Appena apro gli occhi – Canto per la libertà

appena apro gli occhi canto per la libertà

Quello di cui sto per parlarvi è uno di quei film che ha avuto una distribuzione pessima nelle sale italiane, nonostante il suo passaggio all’edizione 2015 del Festival di Venezia; ed è un vero peccato visto che Appena apro gli occhi – Canto per la libertà, (A peine j’ouvre les yeux) è un piccolo gioiello, che a mio avviso andrebbe proiettato nelle nostre scuole e anche in quelle di altri paesi europei.

Manifesto di una generazione

Perché è un gioiello? Si fa presto a dirlo, perché la pellicola racconta i mesi immediatamente precedenti la Primavera Araba a Tunisi, a cavallo tra 2010 e 2011, e lo fa mettendo al centro della storia la diciottenne Farah (Baya Medhaffer), bellissima, esplosiva, incosciente. Appena apro gli occhi è a tutti gli effetti il manifesto di una generazione, quella della regista, Leyla Bouzid, esordiente trentenne, che con questo film ha guadagnato il premio del pubblico durante le giornate degli autori, al Festival di Venezia 2015.

La storia

Farah vive i tumulti della sua età con maggiore incoscienza delle sue coetanee, in continua lotta, con la madre e con la società. In realtà, ai nostri occhi “occidentali”, Farah non fa assolutamente nulla di male. Fa tardi la sera, esce a bere una birra con gli amici, e soprattutto canta in un gruppo rock e lo fa anche bene. Ed è proprio questo il peccato di Farah, cantare. Le canzoni di Farah contengono parole dure, di denuncia; parlano dei problemi del paese, di sogni taciuti, di repressione e dolore. Le parole delle sue canzoni, scritte dal suo fidanzato, anima del gruppo, sono una sfida aperta al regime. Ma Farah non lo sa, non lo comprende, e spesso si chiede cosa ci sia di sbagliato nel cantare la verità. Farah è senza freno, non si pone limiti perché non vede nulla di sbagliato nei suoi gesti e in realtà neppure noi spettatori. Mangia la vita a morsi, canzone dopo canzone, e noi con lei. È Leyla Bouzid a farci vedere per chi tutto questo sia terribilmente sbagliato, ovvero per i veri spettatori di Farah.

Una storia di donne per le donne

C’è una scena di Appena apro gli occhi che ci mostra con chiarezza quanto sia diversa la vita dall’altro lato del Mediterraneo per una giovane donna. Farah è in un bar di soli uomini, in compagnia del suo gruppo e del suo fidanzato; i ragazzi, tra una birra e l’altra iniziano a suonare e cantare, Farah non può resistere e così inizia a cantare anche lei. Gli sguardi si posano su di lei, non le tolgono gli occhi di dosso, tutti i clienti del bar la desiderano e la etichettano come una poco di buono; Farah non viene neppure sfiorata dal dubbio di essere nel torto: cosa può esserci di male nel cantare una canzone? Una scena che la giovane regista utilizza per mostrarci il vero volto dell’altra donna del film, la madre di Farah, quando ad entrare in quello stesso bar, sotto gli stessi sguardi pieni di bramosia, è lei in cerca di sua figlia. La madre di Farah, una donna severa, impaurita e in contrasto perenne con la figlia ribelle entra a testa alta nel bar lanciando un segnale chiaro alla giovane Farah: lei sa perfettamente a cosa va incontro la figlia e la deve proteggere da qualcosa di molto più grande di lei…prima che non sia troppo tardi.

Appena apro gli occhi: un vero canto di libertà

La pellicola, a questo punto della storia, prende un’altra piega decisamente più drammatica, e perde un po’ del suo brillo iniziale. Questo però non inficia il giudizio finale su Appena apro gli occhi, un film che tutti dovrebbero vedere, soprattutto le coetanee di Farah, per capire da cosa fuggono i tunisini e perché fuggono dal un paese che nonostante tutto amano. Oltre a riflessioni di carattere sociale Appena apro gli occhi lascia spazio ad un tema sempre attuale come quello dello scontro generazionale, ma più di tutto è un inno alla libertà contro ogni forma di censura e repressione. Un’ottima prova per una giovane esordiente.

Nancy Aiello

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