La Libia dopo Gheddafi: tra caos e trafficanti di morte

Qualche settimana fa, in occasione della Giornata internazionale del rifugiato, abbiamo organizzato con i nostri ragazzi una piccola festicciola, per dare l’occasione al paese che li ospita di conoscerli personalmente e di eliminare l’ombra del pregiudizio mangiando insieme, fianco a fianco, con la possibilità di scambiarsi qualche parola al di fuori di qualsiasi rigida convenzione sociale. Fortunatamente l’esperimento è riuscito e la popolazione ha partecipato numerosa, assaggiando le pietanze che i ragazzi avevano amorevolmente preparato per loro.

Oltre alla cena, abbiamo organizzato anche una mostra di disegni realizzati da uno dei ragazzi del progetto, un bravissimo artista ghanese che ha ritratto su quei fogli la propria esperienza di vita: dalle rappresentazioni della propria cultura d’origine all’arrivo in Italia. Tra tutti quei disegni uno mi ha particolarmente emozionato. Il disegno ritraeva una barca sullo sfondo, stracolma di corpi e di facce che tristemente imploravano aiuto in mezzo ad un blu profondo che raffigurava il Mediterraneo, ed in primo piano due figure colorate, sorridenti, che allungavano le braccia in segno di accoglienza.

Ciò che mi ha colpito è stato però il titolo del quadro: “Il mio primo giorno in Italia”.

Questa purtroppo non è solo la storia del nostro artista ghanese, questa è la storia di tutti quei ragazzi perlopiù ventenni che ogni giorno solcano quella grande fossa comune che è ormai il Mediterraneo.

E la storia si ripete ogni giorno, con lo stesso copione che vede protagonista principale un paese, la Libia, ormai divenuta terra franca per trafficanti di uomini che organizzano il business migratorio insieme alle mafie regionali.

Per oltre dieci anni la Libia di Gheddafi ha fatto da cuscinetto alle migrazioni dell’Africa Subsahariana, dove i migranti trovavano lavoro e riparo dalle loro miserie grazie all’imponente flusso economico derivante dal petrolio libico. L’allora presidente Gheddafi permetteva le partenza dei barconi solo una tantum o comunque quando aveva necessità di incutere timore all’Europa per ottenere qualche concessione sui tavoli negoziali in corso.

Sin dai tempi di Gheddafi i migranti sono stati quindi considerati come merce di ricatto nei confronti di un’Europa terrorizzata dallo “spettro dell’invasione africana”. Dopo la caduta del dittatore libico, la situazione è peggiorata e le rotte migratorie hanno sostituito per il totale degli introiti l’industria dell’oro nero.

Tutto ciò è attualmente favorito da uno scenario politico fondato sul caos istituzionale: a partire dal 2014 la legittimità e l’autorità del potere è contesa da due coalizioni avversarie, ognuna delle quali controlla città, tribù e milizie.

Di fatto in Libia ad oggi esistono due governi.

Il primo, che ha sede nella città orientale di Tobruk ed è sostenuto dalla Camera dei Rappresentanti eletta nel giugno 2014, gode della legittimità internazionale formulata sulla base del solo risultato delle elezioni. Quest’ultimo controlla però una parte molto esigua del territorio del paese (meno della metà) e tre grandi città.
Il secondo, nominato dal rinato Congresso Nazionale Generale, ha sede nella capitale, Tripoli, ed esercita un controllo reale sui Ministeri.

La lotta tra queste due fazioni non è però solo politica, ma riguarda la dicotomia tra islamisti e laici che si dividono tra i due schieramenti: da una parte il Governo di Tripoli dichiaratamente filo islamico, dall’altra il Governo di Tobruk di natura laica e fortemente contrario a qualsiasi forma di islamismo radicale.

Sullo sfondo rimane un paese in bilico, considerato dagli osservatori dell’ONU come un “semi-failed State”1, con una situazione socio-economica al limite e sull’orlo del collasso economico-finanziario e che vede  la crescita e il radicamento di gruppi di natura estremista islamica. In questo scenario prolificano i “trafficanti di morte”, supportati dalle stesse forze che l’Europa ha messo a guardia dei suoi confini acquatici, la guardia costiera libica, attualmente addestrata dalla collega italiana nella gestione del soccorso in mare, ma che al tempo stesso permette la partenza dei barconi in cambio di somme di denaro.

Questa è la prova che il  Memorandum of Understanding2 con la guardia costiera libica pensato per smantellare la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”, abbia in realtà una sola valenza propagandistica e non contribuisca in nessun modo alla limitazione dei traffici di vite umane in Libia.

A testimonianza di ciò vi è il grande cimitero di Sabrata, città a 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo. Molti dei migranti giunti a Sabrata con lo scopo di raggiungere l’Europa e con essa un nuovo futuro, hanno trovato lì la morte e sono stati seppelliti in una grande cimitero, territorio di nessuno.

1 Semi-failed state può essere tradotto con la dicitura “Stato fallito”. Pur non essendoci una definizione precisa e chiara del termine, esso viene spesso utilizzato dagli studiosi per descrivere uno Stato responsabile di non aver saputo realizzare alcune delle condizioni di base e le responsabilità di un legittimo Stato sovrano. Per ulteriori approfondimenti sul tema si consiglia Noam Chomsky, “Stati falliti. Abuso di potere e assalto alla democrazia in America”, Il saggiatore, 2011.

2 IMemorandum of Understanding è un accordo firmato  tra la forza Europea EUNAVFOR MED e la Guardia Costiera Libica ad agosto del 2016, col fine di contrastare le organizzazioni criminali che profittano sul traffico di esseri umani. 

Maria Giovanna Bono

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