La caduta della Repubblica Romana

Nella grande ondata rivoluzionaria che attraversò a più riprese l’Europa del XIX secolo il 1848 rappresenta una data particolarmente rilevante e significativa: in quell’anno, infatti, i moti popolari che già negli anni ’20 e negli anni ’30 erano esplosi in vari Paesi del Vecchio Continente ripresero vigore con una forza e una diffusione mai visti prima, imponendo inequivocabilmente le borghesie nazionali come nuove protagoniste di un sistema politico-economico ormai prossimo ad affermarsi ed a cancellare gli ultimi lasciti dell’Ancien regime. Non è un caso se proprio tale data è entrata a far parte del linguaggio comune nel motto “fare un quarantotto” assimilabile all’accezione di fare confusione, scompiglio e disordine.

In tale contesto l’Italia non solo non rimase esclusa da quella che fu definita “la Primavera dei Popoli” ma fu anzi il Paese da cui i moti, ricordati come la prima guerra d’indipendenza, tornarono ad irradiarsi in gran parte del Continente. Molti sono gli episodi che potrebbero essere citati: dalle Cinque giornate di Milano alla Repubblica di Venezia passando per la campagna militare condotta dall’esercito piemontese contro la dominazione austriaca. L’anniversario della settimana ci porta a rammentare quella che fu forse una delle esperienze più emblematiche di quei moti e che, inevitabilmente, suggestionò non poco gli animi dei patrioti italiani: la Repubblica romana. Per comprendere quali furono le condizioni che portarono alla proclamazione della Repubblica nello Stato della Chiesa occorre volgere l’attenzione alle vicende che interessarono l’insurrezione antiasburgica nel nord Italia. Le Cinque giornate di Milano – 18-22 marzo 1848 –, infatti, causarono un vero e proprio sconvolgimento politico in tutta la penisola: l’entusiasmo e la pressione popolare che ne derivarono indussero vari Regni, fra cui quello pontificio, a concedere l’impegno del proprio esercito nella campagna avviata dalla corona sabauda contro la dominazione austriaca nel lombardo-veneto. Rientrato l’entusiasmo emotivo dei momenti iniziali, tuttavia, tale iniziativa fu presto ritrattata da molti regnanti e in primo luogo dal Pontefice Pio IX il quale, oltre alla difficoltà di giustificare l’attacco ad una potenza cattolica quale era quella austriaca, guardava con scarso favore ad una situazione di cui, in caso di vittoria, si sarebbe avvantaggiato solo il Regno di Sardegna. Già il 29 aprile 1848, dunque, il Papa pronunciò un’allocuzione al Concistoro in cui, rifacendosi alle suddette riflessioni, sconfessava l’iniziale impegno militare ed invitava la sua divisione guidata dal generale Giovanni Durando, ormai già penetrata nel Veneto austriaco, a far ritorno nello Stato pontificio.

L’evidente voltafaccia di Pio IX – edulcorato da un proclama del 1° maggio in cui, pur dichiarandosi estraneo alla possibilità di dichiarare guerra, riconosceva l’ardore dei sudditi impegnati volontariamente nella guerra patriottica – aprì una vera e propria crisi politica che vide crescere molto velocemente l’opposizione al Papa. Questi, nel vano tentativo di far rientrare una situazione che minacciava di divenire ingestibile, decise il 3 maggio di affidare il compito di creare un nuovo governo prima al conte Terenzio Mamiani, dimessosi dopo pochi giorni in polemica con la linea neutralista del pontefice, indi ad Odoardo Fabbri, anch’egli dimessosi a causa dei violenti tumulti che squassavano la città ed, infine, al conte Pellegrino Rossi. Le posizioni sostanzialmente moderate di quest’ultimo non valsero tuttavia a placare la protesta contro Pio IX che, anzi, raggiunse un nuovo apice di criticità il 15 novembre quando lo stesso capo del Governo venne accoltellato a morte da un gruppo di cui faceva parte il figlio del capopolo democratico Ciceruacchio. Quella sera, inoltre, lo stesso Ciceruacchio chiamò a raccolta la popolazione la quale, armata perfino di un cannone, inscenò una dura dimostrazione culminata in scontri con le guardie svizzere sotto il Palazzo del Quirinale. Ancora una volta la nomina del democratico Giuseppe Galletti a capo del governo valse a poco e la medesima scena si ripeté la sera del 17. A quel punto il Papa, come già accaduto due giorni prima, convocò il corpo diplomatico e, asserendo di agire sotto costrizione e considerando nulle tutte le concessioni che avrebbe fatto, nominò alla guida dell’ennesimo governo mons. Carlo Emanuele Muzzarelli, alto prelato noto per le sue posizioni liberali. Segretamente, tuttavia, Pio IX stava già organizzando la sua fuga dalla città che fu realizzata il 24 novembre quando, vestito in borghese, salì su di una carrozza chiusa per dirigersi alla volta di Gaeta.

