Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’oceano, di PLASTICA

In un momento in cui l’attenzione per il benessere del nostro pianeta langue, almeno stando alle politiche di alcuni dei grandi della Terra, appare sempre più necessario insistere su alcuni punti. Oggi parleremo degli incredibili quantitativi di plastica che gironzolano per i mari di tutto il mondo.

Pensate che ogni anno viene riversato in mare un totale di otto milioni di tonnellate di plastica. Attualmente più di 600 specie marine sono in pericolo a causa dei rifiuti e si ritiene che, entro il 2050, ben il 99% degli uccelli marini avranno ingerito plastica. Queste le drammatiche stime dell’Unep, il programma dell’ONU per l’ambiente, che ha lanciato la campagna #CleanSeas per informare e sensibilizzare opinione pubblica, industrie e governi sullo stato di inquinamento del mare.

In ambiente oceanico, un sacchetto di plastica dura circa 1000 anni prima di essere completamente degradato per effetto della radiazione solare e dell’abrasione fisica. Durante questi mille anni, tante microscopiche parti del sacchetto, si staccano da questo e vanno per la loro strada.

Il nemico numero uno dell’inquinamento marino sono proprio le microplastiche, di dimensioni inferiori a qualche millimetro. La pericolosità è dovuta proprio alle dimensioni ridotte; entrano facilmente nella catena alimentare e si accumulano nei tessuti. Queste possono derivare in modo diretto dall’uso di cosmetici, dal lavaggio di tessuti sintetici e da processi industriali.

Oppure possono provenire, in modo indiretto, dalle grandi chiazze di immondizia del Pacifico.

In pieno Oceano Pacifico settentrionale, l’anticiclone subtropicale contribuisce alla formazione del North Pacific Gyre in cui le correnti girano in senso orario, rallentando man mano che si avvicinano al centro del vortice dove la turbolenza è praticamente nulla.

Qui galleggia la più grande discarica presente sul nostro pianeta.

La più grande delle due isole di plastica, chiamata The Eastern Garbage Patch, galleggia tra la California e le Hawaii e riguarda una superficie grande circa 17 volte quella dell’Italia. La seconda, The Western Garbage Patch, si trova al largo delle coste del Giappone.

La situazione del Pacifico è forse la più nota ma abbiamo chiazze di spazzatura in tutti gli oceani. Nell’Atlantico ce n’è una nei pressi del Mar dei Sargassi. È del 2013, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciencesla prima mappa della spazzatura marina.

L’inquinamento da plastica non riguarda solo luoghi lontani in mezzo agli oceani, anzi, ci tocca molto da vicino.

Non tutti sanno che anche nel nostro Mediterraneo sono presenti due “isolette” di plastica, una tra Cagliari e le isole Egadi, l’altra tra La Spezia e l’Arcipelago Toscano. Anche se evidentemente più piccole di quelle del Pacifico, le due aree hanno una densità di microplastiche addirittura superiore a quella delle Garbage Patch oceaniche.

Un film, girato da una troupe di giornalisti provenienti in larga parte dalla BBC per la rete Plastic Oceans, che documenta il problema globale dell’inquinamento provocato dalla plastica è, in parte, girato nei nostri mari.

Si parla del progetto Plastic Busters, del dipartimento di Scienze ambientali dell’Università di Siena che lavora per campionare la presenza di microplastiche e indagare sulle conseguenze per la salute di specie sentinella, come le balene, nei mari della Sardegna. Il santuario Pelagos per la protezione dei mammiferi marini è una delle zone più protette del Mediterraneo. Nonostante la protezione istituita, attualmente, è in pericolo perché pesantemente minacciato, oltre che dagli altri inquinanti, da ingenti quantità di plastica.

Non c’è scampo nemmeno negli angoli più remoti e incontaminati del pianeta.

