Il delitto Matteotti e la secessione dell’Aventino

I fatti che ci apprestiamo a ricordare sulla base dell’anniversario della settimana rimandano ad un evento certamente noto a molti ma che, in questi ultimi anni, sta via via cedendo ad un oblio quantomai ingiustificato. Esso si inserisce nel percorso che condusse il fascismo ad assumere i caratteri di un regime propriamente totalitario e rappresenta, forse, il più celebre esempio di resistenza parlamentare all’evoluzione dittatoriale del governo mussoliniano. Stiamo parlando della così detta “Secessione dell’Aventino” – soprannome adottato per evidente richiamo all’analogo precedente romano che vedeva i plebei ritirarsi sul suddetto monte durante gli scontri più accesi con i patrizi –, azione con la quale i gruppi parlamentari antifascisti si astennero dalla partecipazione ai lavori delle Camere riunendosi separatamente in una sala di Montecitorio oggi nota, per l’appunto come sala dell’Aventino. Tale forma di protesta era stata determinata da un fatto di estrema gravità che vedeva coinvolti i vertici stessi del Partito Nazionale Fascista e del Governo: l’omicidio dell’onorevole Giacomo Matteotti.

Deputato nelle fila del partito socialista unitario, uomo battagliero ed intransigente tanto da essere soprannominato “Tempesta” dai suoi compagni, Matteotti si era sempre distinto per una ferma opposizione al fascismo ed alle sue violenze, denunciate già nel 1921 in un libro intitolato “Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”. Il 30 maggio 1924, a seguito delle elezioni del 6 aprile vinte dal PNF con larga maggioranza, Matteotti tornò sull’argomento prendendo la parola alla Camera dei Deputati e denunciando una serie di violenze, abusi ed atti illegali commessi dalle “squadracce nere”. Interrotto più volte dalle contestazioni e dai rumoreggiamenti provenienti dai banchi della maggioranza, il deputato socialista concluse il suo intervento chiedendo l’invalidazione delle elezioni stesse e, tornato a sedere, così si rivolse ad i suoi compagni: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”[i].

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti uscì di casa a piedi e si avviò lungo il lungotevere Arnaldo da Brescia per poi tagliare verso piazzale Flaminio intendendo da lì accedere a piazza del Popolo e quindi imboccare via del Corso verso Montecitorio. A porta del Popolo, tuttavia, una Lancia Kappa con a bordo i membri della polizia politica Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo lo attendeva: al sopraggiungere del deputato social-unitario due di questi gli balzarono addosso cercando di costringerlo a salire sull’auto. Ciò nonostante Matteotti riuscì a divincolarsi gettando uno degli assalitori a terra e obbligando all’intervento un terzo che lo stordì con un pugno al volto consentendo così agli altri di caricarlo a viva forza sulla vettura. Nell’abitacolo della Lancia, partita immediatamente ad alta velocità, tuttavia, la colluttazione riprese con veemenza. Il deputato socialista tentò di nuovo di sottrarsi al suo sequestro riuscendo peraltro a gettare fuori dal finestrino il suo tesserino parlamentare – ritrovato poi da due contadini presso il Ponte Risorgimento – ma la sua fiera resistenza fu tragicamente sopraffatta: Giuseppe Viola, non riuscendo a tener ferma la vittima, estrasse un coltello e colpì ripetutamente Matteotti procurandogli ferite mortali che lo avrebbero condotto alla morte a seguito di lunghe ore di agonia. Dopo aver vagato per la campagna romana probabilmente incerti su dove abbandonare il corpo, verso sera i cinque giunsero alla Macchia della Quartarella, un bosco situato presso il comune di Riano, circa 25km a nord di Roma. Qui, servendosi di un cric, scavarono una fossa ove semi-seppellirono il cadavere piegato in due: il corpo sarebbe stato rinvenuto per caso, in avanzato stato di decomposizione, solo il 16 agosto. I cinque fecero, dunque, ritorno nella Capitale: lasciata l’auto in un garage privato e avvisati dell’accaduto il suo proprietario, il direttore del “Corriere Italiano” Filippo Filippelli, ed il capo della polizia Emilio De Bono si allontanarono cercando di far perdere le proprie tracce [ii].

