La fine della famiglia Romanov

Fin dall’antichità il regicidio, inteso in senso lato come eliminazione fisica degli individui detentori del potere politico, ha rappresentato un elemento ricorrente nella storia dell’umanità:  Giulio Cesare e l’imperatore Claudio, Maria Stuarda e Maria Antonietta, Luigi XVI e Umberto I di Savoia, sono questi solo alcuni nomi dei molti illustri personaggi che persero la vita a seguito di congiure, attentati o grandi rivolgimenti politico-sociali. La storia del 1900 da questo punto di vista non fa eccezione ed, anzi, pur essendo un secolo in cui ad emergere con prepotenza fu la violenza di massa, essa ci consegna molti esempi di “regicidio”: abbiamo già citato Umberto I di Savoia, ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci per vendicare le vittime “cannoneggiate” dal generale Bava Beccaris in occasione dei moti del pane di Milano nel 1898, ma potremmo ricordare anche Francesco Ferdinando d’Asburgo, il cui assassinio ad opera di Gavrilo Princip nel 1914 fu la miccia che accese la polveriera della prima guerra mondiale, o ancora John Fitzgerald Kennedy, ucciso in circostanze ancora non del tutto chiarite a Dallas nel 1963. Un ulteriore esempio, tuttavia, ci interessa ricordare in base all’anniversario della settimana: lo sterminio della famiglia Romanov.

La fine dell’ultima dinastia degli Zar di Russia si intreccia strettamente con le vicende che interessarono la rivoluzione russa e che diedero vita all’Unione Sovietica, argomento questo che non potremo qui affrontare nello specifico per ragioni di tempo e spazio ma su cui avremo certamente modo di tornare ricorrendo quest’anno il centenario della così detta “rivoluzione d’ottobre”. Invero il potere dell’ultimo Zar, Nicola II, era terminato ben prima che Lenin ed il partito bolscevico assumessero il controllo del Paese sul finire del 1917: già il 15 marzo di quello stesso anno, infatti, a seguito della Rivoluzione di febbraio che aveva visto il partito socialrivoluzionario e il partito menscevico imporsi come guide politiche di una nuova Russia, lo Zar aveva firmato la sua abdicazione e, arrestato sei giorni dopo, era stato trasferito nella residenza reale di Tsarskoe Selo assieme alla famiglia e a diversi servitori.

La detenzione durante la vita del Governo provvisorio post-rivoluzionario fu sostanzialmente mite: nonostante l’astio apertamente dimostrato dai soldati di guardia che riconoscevano in Nicola II il principale vessatore della popolazione russa ed il responsabile della loro partecipazione a quel vero e proprio massacro che fu la I guerra mondiale, infatti, l’ex Zar e i suoi parenti trascorsero le loro giornate in relativa tranquillità, dedicandosi al giardinaggio ed all’orticultura. Il deteriorarsi della situazione politica nel paese, tuttavia, suggerì al capo dell’esecutivo, il menscevico Kerenskij, di trasferire per ragioni di sicurezza la famiglia reale in Siberia, presso la città di Tobolsk, con la prospettiva, qualora il clima fosse andato calmandosi, di concedere almeno alla zarina ed ai 5 figli l’espatrio. Tale speranza, ancora viva in agosto quando il trasferimento fu disposto, si sarebbe presto rivelata vana: il 25 ottobre (7 novembre secondo il nostro calendario) 1917, infatti, sfruttando il crescente malcontento popolare nei confronti del perdurante conflitto bellico, i bolscevichi guidati da Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, presero il potere destituendo il Governo provvisorio e realizzando la prima rivoluzione comunista della Storia. Ciò si tradusse in un netto peggioramento delle condizioni di vita della famiglia Romanov non solo per l’intransigenza del nuovo esecutivo ma anche perché la vera e propria crociata internazionale subito avviata contro il nascente potere sovietico poneva pericolosamente Nicola II al centro di un progetto politico di restaurazione avallato da tutte le grandi potenze europee. Molte, dunque, furono le umiliazioni e le privazioni cui gli ex signori di Russia furono sottoposti: costretti a munirsi di una tessera annonaria come qualunque cittadino, essi si videro riconoscere i medesimi pasti dei soldati ancora schierati al fronte essendo così obbligati a coltivare i campi per avere qualcosa in più da mangiare e a tagliare la legna per scaldarsi.