L’assenza del Papa da Roma, non poté che inasprire le criticità di un quadro politico in rapida evoluzione: mentre, infatti, Pio IX, postosi sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie, tentava dal sicuro della fortezza in cui era rinchiuso di riaffermare il suo potere sulla Città Eterna nominando una nuova Commissione governativa, la Camera dei Deputati romana, dopo aver provato inutilmente di avviare delle trattative con il pontefice, contrapponeva a tale nomina l’istituzione di una provvisoria e suprema giunta di Stato cui erano devoluti tutti i poteri di governo. Fu proprio per decisione di tale giunta che il 26 dicembre 1848 le due Camere vennero sciolte e il 29 successivo indette delle elezioni per la formazione di un’Assemblea Costituente da svolgersi il 21-22 gennaio 1849. L’immediata scomunica, comminata dal Pontefice il 1° gennaio 1849 a coloro che avevano emanato tale provvedimento e a quanti avessero partecipato alle elezioni stesse, non poté impedire che la consultazione avesse luogo: complice l’astensione dei legittimisti e dei moderati, da essa derivò un’Assemblea composta da 179 “rappresentanti del popolo” fortemente orientata in senso radicale; fra di essi spiccavano anche i nomi di Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini eletti in altri Stati italiani ed inseriti nella Costituente per conferirle un carattere propriamente nazionale.

L’Assemblea, guidata dal Presidente Giuseppe Galletti e dai due vicepresidenti Aurelio Saffi e Luigi Masi, fu inaugurata il 5 febbraio 1849 e votò la proclamazione della Repubblica la cui Costituzione era delineata nell’ordine del giorno a firma di Quirico Filopanti della seduta del 9 febbraio, approvato con 112 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti: con esso si decretava il decadimento del potere temporale del Papato contemporaneamente però al riconoscimento della sua potestà spirituale mentre, in termini, di sistema governativo si riconosceva nella democrazia pura la forma politica che avrebbe connotato l’esperienza repubblicana. Alla guida della Repubblica stessa era nominato un Comitato esecutivo composto da Carlo Armellini, Mattia Montecchi e Aurelio Saliceti ma, già nel marzo, la disastrosa situazione economico-finanziaria e la preoccupante evoluzione internazionale indusse l’Assemblea a sostituire il Comitato con una triumvirato plenipotenziario composto dall’Armellini, da Aurelio Saffi e, soprattutto, da Giuseppe Mazzini. Quest’ultimo, guidato come è noto da una forte carica idealistica, fu il principale artefice di una serie di rilevanti interventi sia in ambito militare, con la riorganizzazione dell’esercito, sia in ambito civile, con provvedimenti finalizzati all’affermazione di vari diritti, alla redistribuzione del patrimonio ecclesiastico, alla riconduzione del Regno ad una condizione di pace sociale ed al risanamento delle economie dello Stato.

La progettualità così delineata, tuttavia, dovette scontrarsi con una realtà che in breve tempo avrebbe costretto la Repubblica a rivolgere tutte le sue energie alla difesa della sua stessa esistenza. Da Gaeta, infatti, il Papa non tardò a lanciare un appello alle potenze cattoliche affinché la Roma ribelle fosse attaccata e ricondotta sotto il dominio pontificio. A tale appello rispose in primo luogo la Francia, interessata ad intervenire per limitare il potere austriaco nella Penisola, l’Austria stessa, che d’altra parte aveva già invaso le Legazioni, la Spagna e il Regno delle due Sicilie. Come si noterà anche quanti fino a qualche mese prima si erano schierati a favore dei moti patriottici si ritrovavano ora a far parte di una novella crociata contro quella che, assieme a Venezia, si dimostrava come la più avanzata esperienza democratica della penisola.

