Il massacro di Srebrenica

Come ormai è certamente noto ai lettori più affezionati di “Appuntamento con la Storia”, la rubrica propone la ricostruzione ed il ricordo di alcuni episodi significativi di cui ricorre l’anniversario nella settimana corrente. Tale preambolo, apparentemente superfluo ad ormai due mesi dall’inizio della collaborazione con “virgoletteblog”, è invece doveroso nel caso specifico: a coloro i quali abbiano una certa familiarità con le date storiche, infatti, non sarà sfuggito che il 14 luglio cade il duecentoventottesimo anniversario della presa della Bastiglia da parte del popolo parigino, atto questo che diede convenzionalmente inizio alla rivoluzione francese. È questa, senza ombra di dubbio una data “ingombrante” che ha segnato, pur con tutte le forzature intrinseche ad ogni opzione periodizzante, un passaggio epocale nella storia dell’Occidente. La sua analisi in questo articolo, dunque, sembrerebbe più che ovvia. Tuttavia proprio tale ovvietà ci ha indotto a riconsiderare la sua trattazione e – peraltro certi delle molteplici future occasioni che si avranno per tornare sull’argomento – a guardare oltre nella ricerca di un episodio la cui memoria fosse meno “scontata”. La scelta è caduta su un avvenimento recente, certamente meno rilevante in termini di “peso specifico” storico ma per molti versi in grado di interrogarci più da vicino su argomenti che, in senso lato, continuano tragicamente a pervadere la nostra contemporaneità: la guerra nell’ex-Jugoslavia e, in particolare, la strage di Srebrenica.Come ormai è certamente noto ai lettori più affezionati di “Appuntamento con la Storia”, la rubrica propone la ricostruzione ed il ricordo di alcuni episodi significativi di cui ricorre l’anniversario nella settimana corrente. Tale preambolo, apparentemente superfluo ad ormai due mesi dall’inizio della collaborazione con “virgoletteblog”, è invece doveroso nel caso specifico: a coloro i quali abbiano una certa familiarità con le date storiche, infatti, non sarà sfuggito che il 14 luglio cade il duecentoventottesimo anniversario della presa della Bastiglia da parte del popolo parigino, atto questo che diede convenzionalmente inizio alla rivoluzione francese. È questa, senza ombra di dubbio una data “ingombrante” che ha segnato, pur con tutte le forzature intrinseche ad ogni opzione periodizzante, un passaggio epocale nella storia dell’Occidente. La sua analisi in questo articolo, dunque, sembrerebbe più che ovvia. Tuttavia proprio tale ovvietà ci ha indotto a riconsiderare la sua trattazione e – peraltro certi delle molteplici future occasioni che si avranno per tornare sull’argomento – a guardare oltre nella ricerca di un episodio la cui memoria fosse meno “scontata”. La scelta è caduta su un avvenimento recente, certamente meno rilevante in termini di “peso specifico” storico ma per molti versi in grado di interrogarci più da vicino su argomenti che, in senso lato, continuano tragicamente a pervadere la nostra contemporaneità: la guerra nell’ex-Jugoslavia e, in particolare, la strage di Srebrenica.

Affrontare tale argomento porta in primo luogo a confrontarsi con dinamiche di conflittualità assai profonde che hanno attraversato per secoli e attraversano tuttora l’area balcanica. La compresenza di varie popolazioni nella penisola, infatti, lungi dal risolversi in un percorso di integrazione interetnica, ha animato uno scontro ora più ora meno aperto ma, comunque, mai definitivamente sopito: solo per limitarci al XX secolo, basterebbe ricordare le guerre degli anni ’10,  prodromiche all’esplosione della prima guerra mondiale, o la pulizia etnica nei confronti dei serbi di cui si rese protagonista il governo collaborazionista croato durante l’occupazione nazista. In tale contesto la fase unitaria che nel secondo dopoguerra vide convivere le varie popolazioni balcaniche nella Jugoslavia comunista rappresentò una significativa quanto provvisoria parentesi: nonostante l’operato del partito di Tito abbia rappresentato in termini geopolitici un vero e proprio capolavoro dimostrandosi in grado di bilanciare le tensioni dell’area in una coesistenza pacifica durata quasi mezzo secolo, infatti, esso non riuscì a risolvere i nodi cruciali di un conflitto profondamente radicato nella società e destinato a riemergere con virulenza. Non è un caso, d’altra parte, se il terremoto rappresentato dal crollo dell’Unione Sovietica e la conseguente caduta dei governi socialisti anche in vari Paesi “non allineati” fra cui, per l’appunto, la Jugoslavia, rappresentò per i Balcani ben più che un semplice passaggio politico: esso, infatti, diede la stura ad una molteplicità di rivendicazioni nazionalistiche destinate a ridisegnare nel sangue lo scenario dell’intero quadrante geografico.A scontrarsi nel conflitto che derivò da tali circostanze furono da un lato le ambizioni coltivate dalla Serbia di mantenere sotto la propria egemonia l’unità territoriale ex-jugoslava e, dall’altro, le volontà indipendentistiche delle principali minoranze dell’area decise a far valere le loro intenzioni di vivere in Stati autonomi. Se nel caso della Slovenia l’omogeneità etnica e le pressioni internazionali riuscirono a risolvere l’unilaterale dichiarazione di indipendenza (1991) nell’accettazione del fatto compiuto da parte serba, non altrettanto avvenne per la Croazia e, soprattutto, per la Bosnia-Erzegovina ove, rispettivamente nel 1991 e dal 1992 al 1995, si consumò una guerra civile estremamente sanguinosa e reiteratamente attraversata da atroci episodi di pulizia etnica di cui si resero protagoniste tutte le fazioni contrapposte. Fra i molteplici accadimenti che andrebbero ricordati come monito imperituro alla barbarie della guerra quello certamente più tristemente noto anche per la eco internazionale e per il peso avuto nella definizione della successiva risoluzione del conflitto fu, appunto, il massacro di Srebrenica.

