“Abiuro,​ ​maledico​ ​e​ ​detesto​ ​li​ ​sudetti​ ​errori​ ​e​ ​eresie”: Il​ ​processo​ ​a​ ​Galileo​ ​Galilei

Illustre uomo di scienza, fisico, filosofo e matematico, oppositore dell’oscurantismo ecclesiastico, assertore del libero pensiero e della libera ricerca, inventore, scopritore dei grandi moti astronomici: in questi termini ricordiamo oggi la figura di Galileo Galilei. Le vicende che interessarono i suoi studi, il processo cui fu sottoposto, l’imposizione a disconoscere i risultati ottenuti nel suo lavoro di ricerca rappresentano, forse, uno dei casi più noti fra quelli che videro contrapporsi la Chiesa romana ed alcuni grandi pensatori del passato. Proprio in questa settimana e, per la precisione, il 22 giugno cade il 384° anniversario della condanna pronunciata dall’inquisizione vaticana nei confronti di Galileo: in questo appuntamento con la Storia, dunque, andremo a ripercorrere le principali tappe che animarono tale scontro giungendo allo svolgersi del procedimento giudiziario cui fu sottoposto lo scienziato pisano e alla conclusione della sua abiura.

I presupposti per il contrasto fra la Chiesa e Galileo Galilei affondano le loro radici nelle conclusioni che questi dedusse dall’osservazione della volta celeste condotta tramite il cannocchiale – strumento di sua invenzione – durante l’ultima fase della sua docenza presso l’Università di Padova (1609-1610) e negli anni immediatamente successivi. La scoperta della natura montuosa della Luna e, ancora più, delle lune di Giove, infatti, mettevano in crisi due dei concetti fondamentali della cosmologia aristotelico-tolemaica cui, a partire dalla scolastica medievale, la Chiesa aveva informato la sua dottrina: da una parte essa negava la differenziazione morfologica tra i corpi celesti e il globo terrestre, dall’altra contraddiceva il principio secondo il quale la terra stessa dovesse essere considerata come unico centro di tutti i moti celesti. In questo modo venivano a cadere i due pilastri che, fino a quel momento, avevano sostanziato la confutazione delle tesi esposte da Niccolò Copernico nel suo testo De rivolutionibus Orbium Celestium (1543), con il quale la visione eliocentrica faceva il suo ingresso nel dibattito scientifico dell’epoca.

L’importanza e le potenziali conseguenze di tali scoperte, esposte nel testo Sidereus Nuncius del marzo 1610, non tardarono ad allarmare gli ambienti ecclesiastici ed, in particolare, i filosofi aristotelici i quali, dopo aver tentato vanamente di confutarne la veridicità, ricorsero a quanto riportato nelle Sacre Scritture per opporsi alle tesi dell’astronomo pisano. La svolta teologica del dibattito, evidentemente, poneva quest’ultimo in una posizione assai delicata  spostando, di fatto, l’argomento di discussione dal piano del confronto scientifico a quello dell’esegesi biblica. Ciò suscitò una viva preoccupazione in Galileo il quale se, da cristiano, non poneva affatto in dubbio la non errabilità del Testo Sacro era, tuttavia, convinto che la sua interpretazione letterale non solo conducesse lontano dalla comprensione del profondo messaggio spirituale in esso serbato ma ponesse dei forti limiti allo studio ed alla ricerca di cui, invece, rivendicava l’indipendenza.

Questa convinzione, che, in ultima istanza, lo portava a considerare le asserzioni contrarie all’eliocentrismo presenti nel Vecchio Testamento come risultato di una superficiale adesione al senso comune ed al comune parlare, fu riportata dallo stesso Galileo in due lettere destinate alla Granduchessa Cristina di Lorena e al suo discepolo benedettino Castelli. Tale iniziativa, tuttavia, si rivelò un pericoloso passo falso: la seconda missiva, infatti, finì nelle mani di due domenicani del Convento di S. Marco a Firenze, Lorini e Caccini, i quali decisero di inviare una copia della stessa a Roma sollecitandone un giudizio teologico per poi inoltrare – il secondo dei due – una formale denuncia nei confronti del suo estensore. Sebbene il giudizio del Santo Uffizio si rivelò sostanzialmente positivo, Galileo decise comunque di recarsi a Roma nel 1616 per scongiurare l’eventualità di una decisione vaticana contro le tesi copernicane, precauzione questa che non si rivelò affatto eccessiva per quanto priva di positivi risultati. Preoccupate dai vivaci dibattiti che andavano sviluppandosi sull’argomento e dalla comparsa del primo studio teologico condotto dal carmelitano calabrese Foscarini in difesa della conciliabilità fra eliocentrismo e Sacra Scrittura, infatti, le autorità romane decisero di intervenire al riguardo: mentre, dunque, il 25 febbraio 1616 il papa Paolo V ordinava che Galileo fosse ammonito privatamente da parte del Cardinale Bellarmino ad abbandonare le teoria copernicana, la Congregazione dell’Indice emetteva un decreto con cui si dichiarava detta teoria come erronea almeno nella fede e contraria alla Bibbia.

