determinò la definitiva scomparsa delle ultime vestigia di quello che era stato il più grande impero del vecchio continente.

Invero nel XV secolo la città di Costantinopoli si riduceva ad essere “una città isolata, un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”[i]: già a partire dal 1200, infatti, il quadrante mediorientale aveva assistito alla nascita ed alla progressiva affermazione di un nuovo potere, quello dei turchi Ottomani, dal nome del loro leader Othman. Signore dell’Emirato di Bitinia, nato dalle macerie del regno dei turchi Selgiuchidi detronizzati dall’espansionismo mongolo, questi avviò sul finire del XIII secolo un’ambiziosa e felice campagna di unificazione politica della penisola anatolica che vide sconfitti ripetutamente gli altri Emirati turchi e i bizantini. Il pericolo per Costantinopoli era evidente: l’inesorabile avanzata ottomana, infatti, non solo erose i domini bizantini nell’odierna Turchia ma, ben presto, palesò le sue intenzioni di ampliare i confini del novello impero ad Occidente. Mentre, dunque, Othman collocava la sua capitale nella città di Bursa a soli 250 km da Bisanzio, il suo successore, Bayazid, nella seconda metà del ‘300 muoveva alla conquista della penisola balcanica, di fatto accerchiando quanto rimaneva dell’Impero romano d’Oriente. In questo contesto l’intervento di Tamerlano, Signore turco dell’Asia Centrale, che riuscì a sconfiggere gli Ottomani ad Ankara e fermare la loro avanzata, non poté che essere una momentanea interruzione nel decorso di un destino che ormai appariva inevitabile: morto Tamerlano, infatti, il suo regno si disgregò in breve tempo e gli Ottomani poterono riprendere la loro espansione verso l’Europa sotto la guida di Murad II (1421-1451).

La rinnovata minaccia a Costantinopoli e la convinzione che la città non avrebbe potuto resistere ancora a lungo, spinse dunque il suo imperatore, Giovanni VIII Paleologo, a recarsi in Italia nel 1438 per chiedere aiuto ai cristiani d’Occidente e cercare di ottenere il supporto militare delle Potenze del Vecchio Continente. In cambio del sostegno richiesto l’imperatore arrivò perfino a offrire la sottomissione della Chiesa d’Oriente a quella Cattolica, sottomissione che si tradusse durante il Concilio di Firenze dell’anno successivo nella proclamazione dell’unione fra le due Chiese. La mancata ratifica di quanto stabilito a Roma da parte del clero ortodosso, del tutto contrario all’imposta riunificazione, la perdurante “guerra dei cent’anni” fra Francia e Gran Bretagna, la debolezza e la frammentazione dei Regni in Italia e Germania e il sostanziale disinteresse di Spagna e Portogallo, tuttavia, fecero sì che, al di là degli impegni verbali, Costantinopoli fosse di fatto abbandonata a se stessa. Nel trentennio di sultanato di Murad II, dunque, l’Impero romano d’Oriente continuò a subire rilevanti perdite territoriali tanto da vedere ridotti i suoi confini, di fatto, alla sola capitale e ad una piccola porzione del Peloponneso. In questo contesto l’attacco finale a Bisanzio era solo questione di tempo e non tardò ad essere messo in atto dal successore di Murad II, Mehmet II, giovane e ambizioso sultano salito al potere nel 1452.

La preparazione dell’assedio fu oltremodo meticolosa: mentre, nello stesso 1452, veniva eretta la fortezza di Rumeli–Hisar di fronte a quella di Anadolu–Hisar nel Bosforo così da poter controllare lo stretto ed ostacolare i rifornimenti via mare alla Capitale romana, particolare attenzione fu dedicata all’ampliamento della flotta navale ed alla costruzione di nuovi e potenti cannoni in grado di abbattere le spesse mura poste a protezione della città. L’allestimento di un esercito affatto superiore in fatto di uomini e mezzi – superiorità resa viepiù evidente dai magri risultati ottenuti da Bisanzio nelle rinnovate richieste d’aiuto alle Potenze cristiane – completava i dettagli di uno scenario bellico in tutto e per tutto favorevole agli Ottomani. Ciò, tuttavia, non impedì a Costantino XI, salito al soglio imperiale nel 1449, di rifiutare la proposta di Mehmet II il quale, in cambio della resa, garantiva l’incolumità degli abitanti e il titolo di governatore all’Imperatore stesso. La risposta di questi, infatti, fu inequivocabile: “Darti la città non è decisione mia né di alcuno dei suoi abitanti, abbiamo infatti deciso di nostra spontanea volontà di combattere e non risparmieremo la vita”.