D’altra parte su quello che dovesse essere il destino dei Romanov lo stesso partito bolscevico non si mostrava compatto: se uno dei principali dirigenti della Rivoluzione e futuro fondatore dell’Armata Rossa, Lev Trotsky, propendeva per l’esilio della famiglia ed un processo esemplare da tenersi a Mosca per Nicola II, Sverdlov, presidente del Comitato Centrale esecutivo dei Soviet, proponeva una soluzione più rapida e radicale: l’eliminazione fisica. Da questo punto di vista la minaccia rappresentata dalle armate controrivoluzionarie e lo scoppio della guerra civile ebbero un peso determinante nella risoluzione della diatriba. Nella primavera del 1918, infatti, la posizione eccessivamente esposta di Tobolsk ad un colpo di mano delle forze antisovietiche indusse il partito a disporre un nuovo trasferimento della famiglia reale e ad inviare nella città siberiana un plenipotenziario, Vassili Vassilievitch Yacovlev, per prelevare lo Zar e condurlo a Mosca. Il convoglio su cui, per insistenza della stessa Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, viaggiavano molti altri membri della famiglia e diversi servitori, fu tuttavia fermato dagli uomini del Soviet di Ekaterinenburg il 27 aprile presso la cittadina di Tiumen e, sulla base della mancata autorizzazione del trasferimento, dirottato su Ekaterinenburg stessa ove giunse il 30 aprile. La manovra, invero, non era casuale o conseguente ad una spiccata pedanteria burocratica: il Soviet degli Urali, infatti, si era sempre distinto per un particolare favore alla soluzione proposta da Sverdlov e quello stesso 27 aprile aveva votato per l’esecuzione dei Romanov.

Nicola II e coloro i quali viaggiavano sul convoglio cui, il 30 maggio, si unirono gli ultimi membri della famiglia imperiale rimasti a Tobolsk e l’intero seguito, furono rinchiusi in un’anonima palazzina confiscata dal Soviet ad un mercante di nome Ipat’ev. Nella “casa a destinazione speciale”, come fu definita, le condizioni di vita si dimostrarono durissime: costretti in spazi angusti ove la mancanza di letti obbligava le figlie dello Zar a dormire per terra, nutriti con pasti scarsi e pessimi, sottoposti ad una sorveglianza strettissima e alle angherie delle guardie, i Romanov dovettero presto rendersi conto di come la prospettiva del confino imperiale avesse assunto i caratteri di una vera e propria prigionia. D’altra parte la loro permanenza a Ekaterinenburg si sarebbe rivelata tragicamente breve: l’avanzata della “Legione Cecoslovacca” e il concreto pericolo di una liberazione di Nicola II da parte delle armate bianche, infatti, indusse il Soviet locale ad accelerare i tempi dell’esecuzione. Dell’azione fu incaricato il Commissario della Ceka, da pochi giorni capo-carceriere di casa Ipat’ev, Jakov Jurvoskij il quale, sebbene dal suo insediamento avesse imposto una maggiore tutela dei prigionieri, disciplinando le guardie ed impedendo trivialità ed angherie soprattutto nei confronti delle figlie adolescenti dello Zar, si occupo’ diligentemente di organizzare la fucilazione ed il conseguente occultamento dei cadaveri.

Nella notte fra il 16 ed il 17 luglio 1918, dunque, Jurovskij si recò nelle stanze ove dormivano i Romanov ed i loro servitori più intimi e, adducendo come motivazione l’imminenza di un attacco cecoslovacco, li invitò a scendere al pian terreno per un immediato trasferimento. Attorno all’una di notte del 17 luglio l’intera famiglia oltre che il dottor Botkin, medico dello Zar, il cuoco Ivan Karitonov, la levatrice Anna Demidova e il cameriere Alessio Trupp, si radunarono nella stanza prevista per l’esecuzione. Qui lo stesso Jurovskij, dopo aver avvisato le guardie di sentinella di non allarmarsi se avessero sentito colpi di arma da fuoco ed aver ordinato di far portare delle sedie, fece disporre gli 11 condannati in due file come per una foto di notifica: nella prima la famiglia imperiale, nella seconda il seguito. Quando tutto fu disposto come previsto il Commissario chiamò il plotone di esecuzione: 10 uomini scelti fra ex prigionieri austro-ungarici passati alle file della Rivoluzione, si ammassarono sulla porta di ingresso attendendo l’ordine. A quel punto Jurovskij richiamò l’attenzione di tutti i presenti con un gesto e comunicò ai Romanov che, a causa dell’attacco condotto dai loro parenti nei confronti della Russia Sovietica, il Soviet degli Urali aveva disposto la loro esecuzione. Nicola II si voltò verso i suoi familiari, poi, come riavutosi dallo shock, si girò nuovamente verso il loro boia chiedendo “Come? Come?”: il Commissario ripeté velocemente la sentenza e non appena ebbe terminato, estratto il suo revolver, aprì il fuoco contro lo Zar. A quel punto nella piccola stanza si accese una sparatoria furibonda in cui il rumore prodotto dalle armi da fuoco si mischiò alle urla di disperazione e terrore dei condannati. Gli uomini caddero immediatamente, centrati dai colpi di pistola; anche le donne furono raggiunte dalle pallottole – la Zarina mentre tentava di farsi il segno della croce – ma alcune sembravano resistere ai proiettili: i gioielli cuciti nelle vesti, infatti, proteggevano i loro corpi dalle ferite mortali. Fu allora che Kabanov, un altro dei membri del plotone, si slanciò nella stanza urlando di smetterla di sparare e di finire le donne a colpi di baionetta azione, questa, che si rivelò tutt’altro che semplice dal momento che le baionette stesse non avevano la punta acuminata e quindi non penetravano nelle carni delle vittime. Si ricorse, dunque, ai calci dei fucili per far tacere le ultime grida disperate.

