Estate e ondate di caldo: il futuro è sempre più torrido

Da ieri, siamo ufficialmente in estate. Almeno dal punto di vista astronomico, perché, a giudicare dai nostri termometri, l’estate climatica era già un pezzo avanti!

Ieri, infatti, era il solstizio d’estate, il giorno in cui, nell’emisfero boreale, a mezzogiorno il Sole raggiunge l’altezza massima possibile sull’orizzonte per quella latitudine. La parola deriva dal latino solstitium (sol-, “Sole” e -sistere, “fermarsi”) ed indica proprio la sensazione che il sole si fermi in cielo, evidente soprattutto avvicinandosi alle latitudini equatoriali. Per il nostro emisfero il solstizio d’estate è il giorno più lungo dell’anno, viceversa quello invernale è il più breve. Da oggi le giornate iniziano ad accorciarsi fino al 21 dicembre, quando inizieranno nuovamente ad allungarsi. Le date dei solstizi sono variabili a causa del fenomeno della precessione degli equinozi che fa si che ogni anno vi sia un ritardo di circa 6 ore, che viene sistemato ogni quattro anni con l’anno bisestile.

Nel giorno del solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa una struttura composta da due pietre verticali sormontate da un’architrave centrale e cade sull’altare centrale del sito archeologico di Stonehenge.

Fatte le premesse astronomiche di carattere forse un po’ didascalico ma, comunque necessarie, veniamo a quello che, da un po’ di tempo a questa parte, la parola “estate” significa per molti abitanti della Terra: il caldo torrido.

Di cambiamenti climatici, in questa rubrica, ne parliamo spesso e saprete ormai che non si può banalizzare un fenomeno complesso come quello del global warming riducendolo a chiacchiere da strada del tipo “eh, signora mia, ai tempi miei non faceva mica così caldo!”. Sappiamo bene che il riscaldamento globale si calcola su scale maggiori, non certo sulle variazioni giornaliere!

Sappiamo anche, però, che gli eventi meteorologici estremi sono in aumento e spesso sono collegabili al surriscaldamento del pianeta.

Uno studio del 2014, pubblicato su Nature Climate Change, ha analizzato i dati delle temperature estive europee degli ultimi decenni e, attraverso modelli matematici, ha elaborato delle previsioni non proprio rosee. Secondo i ricercatori del Met Office Hadley Centre a Exeter, nel Regno Unito, infatti, la probabilità di avere un’estate con temperature oltre il limite è aumentata di dieci volte rispetto a meno di vent’anni fa.

Il paragone tra i dati relativi al decennio 1990-1999 e quelli del decennio 2003-2012 è stato impietoso nei confronti di quest’ultimo. Negli anni fra il 2003 e il 2012 le estati molto calde (con una temperatura media di 1,6 gradi superiore alla media della serie storica dei dati dell’area) sono occorse ogni cinque anni, mentre nel decennio precedente, se rapportate al lungo periodo, una volta ogni 52 anni.

Ricordate l’estate del 2003?

Mappa dell’anomalia di temperatura registrata al suolo in Europa tra il 1º giugno ed il 31 agosto 2003 (Wikimedia Commons). Verrà ricordata come una delle estati più calde degli ultimi duecento anni.

L’allegra previsione dei modelli utilizzati dagli scienziati in questo studio è che per il 2040 in Europa saremo ormai abituati alle pesanti ondate di calore estive. Non so voi ma io sono preoccupata, per allora avrò raggiunto un’età in cui il caldo inizierà ad essere pericoloso!

Infatti, oltre al disagio, al maggior consumo elettrico e ai black out, alla facile diffusione degli incendi causata dalla siccità, alle conseguenze per gli ecosistemi, c’è il pericolo più immediato: quello sanitario. Nell’estate del 2003, in Europa, le morti causate dal caldo sono aumentate dell’ordine di decine di migliaia.
Si tratta, nella maggior parte dei casi, della popolazione anziana residente nelle aree urbane ma le ondate di caldo sono pericolose anche per i neonati e, in generale, tutte le categorie più deboli delle società umane. Tranquilli, non sto per dirvi di bere molta acqua, non uscire nelle ore più calde etc.. a far questo ci penserà qualunque telegiornale da adesso a fine agosto!

Sta di fatto, però, che le ondate di caldo sono da considerarsi a tutti gli effetti eventi meteorologici estremi e, come tali, non vanno presi sottogamba. Non intendo da noi come singoli, che possiamo sempre bere tanta acqua, ma dalla politica, che dovrebbe andare alle radici del problema.
Gli eventi di questo tipo comportano perdite a tutti i livelli, anche economici.

Immagini del maxi rogo in questi giorni che ha devastato i boschi di Pedrogao Grande in Portogallo. L’ondata di calore straordinaria dei giorni precedenti ha creato le condizioni per il verificarsi della tragedia.

Gli studi ci dicono che la mortalità dovuta al caldo è destinata ad aumentare e il surriscaldamento terrestre sta amplificando la frequenza, durata e intensità delle ondate di calore e di altri eventi estremi come alluvioni e inaridimento dei suoli. Un recente studio, pubblicato sempre su Nature Climate Change, calcola che nel 2100, il 74 per cento della popolazione mondiale sarà esposta a caldo potenzialmente letale. Una percentuale elevatissima.

Quale sia la percentuale di responsabilità dell’uomo rispetto agli eventi estremi non si può dire con certezza ma osservando l’evoluzione del clima su scala mondiale e per parecchi decenni, emergono delle macro-tendenze importanti. La National academy of science, engineering and medicine ha pubblicato nel 2016 un rapporto dettagliato che ci racconta proprio della correlazione fra tali eventi e il cambiamento climatico.

Fatti gravi, come il rogo che ha colpito il Portogallo in questi giorni, accadono sempre più spesso e quasi mai si accenna al riscaldamento globale come concausa.

La NASA, per cercare di sensibilizzare sia l’opinione pubblica, sia le alte cariche istituzionali mondiali, ha pubblicato Images of Change, una raccolta di oltre 300 immagini satellitari e non, che mostrano come molti luoghi siano cambiati nel tempo per cause spesso collegate al riscaldamento globale.

Prepariamoci ad un futuro torrido, quindi. Per ora vi lascio con un’immagine rinfrescante, finché ce n’è!

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria. (Giorgio Gaber)

Serena Piccardi

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