I primi a giungere alle porte di Roma, dunque, furono circa 7000 soldati francesi guidati dal generale Nicolas Oudinot. Sbarcato a Civitavecchia con i suoi uomini offrendo come garanzia il rispetto delle scelte in fatto di governo operate dalla popolazione capitolina, una volta a terra questi chiese esplicitamente all’Assemblea di permettergli l’occupazione del Lazio, forte della considerazione che un mancato intervento francese avrebbe significato il ritorno del Papa sul filo delle baionette austriache. In tal senso siffatta analisi, realistica ma non per questo ben accetta ai repubblicani, sostanziava la convinzione in Oudinot che lui e le sue truppe sarebbero state accolte come liberatori e che la loro avanzata non avrebbe trovato opposizione. Proprio questa convinzione, d’altra parte, denunciava palesemente la scarsa conoscenza francese della situazione interna alla Penisola, una situazione in cui il nascente orgoglio nazionale, già gravemente ferito dalle recenti vittorie dell’esercito asburgico su quello sabaudo a Custoza e a Novara, avrebbe suggerito all’osservatore informato di non avanzare tale richiesta, senza dubbio destinata ad incontrare l’opposizione dei patrioti. Non a caso in difesa della Repubblica giunsero volontari da tutta Italia fra cui spiccavano 600 bersaglieri della disciolta Divisione lombarda, già impegnati nelle varie battaglie svoltesi nelle regioni del nord dominate dagli Asburgo, e soprattutto Giuseppe Garibaldi con le sue “camicie rosse” – circa 4300 uomini – cui fu affidata la difesa di quello che era considerato il settore più esposto agli attacchi: il Gianicolo.

Il 30 aprile, dunque, i francesi, giunti nei pressi di porta Cavalleggeri e porta Angelica, mossero all’attacco delle mura Aureliane convinti di incontrare una blanda resistenza: grande dovette essere la sorpresa e lo stupore quando i circa 5000 invasori furono fatti segno di un nutrito fuoco di sbarramento che li costrinse a tornare sui propri passi con una ritirata trasformatasi in vera e propria rotta quando Garibaldi, uscito all’improvviso da porta San Pancrazio, guidò i suoi in un furente assalto alla baionetta. Al termine di una giornata gloriosa per i repubblicani, Oudinot, che lasciava sul campo oltre 500 morti e quasi 400 prigionieri, ordinava la ritirata generale su Civitavecchia. Le intenzioni dell’eroe dei due mondi di inseguire il nemico e di attaccare la città a nord di Roma onde infliggere una sconfitta definitiva ai francesi furono tuttavia stornate da Mazzini il quale, conscio degli altri gravi pericoli incombenti su Roma già concretizzatisi con l’invasione delle Legazioni da parte delle truppe austriache e, di lì a poco, ribadite dall’occupazione dell’Umbria ad opera di un corpo di spedizione spagnolo, auspicava di poter raggiungere un accordo diplomatico con Parigi. A tale scopo i soldati d’oltralpe fatti prigionieri furono liberati senza condizioni e la risposta di Oudinot, che parimenti mandò libero un battaglione di bersaglieri, sancì una tregua di fatto ben presto divenuta tregua di diritto a seguito di un accordo stretto il 31 maggio fra Mazzini stesso e il Barone di Lesseps, nuovo ambasciatore plenipotenziario inviato da Luigi Napoleone.

La risoluzione del contenzioso con i francesi, tuttavia, si rivelò essere tutt’altro che definitiva: mentre, infatti, l’esercito romano volgeva a sud affrontando e sconfiggendo nelle battaglie di Palestrina e Velletri le truppe del regno delle Due Sicilie, Napoleone III lavorava in una direzione ben diversa rispetto a quella del suo ambasciatore, una direzione volta a lavare l’onta della sconfitta del 30 aprile e a trarre il massimo beneficio possibile dalla complessa situazione in atto. Dopo aver disposto l’invio di 24000 uomini di rinforzo ad Oudinot, infatti, il 29 maggio l’imperatore francese faceva spedire due lettere, una al generale di stanza a Civitavecchia ordinandogli di stringere d’assedio la città eterna e l’altra a Lesseps, sollevandolo dall’incarico e, implicitamente, annullando il trattato che sarebbe stato firmato due giorni dopo e mai ratificato. Il 1° giugno, dunque, Oudinot comunicava la ripresa delle ostilità annunciata per il 4 del medesimo mese ma, probabilmente per il timore di un’ulteriore sconfitta nonostante l’evidente sproporzione delle forze in campo, avviata a sorpresa il 3.

