La base atomica – Halldor Laxness

La base atomica è l’opera minore di un autore premiato, nel 1955, col Nobel alla letteratura. Il suo è anche un premio al piccolo popolo islandese, ricchissimo di storie da raccontare sin dai tempi delle saghe (abbiamo già parlato di questo argomento nella nostra rubrica).

Il libro affronta tematiche complesse, al punto che nel parlarne si ha quasi l’impressione di ripetere un qualsiasi bugiardino di retrocopertina: il ruolo della donna, la minaccia atomica, la Guerra Fredda, la modernizzazione, la religione nel mondo contemporaneo, il capitalismo, la giustizia sociale e l’eterno conflitto tra nazionalismo e provincialismo tipico dei paesi diventati indipendenti da poco (l’Islanda ottiene l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944 e nella postfazione di Iperborea, Giuliano D’Amico parla apertamente di letteratura postcoloniale).

La maggior parte dei personaggi è alla ricerca di un posto nel mondo; gli unici a presentare una qualche stabilità sono i contadini delle valli del Nord, molto concreti e attaccati a una sorta di divinità segreta, che risiede dietro i riti cristiani, precede le divinità vichinghe, parla attraverso il paesaggio e può essere definita solo tramite la negazione delle divinità esistenti: l’onnivita.

Bellissimo il personaggio dell’organista: esce di scena dicendo solo che si sta trasferendo e che come i fiori tornerà altrove dopo l’inverno.

Il testo, nonostante, questa fortissima vena esistenziale, è un testo politico. Il titolo stesso ci prepara alla “vendita dell’Islanda” con l’installazione della base statunitense.

Il libro non si fossilizza mai in uno spazio, ma continua a vagare, lasciando il lettore con molti dubbi e perplessità non sull’altissima qualità del testo, quanto su se stesso e sul mondo che lo circonda.

Gabriele Germani

 

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