Rei Kawakubo, moda-arte come scultura d’avanguardia

Dopo aver approfondito la moda-scultura di Roberto Capucci, ho pensato che potesse essere interessante spostare l’attenzione verso una stilista che è considerata una tra le fashion designer più estreme, capace di oltrepassare i limiti dei dettami delle mode, della tirannia della forma e perfezione del corpo. Gli abiti della Kawakubo sembrano essere plasmati e interiorizzati al corpo stesso, non più dunque solo abiti scultura, ma qualcosa di più, materia con cui si veste l’essere umano sì, ma anche elemento integrante. Questo binomio costante tra corpo e abito, fa sì che nel vedere le sue collezioni, ci si domanda se sia il corpo umano ad essere affetto da una metamorfosi o se sia l’abito ad esserne colpito.

“La mia idea di ciò che è bello muta costantemente,
Una cosa per essere bellissima non deve essere bella”
…La mutazione si spinge fino alla deformità

Rei Kawakubo nasce a Tokyo l’11 ottobre 1942, nel Giappone occupato dagli americani. Uno dei suoi primissimi ricordi è legato allo scoppio della bomba atomica, periodo storicamente noto con il nome di Kuraitani, la Valle Oscura, per l’estrema povertà e crisi sociale, culminata poi con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Laureata all’Università di Keio in Letteratura e Filosofia a ventidue anni, Kawakubo decide di lavorare nel reparto pubblicità dell’azienda di moda Asahi Kasei, ma è con il marchio Comme des Garçons fondato nel 1969 a Tokyo, che inizia a sperimentare le sue creazioni-decostruzioni e lo fa mentre in Occidente le donne impazziscono per la minigonna di Mary Quant, Pierre Cardin gioca con le sue fantasie optical, ci si delizia con le suggestioni dell’era spaziale di Paco Rabanne, si balla sulle note della Swinging London, imperversa la rivoluzione dei figli dei fiori, dell’amore libero e delle zampe d’elefante e nascono i diversi stili derivanti dal glam rock. In questo contesto Rei Kawakubo fa il suo debutto e lo fa senza lustrini e paillettes, senza chiasso, in silenzio, chiusa nel suo fare meditativo, attingendo alle tradizioni del suo Giappone, mischiando elementi nuovi e demodè, creando qualcosa di assolutamente atemporale, nuovo ed esaltante. La prima collezione Hiroshima chic fu ispirata per l’appunto dalla catastrofe, al post-apocalisse di Hiroshima e Nagasaki. Il colore scelto fu il nero, colore che la caratterizzerà durante il suo percorso fino ad oggi, che in mezzo ai viola, ai fucsia e ai blu elettrici delle mode dell’epoca, fece subito scalpore, ma di lei incuriosirono sopratutto alcuni dettagli; come le lacerazioni su tessuti, le cuciture vistose ed irregolari, le decostruzioni esasperate, l’uso di posticci e di buchi, come quelli fatti nei maglioni come si vede nel celeberrimo capo fotografato da Lindbergh nel 1982.

Il gusto verso l’esasperazione dei volumi, le asimmetrie marcate, le imprecisioni volute, fa sì che le collezioni che a mano a mano si susseguono negli anni, divengano sempre più un gioco di distruzione verso i preconcetti e le tendenze più classiche e non a caso la terza collezione di Kawakubo si intitolò Destroy. In questa collezione la Kawakubo, oltre a giocare con la materia, cita la tradizione giapponese e l’arte dei nodi, dallo shibari (forma artistica/erotica di legatura del corpo umano, alla tortura marziale, fino ai codici di seduzione insiti nel modo di annodare il tradizionale obi (cintura) che cinge il kimono.

Per citare alcuni esempi di obi:

Bunko Musubi-legatura a scatola: il nodo somiglia ad un grande fiocco ed è ispirato a dei libri legati insieme. Viene usato per i kimono estivi ovvero i yukata; in passato veniva indossato in occasioni speciali da donne nubili.

Kai no kuchi-bocca della vongola: il nodo somiglia ad una conchiglia. Di solito le donne anziane adottano questo nodo, le ragazze giovani non lo scelgono perché non è considerato particolarmente bello.

Otateya-freccia: questo nodo, che somiglia ad una freccia obliqua, è tipico dei kimono da sposa e viene adottato anche dalle ragazze nubili in occasioni speciali. È tipico dei kimono furisode (con le maniche infinitamente lunghe) ed è ispirato ai vecchi soldati che tenevano le frecce nella faretra sulla schiena.

Taiko Musubi-nodo a tamburo: questo nodo è il più semplice ed è anche quello che si vede generalmente nei kimono. Lo adottano molte persone, specialmente le donne sposate in occasioni importanti. Somiglia ad una scatola quadrata.

Gli innesti

La Comme des Garçons nel corso degli anni diventa un marchio di moda femminile e successivamente anche maschile di grande successo grazie al suo fare anticonformista, in un’epoca dove ormai si rincorre la perfezione e si tende ad omologarsi, la maison fa dell’irregolarità, l’asimmetria, la deformità il suo grido di battaglia. Si specializza infatti da subito in abiti che vanno contro i dettami della moda e l’imperfezione diviene sinonimo di bello. Si allungano infatti le proporzioni di maniche e forme fino a renderle anisotrope, una gonna a pieghe ad esempio, si trasforma in un paio di pantaloni sotto il ginocchio, e viceversa, una giacca classica diventa un cappotto e vengono inserite protuberanze imbottite, maniche impropriamente collocate sulla schiena o sui fianchi, innesti, bozzi, “protesi” volumetriche che si schiudono a carapace intorno al corpo, attorcigliandolo, nascondendolo o avvolgendolo completamente.

Questi innesti cuciti qua e là vanno a riempire la silhouette e a renderla indecifrabile. Il corpo gioca nel suo spazio.

Lady Gaga, Park Hyatt Paris Vendome Hotel in Comme des Garçons. Collezione inverno 2012

La Kawakubo come in un’opera d’arte sfugge alla regolarità di un capo, un davanti, un dietro, un fianco destro e sinistro, vengono assemblati per sfuggire alle logiche di dimensione, razionalità, alle quali siamo abituati.

Attualmente i suoi vestiti concepiti come abiti «di non moda», ma come oggetti unici sono esposti al Metropolitan Museum di New York nella mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between, curata da Andrew Bolton e visitabile fino al 4 settembre.

Eleonora Riccio

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