Situata nel cuore della penisola balcanica, nell’estremo est dell’odierna Bosnia-Erzegovina, nel 1991 Srebrenica era una cittadina musulmana con meno di 40000 abitanti in una regione a maggioranza serba. Con lo scoppio della guerra, tuttavia, il piccolo centro si trasformò in breve in un vero e proprio enclave, rifugio per migliaia di persone in fuga dai territori circostanti, rapidamente conquistati dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. Fu proprio l’evidente criticità della situazione, ribadita a livello internazionale dalla scioccante diffusione delle immagini dei campi di prigionia per bosniaci istituiti dalle truppe serbe – quegli stessi campi che l’Europa ed il mondo intero si era impegnato a non veder mai più eretti dopo l’Olocausto ebraico –, che indusse l’ONU a rompere gli indugi ed intervenire, per quanto tardivamente, in uno scenario ormai fortemente compromesso. A seguito dell’ennesima offensiva serba, dunque, nell’aprile del 1993 le Nazioni Unite decisero di incrementare i propri uomini nell’area di Srebrenica supervisionando la demilitarizzazione cui erano state obbligate le forze bosniache dalle vittorie nemiche ed istituendo una così detta “zona protetta” a difesa della città e delle zone limitrofe. Medesimo destino toccò nel mese successivo, con la risoluzione 824, a Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde e Bihać mentre nella risoluzione 836 si stabiliva che gli aiuti umanitari e la difesa delle suddette aree sarebbe stata garantita anche con la forza militare.

Nonostante le dichiarazioni di intenti e l’effettivo spiegamento dei “caschi blu”, tuttavia, le forze internazionali si sarebbero presto dimostrate incapaci tanto di difendere i civili dagli attacchi dei serbi quanto di impedire azioni militari bosniache avviate proprio da quelle zone protette virtualmente demilitarizzate, secondo le condizioni concordate per i “cessate il fuoco”. Fu questo il caso di Goražde e, soprattutto, di Srebrenica ove gli scontri armati non videro mai una reale tregua ed anzi innescarono una escalation destinata a culminare in una delle pagine più tragiche dell’intero conflitto. Il 9 luglio 1995, infatti, le truppe di Ratko Mladić, coadiuvate dal gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, avviarono un’intensa offensiva che di lì a soli due giorni li avrebbe visti aver ragione delle sacche di resistenza presenti nell’enclave. L’11 luglio, dunque, l’esercito serbo-bosniaco faceva il suo ingresso a Srebrenica ed avviava quella che più tardi fu riconosciuta dal “Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia” come un’azione di genocidio: nonostante le rassicurazioni pronunciate da Mladić di fronte a popolazione e giornalisti relative al trattamento dei civili (https://www.youtube.com/watch?v=jCEM-OirLBE), nei giorni che seguirono gli uomini dai 14 anni ai 78 vennero separati dalle donne e dai bambini; caricati su autobus e camion apparentemente per procedere allo sfollamento essi furono condotti nelle campagne, fucilati e sepolti in fosse comuni. Le stime ufficiali parlano di 8372 vittime.

Tutto ciò avveniva senza alcun tipo di sostanziale intervento da parte dei soldati olandesi cui era stata affidata la tutela della zona da parte delle Nazioni Unite. Anche alla luce dei tragici fatti di quei giorni, molto si è discusso sui motivi del mancato intervento dei “caschi blu”. La posizione ufficiale, in un quadro ancor oggi non del tutto chiarito, è che le truppe ONU mancassero dell’adeguato equipaggiamento per ingaggiare battaglia contro l’esercito di Mladić e che, inoltre, le vie di comunicazione con Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, con conseguenti intoppi e ritardi nell’adozione di decisioni tempestive. Ciò che è certo è che il 6 e l’8 luglio, di fronte agli evidenti preparativi per l’offensiva avviati dalle milizie serbo-bosniache, il tenente colonnello olandese Thom Karremans, responsabile per la zona di Srebrenica, diede l’allarme richiedendo al generale Kees Nicolai, comandante del Dutchbat di stanza a Sarajevo, un attacco aereo di supporto. La mancata soddisfazione degli accordi di intervento che prevedevano la sussistenza di atti di guerra con battaglie a fuoco, tuttavia, indussero quest’ultimo a non inoltrare tale richiesta al generale Bernard Janvier presso il quartier generale ONU a Zagabria.