L’arcipelago delle Isole Pitcairn, nell’Oceano Pacifico meridionale, famoso per essere stato l’ultimo approdo per gli ammutinati del Bounty, si trova in mezzo al nulla. Henderson, la sua isola più grande, è Patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, a migliaia di chilometri dal primo centro abitato, eppure, l’arcipelago è sommerso da spazzatura. Uno studio apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha quantificato la presenza di ben 17 tonnellate di detriti depositate solo sull’isola principale.

Neanche l’Oceano Artico, lungo le cui sponde la densità di abitazione è davvero minima, si salva da questo triste destino. Uno studio pubblicato su Science Advances denuncia l’accumulo di rifiuti anche  in questi mari così remoti.

La ricerca, in questi ultimi anni, si sta muovendo per stabilire quanta sia la plastica effettivamente presente negli oceani, non solo in superficie, dove si trova, da dove arriva e quali/quanti siano i danni che provoca.

Abbiamo tutti visto, almeno una volta, una foto di una tartaruga marina con la testa incastrata in un qualche oggetto di plastica. Come loro, anche molti altri animali rimangono intrappolati dalle reti abbandonate o soffocati dai sacchetti ma si tratta solo dei danni più evidenti.

Le microplastiche hanno un impatto meno vistoso sulle popolazioni animali ma, proprio per questo, più subdolo. Si tratta di sostanze tossiche e molti degli effetti che hanno sulle specie marine sono ancora in fase di studio ma i primi risultati sono preoccupanti. Inoltre, come immaginerete, attraverso il consumo di pesce, tali plastiche arrivano anche a noi.

Siamo tutti molto esigenti quando si tratta di scegliere le località di villeggiatura, molti di noi si informano sullo stato delle spiagge e dei servizi proprio per evitare delusioni. Giustamente, abbiamo atteso a lungo le ferie ed ora vorremmo poterci tuffare in un mare cristallino. Cosa pensiamo quando, invece, troviamo acque e spiagge piene di rifiuti? Ce la prendiamo con un generico, cattivo, inquinamento causato da altri, ovviamente. Siamo sicuri di non contribuire allo stato di degrado dei nostri oceani?

Abbiamo parlato, in passato, dell’importanza di viaggiare in modo ecosostenibile o, quantomeno, il più ecologico possibile ma cosa possiamo fare nella vita di tutti i giorni per evitare di intasare i nostri mari di rifiuti pericolosi? La risposta è molto semplice: ridurre il consumo di plastica.

Appare chiaro che governi e industria sono fondamentali per limitare l’utilizzo dei materiali plastici ma noi, come consumatori, possiamo direzionare le nostre scelte in modo virtuoso ed iniziare il processo di cambiamento. Per iniziare, possiamo:

  • Evitare l’usa e getta, limitarlo al minimo. Evitare stoviglie, bicchieri o platti di plastica salvo che siano fabbricati con plastica biodegradabile. Per radersi è possibile utilizzare rasoi con lame intercambiabili, per accendere si possono acquistare accendini ricaricabili.
  • Fare la spesa al supermercato con le buste di tela, evitando di prendere ogni volta nuove buste di plastica. Altrimenti possiamo chiedere al supermercato buste di plastica biodegradabile.
  • In molte città sono presenti negozi che vendono prodotti per la casa sfusi, come detersivi e saponi, buoni per l’ambiente e per il portafogli.
  • Riciclare il più possibile, a partire dalle nostre case. Predisponete un contenitore apposito per la raccolta differenziata della plastica.
  • Se l’acqua di casa è potabile e non avete particolari problemi di salute, potete bere l’acqua dal rubinetto. Ogni bottiglia d’acqua acquistata diventerà un rifiuto di plastica.
  • Limitare i cibi con imballaggi in plastica, preferire il vetro o la carta riciclata.
  • Scegliamo cosmetici ecosostenibili. Le microplastiche contenute negli esfolianti, per esempio, sono molto impattanti per l’ambiente e, al contempo, è facilissimo farli in casa.

Nel corso del tempo, parte del materiale plastico sedimenterà e verrà cementato nella Terra, formando uno strato riconoscibile, quello dell’età della plastica.

Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. (Le ali della libertà)

Serena Piccardi

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