L’esecuzione, in tutto, durò circa venti minuti: al termine di quell’inferno il sangue era schizzato ovunque imbrattando pavimento e pareti. Lo scempio, tuttavia, non era ancora terminato. Nel trasportare i corpi su un autocarro, infatti, gli uomini si accorsero che alcune donne non erano ancora morte: non potendo aprire nuovamente il fuoco all’aperto nel timore di allarmare la popolazione, i membri del commando fecero ancora ricorso alle baionette curandosi, questa volta, che nessuno rimanesse vivo. I cadaveri furono, dunque, caricati su una camionetta che, seguita da Jurovskij e dal plotone, si diresse verso il bosco di Koptjakij per procedere all’occultamento. A metà strada, tuttavia, l’autocarro si impantanò: l’imprevisto indusse il commissario a bruciare sul posto due corpi per confondere un’eventuale futura indagine dei bianchi. Dopo la prima cremazione e il disincaglio del carro, Jurovskij e i suoi riuscirono a riprendere il loro cammino giungendo nel luogo previsto per la sepoltura: una cava abbandonata chiamata “la radura dei quattro fratelli” per la presenza di quattro ceppi di abeti. Lì i corpi furono spogliati – atto questo che permise agli uomini di scoprire i gioielli cuciti negli abiti della Zarina e delle figlie – e fatti a pezzi con asce e coltelli; gettati nella cava, vennero cosparsi di acido solforico e poi dati alle fiamme.[i]

Il giorno successivo, a Mosca, Sverdlov, intervenendo al Comitato Centrale su invito di Lenin, comunicò l’accaduto asserendo che la fucilazione era stata disposta dal Soviet degli Urali in considerazione delle possibilità di fuga della famiglia reale per l’avvicinarsi delle truppe bianche: il silenzio generale che scese sull’assemblea fu interrotto solo quando il capo del partito bolscevico propose la continuazione dei lavori. Il 20 luglio, infine, ad Ekaterinenburg fu pubblicato il decreto dell’avvenuta esecuzione “Decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali dei deputati operai, contadini e dell’Armata Rossa. Avendo notizia che bande cecoslovacche minacciano Ekaterinenburg, capitale rossa degli Urali, e considerando che il boia coronato, qualora si desse alla latitanza, potrebbe sottrarsi al giudizio del popolo, il Comitato Esecutivo, dando corso alla volontà del popolo, ha decretato di procedere all’esecuzione dell’ex Zar Nikolaj Romanov, colpevole di innumerevoli crimini sanguinosi”[ii]. Nonostante gli illustrati tentativi di occultamento, sul finire degli anni ’70 i resti della famiglia Romanov vennero rinvenuti; oggi riposano nella chiesa di Pietro e Paolo a S. Pietroburgo.

Gaetano Bresci, poco dopo l’arresto a causa dell’assassinio di Umberto I, asserì: “Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio”. In tal senso, al di là della sua dimensione di tragedia umana, la fine violenta dei Romanov si impone nel grande quadro della Storia come  un passaggio epocale per la Russia e non solo: essa infatti incarnò simbolicamente la caduta dell’ultima teocrazia occidentale e l’inizio di un’esperienza politica che si sarebbe rivelata foriera di importanti conseguenze per il mondo intero.

[i] Per una ricostruzione dettagliata e documentata dei fatti qui riassunti vedi E. Radzinskij, L’ultimo zar. Vita e morte di Nicola II , Dalai Editore, Milano 2001.

[ii] Ivi, p. 390.

Andrea Fermi

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