Per far si che le richieste di rinforzi giungessero nella Capitale croata, dunque, si sarebbe dovuto attendere quello stesso tragico 11 luglio, mentre i carri armati serbo-bosniaci entravano nell’enclave, senza peraltro che ciò inducesse Janvier a concedere l’intervento. Fu solo di fronte alle insistenze provenienti da Srebrenica che il generale francese decise di onorare la richiesta proprio quando, tuttavia, i caccia che circolavano nell’area da alcune ore in attesa del via libera per l’attacco erano stati richiamati nelle basi italiane per rifornirsi di carburante. Ad intervenire, dunque, furono solo due F-16 olandesi senza che ciò comportasse il raggiungimento di significativi risultati mentre un gruppo di aerei americani non fu apparentemente in grado di trovare la strada. Da ultimo l’attacco fu annullato, su richiesta del ministro olandese Joris Voorhoeve, data la repentina caduta della cittadina e le possibili ritorsioni nei confronti degli stessi caschi blu nel frattempo rifugiatisi, assieme a diverse migliaia di bosniaci, presso la base militare ONU della vicina Potocari. Il medesimo timore, immortalato nel volto e nell’atteggiamento di Karremans durante l’incontro avuto con Mladić proprio l’11 luglio presso l’Hotel Fontana di Srebrenica (https://www.youtube.com/watch?v=idf_sdeVpO4), indusse gli stessi militari del Dutchbat a collaborare con i serbo-bosniaci nella separazione di uomini e donne e ad allontanare dalla base il 13 luglio circa 300 musulmani bosniaci condannandoli così a morte certa.

Per il massacro di Srebrenica il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha accusato  Ratko Mladić, Radovan Karadzic (presidente della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina) ed altri ufficiali serbo-bosniaci di diversi crimini di guerra. Il 2 agosto 2001, come già ricordato, la lettura della sentenza ad opera Rosalyne Higgins, britannica e presidente del collegio giudicante di appello, ha confermato che quanto avvenne nell’enclave fu genocidio. Il 25 marzo 2016 il tribunale penale dell’Aja ha condannato in primo grado Karadzic, arrestato nel 2008, a quarant’anni di reclusione per crimini di guerra mentre Mladić, arrestato nel 2011, è ancora sotto processo. Proprio pochi giorni fa, infine, la Corte d’Appello dell’Aja ha confermato la condanna in primo grado all’Olanda in quanto parzialmente responsabile della morte dei 300 musulmani bosniaci allontanati dal Compound di Potocari.

La giusta e doverosa ricerca delle responsabilità penali e civili per quanto avvenuto, tuttavia, non può concludere la definizione del quadro globale delle corresponsabilità politiche connesse all’eccidio: è inevitabile, infatti, chiedersi se dietro l’assurda serie di errori, ritardi, incomprensioni e mancate decisioni dei comandi internazionali si nasconda più di una drammatica incompetenza. A questo proposito, probabilmente non a torto, è stato fatto notare come, secondo le bozze per l’accordo di pace di Dayton, Srebrenica fosse inserita nella futura entità statale serba e come, nel medesimo accordo, non fossero previste delle enclaves. In tal senso la conquista della cittadina ad opera delle milizie serbo-bosniache realizzava nei fatti una condizione che sarebbe stata sancita dalle trattative diplomatiche. Secondo siffatta lettura, in parte confermata dalle parole dello stesso Karremans durante il citato incontro con Mladić riferite all’abbandono della zona da parte delle forze internazionali e della popolazione bosniaca, dunque, la possibilità che Srebrenica sia stata di fatto abbandonata al suo destino e le vite di migliaia di persone sacrificate sull’altare della realpolitik geopolitica sarebbe più che una semplice congettura. Ovviamente aspettarsi indagini e pronunciamenti giudiziari su questi più che legittimi sospetti sarebbe quantomeno vano. Laddove non arriverà, per mancata volontà o incapacità, la giustizia umana tuttavia un giudice ben più imparziale emetterà la sua sentenza: lo scempio della guerra balcanica come di tutte le guerre sarà additato dalla Storia stessa, nella speranza che, un giorno, l’umanità possa imparare dai suoi errori.

Andrea Fermi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

©2017 virgoletteblog.it ideato da Filippo Piccini sito web realizzato da Riccardo Spadaro

Log in with your credentials

Forgot your details?