Cominciavano così lunghe settimane di aspri e feroci combattimenti che avrebbero visto la  città resistere eroicamente all’intenso bombardamento francese e ai reiterati attacchi ai suoi capisaldi, primo fra tutti il Gianicolo ove si svolsero gli scontri più sanguinosi già a partire dalla prima giornata di battaglia. La schiacciante supremazia francese in fatto di uomini e mezzi, d’altra parte, lasciava ben poche speranze ai “romani” la cui ferma convinzione negli ideali che avevano guidato l’esperienza repubblicana ben poco potevano contro le palle di cannone esplose incessantemente dagli assalitori. Il 20 giugno, a seguito dell’ennesimo rifiuto di resa da parte del governo di Mazzini nonostante la conquista francese di un ampio tratto dei bastioni del Tevere, Oudinot ordinava di intensificare ulteriormente il cannoneggiamento e 10 giorni dopo disponeva l’assalto generale a tutti i capisaldi fuori dalle mura aureliane. Sul Gianicolo, già parzialmente conquistato dagli attaccanti, si combatté l’ultima battaglia della storia della Repubblica romana: Garibaldi e i suoi assalirono ancora una volta le truppe d’oltralpe alla baionetta nel disperato tentativo di difendere la strategica villa del Vascello uccidendo o ferendo oltre 2000 francesi ma lasciando sul campo più di 3000 patrioti.

La battaglia del 30 giugno segnò di fatto la fine della Repubblica: dopo una tregua concordata per il 1° luglio per permettere la raccolta di morti e feriti, l’evidente impossibilità di continuare la resistenza e la nobile intenzione di risparmiare alla città eterna lo scempio di ulteriori devastazioni e distruzioni indusse tanto Garibaldi quanto, soprattutto, Mazzini a disporre l’interruzione delle ostilità. Il 2 luglio l’Assemblea costituente approvò un decreto di resa, senza però abdicare al suo potere né costringendo il triumvirato – nel frattempo ridefinito a seguito delle dimissioni di Mazzini, Armellini e Saffi onde evitare l’umiliante incontro con Oudinot – a firmare un atto di capitolazione ma limitandosi a permettere l’ingresso dei francesi nella città. In questo modo, formalmente, la Repubblica non smetteva di esistere e poteva continuare a vantare la propria legittimazione popolare. Essa, inoltre, sopravviveva simbolicamente nelle figure dei suoi due principali esponenti: Mazzini, il quale riprese la via dell’esilio, e Garibaldi che, alla guida dei suoi volontari e di quanti si disposero a seguirlo, uscì dalla città con l’intenzione di raggiungere Venezia, ultimo bastione repubblicano ancora in piedi sebbene assediato. Il 3 luglio 1849, dunque, le truppe francesi fecero il loro ingresso nella città ed occuparono Trastevere, Castel Sant’Angelo, il Pincio e Porta del Popolo precedendo di poche ore l’arrivo del loro Generale. Questi, definendosi amico della popolazione romana, spianò di fatto la strada al ritorno del Papa che rientrò in Vaticano il 12 aprile 1850.

Terminava così una delle esperienze più significative ed autenticamente democratiche del Risorgimento italiano i cui caratteri profondi erano destinati a perdersi in un processo che di lì a poco avrebbe visto affermarsi definitivamente la prospettiva monarchica. Da questo punto di vista, forse, proprio la capacità della Repubblica romana di indicare un percorso politico-sociale connotato in termini affatto progressivi oltre che l’eroismo della sua difesa, hanno cristallizzato nel tempo i caratteri di vicende il cui svolgimento ha finito per tradurre in termini materialmente storici quel concetto di “Sublime romantico” che attraversò l’800.

Andrea Fermi

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