Il giorno successivo in pochi fecero caso all’assenza di Giacomo Matteotti dall’aula ma sui giornali la notizia della sua scomparsa rimbalzò già nelle pagine delle edizioni mattutine. Il 12 giugno, mentre Mussolini rispondeva ad un’interrogazione del deputato Gonzales asserendo che l’eventualità di un atto delittuoso avrebbe suscitato “lo sdegno e la commozione del Governo e del Parlamento” [iii], il rinvenimento dell’auto utilizzata per il sequestro avviava le serrate indagini del magistrato Mario Del Giudice il quale, in breve tempo, identificò tutti gli aggressori ed altrettanto in breve fu sollevato dall’incarico per espresso volere del Duce. D’altra parte, per cercare di placare una situazione che rischiava di minacciare la stessa stabilità del potere fascista, il 17 giugno Mussolini impose le dimissioni a Cesare Rossi ed Aldo Finzi, riconosciuti dall’opinione pubblica e dalle indagini della Magistratura come particolarmente vicini ai sequestratori. Parimenti fu dimissionato il capo della Polizia Del Bono e, il giorno successivo, lo stesso Mussolini rimise la carica di Ministro dell’Interno in favore di Luigi Federzoni. Tali misure, ben lungi dal far rientrare lo scandalo, servirono al contrario per dimostrare la palese responsabilità materiale e politica del PNF nell’omicidio.

In tale circostanza, dunque, mentre il 22 giugno il partito di maggioranza seppur diviso sull’accaduto si preoccupava di riconfermare la fiducia al Governo, il 26 dello stesso mese le opposizioni, già solerti nel denunciare azioni di depistaggio e reticenze riguardo le indagini in atto, decisero la propria astensione dai lavori parlamentari come atto di protesta fintanto che l’Esecutivo non avesse fatto chiarezza sulle sue posizioni riguardo al delitto Matteotti. Con questa decisione, per l’appunto passata alla storia come la “Secessione dell’Aventino”, gli antifascisti non si illudevano di poter ostacolare i lavori delle Camere, ove, infatti, l’ampia maggioranza di Governo permise l’adozione con grande velocità di ulteriori misure liberticide, ma auspicavano di creare le condizioni politiche affinché lo sdegno che aveva attraversato l’Italia intera a seguito dell’omicidio si tramutasse in un movimento reale in grado di abbattere il nascente regime. Contrariamente a tali speranze, tuttavia, il rifiuto da parte del Re di prendere in considerazione azioni extra-parlamentari e l’indecisione dei capi dell’opposizione relativamente alla condotta da seguire permise a Mussolini, nel medio periodo, di passare ad una controffensiva politica: il 3 gennaio 1925, in quello che, forse, fu uno dei suoi più famosi discorsi parlamentari, il Duce assunse su di sé in qualità di capo del fascismo tutte le responsabilità politiche, morali e storiche dell’omicidio chiedendo provocatoriamente un atto di accusa da parte dei deputati – come stabilito dall’articolo 47 dello Statuto della Camera – senza che ciò avvenisse. Nella evidente azione di forza condotta da Mussolini molti storici hanno voluto ravvisare proprio l’atto determinante la svolta in senso dittatoriale del regime, svolta che si sarebbe conclusa nel novembre del 1926 con il varo delle così dette “leggi fascistissime”: con tali provvedimenti si dichiaravano, fra l’altro, fuori legge tutte le organizzazioni contrarie al partito di Governo e si deliberava la decadenza di tutti i parlamentari aventiniani.

Il nome di Matteotti e, con esso, la memoria dell’ultima protesta “legale” prima dell’affermarsi del totalitarismo fascista, tuttavia, erano destinati a lasciare una profonda traccia di sé. Non a caso, infatti, durante la Resistenza, le brigate socialiste che si impegnarono nella lotta armata assunsero proprio l’appellativo del deputato social-unitario. Oggi, nel clima di revisionismo storico che, ormai da qualche anno, in nome di una non meglio precisata “storia condivisa” parifica fascisti ed antifascisti, tale memoria sta svanendo con allarmante rapidità: in tal senso ricordare e contrastare le sempre più copiose ricostruzioni “fantasiose” e prive di fondamento scientifico riguardo a quanto avvenne durante il Ventennio rappresenta un fondamentale compito non solo per rendere giustizia a chi in passato perse la vita combattendo contro la barbarie nazifascista ma anche e soprattutto per vigilare affinché ciò che è stato non abbia a ripetersi.

[i] Emilio Lussu “Marcia su Roma e dintorni”, Einaudi, 1976.

[ii] Per una attenta ricostruzione del sequestro e dell’omicidio Matteotti cfr. fra gli altri Giuliano Capecelatro, La banda del Viminale, Il saggiatore, Milano, 1996; Guido Gerosa – Gian Franco Vené, Il delitto Matteotti, Milano, Mondadori, 1972; Attilio Tamaro, Venti anni di storia, Roma, Editrice Tiber, 1953; Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964

[iii] Attilio Tamaro, Venti anni di storia, cit., p. 422.

Andrea Fermi

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