Si apriva così un lungo settennato in cui lo scienziato pisano, ubbidiente all’ordine papale, si chiuse nel silenzio. Fu solo con l’elezione al soglio pontificio del suo vecchio ammiratore Maffeo Barberini, divenuto Papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII, che in Galileo nacque la speranza di assistere ad un cambiamento di pensiero nelle alte sfere vaticane. Nonostante la cocente delusione in tal senso derivata dalle sei udienze con il Pontefice svoltesi nell’anno successivo, egli riuscì comunque ad ottenere il permesso di redigere un testo che illustrasse gli argomenti in favore delle due teorie opposte senza però prendere posizione in merito. Nel 1632, dopo 6 anni di scrittura e 2 di trattative con i revisori romani preoccupati per l’evidente partigianeria dell’opera, dunque, veniva pubblicato a Firenze il Dialogo sopra i due massimi sistemi del Mondo. L’arrivo delle prime copie a Roma, tuttavia, scatenò una durissima reazione degli oppositori di Galileo i quali, nonostante gli artifici retorici utilizzati, riconobbero facilmente e denunciarono il palese favore concesso alla teoria copernicana. La concreta possibilità che la concessione dell’imprimatur ad uno studio tanto fazioso fosse intravista nella vecchia amicizia fra l’autore e il Papa, spinse quest’ultimo ad affidare l’esame del Dialogo ad una speciale commissione il cui pronosticabile parere fu che il testo difendesse di fatto la tesi copernicana. Tale conclusione, unitamente alla scoperta negli archivi vaticani del documento attestante l’ammonizione che lo scienziato pisano aveva ricevuto dal Cardinale Bellarmino e che non era stata citata, come previsto, nella procedura di richiesta dell’Imprimatur, spinsero Urbano VIII a decidere per la convocazione a Roma di Galileo e per la sua sottomissione ad un processo del Santo Uffizio.

Iniziato il 12 aprile 1633, il processo contro Galileo Galilei si snodò attraverso vari interrogatori tesi, in primo luogo, ad indagare contesto, motivi e scopi della sua prima visita romana del 1616, in secondo luogo a certificare la natura e l’effettiva avvenuta comunicazione del precetto del Cardinale Bellarmino e, da ultimo, a conoscere quanto avesse da dichiarare rispetto al Dibattito. I dubbi ed, invero, poco credibili tentativi dell’accusato di negare le proprie simpatie per le tesi copernicane non poterono evitare la condanna per “veemente sospetto di eresia” pronunciata dall’inquisitore il 22 giugno 1633 cui fece seguito, subito dopo la lettura della sentenza, l’abiura pronunciata da Galileo.

Secondo molti autori posteriori, terminato il forzato pronunciamento contro la sua stessa opera, lo scienziato pisano avrebbe pronunciato la frase “E pur si muove” in riferimento al moto della terra, frase divenuta nel tempo proverbiale. In verità non abbiamo testimonianze dirette che tale affermazione sia stata davvero pronunciata da Galileo e tanto meno che sia stata pronunciata in quel momento. A ben guardare, tuttavia, il tema dell’attribuzione del suddetto motto appare di secondaria importanza se rapportato al suo valore simbolico richiamantesi ad una ragione che non si piega di fronte al dogma e che, sebbene sottoposta all’imposizione inquisitoria, asserisce la propria verità. In tal senso insieme e oltre al suo valore scientifico intrinseco, l’opera di Galileo Galilei invita tutt’oggi a leggere oltre il suo significato letterale per coglierne un senso profondo destinato a restare vivo nella Storia.

Andrea Fermi

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