L’ultimo assedio a Costantinopoli, dunque, ebbe inizio nell’aprile del 1453. Il Sultano ottomano mosse contro l’odierna Istanbul  con un esercito di 160000 uomini e 200 navi mentre i difensori rispondevano con 26 navi e 7000 unità, compresi 600 veneziani, 700 genovesi e una squadra di catalani, gli unici ad aver risposto al disperato grido di aiuto dei bizantini. Il piano di attacco di Mehmet II prevedeva di assaltare la città via terra tentando di sfondare la cinta muraria teodosiana che ne difendeva il lato occidentale: tale cinta era composta, in primo luogo, da un fossato largo 18 metri e profondo 7 seguito da un parapetto; poi, intervallato da una lunga spianata, si incontrava il muro esterno alto 7 metri e spesso circa 3 con numerose torri di guardia; infine, dopo un’ulteriore spazio si arrivava al muro interno alto 12 metri e spesso poco meno di 5 con torri alte 16 – 18 metri. Di fronte a questa formidabile linea difensiva anche i nuovi cannoni progettati per il Sultano dal fonditore ungherese Urban e in grado di scagliare proiettili di granito da circa 1000 kg di peso si rivelarono solo parzialmente efficaci: i lunghi tempi di ricarica e la necessità di far raffreddare il metallo dopo ogni esplosione onde evitare cedimenti nei cannoni stessi, infatti, lasciavano il tempo ai bizantini non impegnati nella battaglia di riparare i danni e frustrare, così, i tentativi di aprire vere e proprie brecce nelle mura. Parimenti l’intervento di una squadra di artificieri ottomani volto ad aprire un varco nelle fortificazioni teodosiane ponendo dell’esplosivo in un passaggio costruito sotto le mura stesse, fu sventato dai difensori della città che, peraltro, causarono un gran numero di morti fra i turchi.

Se, dunque, via terra le operazioni non davano ragione al Sultano, anche via mare le manovre non sortivano gli effetti da questi sperati. I tentativi della flotta turca di accedere al “Corno d’oro”, l’insenatura ove era collocato il porto, infatti, erano impediti da una enorme catena che ne precludeva l’accesso. Fu di fronte a questa situazione di stallo che Mehmet II impose ai suoi soldati un’operazione colossale: costruire una passerella di legno lunga due chilometri  sopra la quale trasportare a braccia le navi e raggiungere le acque interne. Parimenti ordinò che, sul versante occidentale, le mura fossero prese d’assalto e conquistate con la forza, complice anche l’arrivo di altri 60000 uomini di rinforzo. Il 29 maggio 1453, quindi, l’attacco finale ebbe inizio. Poche ore dopo la celebrazione dell’ultima messa cristiana nella Basilica di Santa Sofia cui assistettero sia greci che latini, all’una di notte il Sultano lanciò il primo assalto della fanteria alla “Porta d’oro”, via d’accesso collocata nel Mesoteichion, settore più vulnerabile delle fortificazioni teodosiane. Dopo tre ore di accanita battaglia, tuttavia, i difensori riuscirono a respingere le truppe nemiche arrecando loro ingenti perdite. Mehmet ordinò allora un secondo assalto condotto questa volta da reparti meglio preparati e equipaggiati. A seguito di aspri scontri questi riuscirono ad aprire un varco nelle linee difensive cristiane e fu solo l’intervento di Costantino XI in persona con i suoi reparti scelti ad evitare la disfatta e la capitolazione della città. La strenua e valorosa resistenza bizantina, tuttavia, non poteva durare ancora a lungo: la possibilità per i turchi di impiegare truppe fresche e ben armate contro un nemico sempre più logorato e stanco, non lasciava vie di scampo. In più Mehmet doveva ancora dispiegare sul campo le sue guardie più temibili, i giannizzeri. Furono proprio costoro, alle prime luci dell’alba, a guidare il terzo ed ultimo attacco ottomano e ad aver ragione della pur accanita difesa bizantina: ferito Giovanni Giustinani Longo, comandante dei genovesi, questi e i veneziani si diedero alla fuga nonostante le esortazioni dell’imperatore a restare al suo fianco; rimasto alla guida dei suoi e dei catalani, Costantino tentò un ultimo, disperato contrattacco durante il quale lui stesso scomparve nella mischia trovando probabilmente la morte in combattimento: il suo corpo non fu mai ritrovato e lui considerato santo e martire dalla Chiesa ortodossa.

La caduta di Costantinopoli fu vissuta dal mondo cristiano come una tremenda catastrofe paragonabile solo alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. Essa alimentò innumerevoli leggende e canti ancora presenti nella cultura neogreca la quale tutt’oggi considera il martedì – giorno della vittoria ottomana – e non il venerdì – giorno della morte di Cristo – come giorno nefasto. Certamente la fine della storia millenaria di Bisanzio e la sua violenta annessione – anche se non come gli storici cristiani vollero far credere – all’Islam rappresentarono un momento di rottura di estrema rilevanza. Lo spirito dell’Impero d’Oriente, tuttavia, non scomparve così repentinamente: esso, infatti, continuò ad influenzare la definizione politica del quadrante balcanico e si mantenne oltremodo vivo nella sua declinazione religiosa del cristianesimo greco-ortodosso che, presto, in un mondo avviato a ridefinire i suoi confini e i suoi poteri, avrebbe riconosciuto nella crescente potenza russa la nascita di una terza Roma.

[i] Fernand Braudel in AA.VV., Storia d’Italia Einaudi, vol. II, 1972, p. 2103.

Andrea Fermi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

©2017 virgoletteblog.it ideato da Filippo Piccini sito web realizzato da Riccardo Spadaro

Log in with your credentials

Forgot your details?