No del Tribunale di Sorveglianza alla scarcerazione di Riina. Il boss: “Non mi pento”

Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha rigettato la richiesta di differimento pena o, in subordine, di detenzione domiciliare presentata dai legali del boss Totò Riina. I giudici hanno riunito due procedimenti, decidendoli insieme. Riina quindi resta detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma. Alla richiesta dei legali, motivata da ragioni di salute del boss, si è opposto il pg di Bologna Ignazio De Francisci. Un’ordinanza «ampiamente impugnabile» in sede di Cassazione, secondo l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni.

Per i giudici, Riina «non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare», ed è «palese», a Parma, «l’assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica del detenuto». E questo, osservano il relatore Manuela Mirandola e la presidente Antonietta Fiorillo, «a fronte di idonea sistemazione, da oltre un anno e mezzo, nel reparto detentivo ospedaliero ossia in stanza dotata di tutti i presidi medici e assistenziali necessari alla cura di una persona anziana», affetta da varie patologie.

Nell’ordinanza sono inoltre contenute alcune parole del boss, pronunciate lo scorso 27 febbraio in un incontro con la moglie Antonietta Bagarella: «Io non mi pento…a me non mi piegheranno» e «Io non voglio chiedere niente a nessuno … mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni».

La decisione del Tribunale arriva nel giorno in cui i carabinieri del Ros e quelli del Comando Provinciale di Palermo e Trapani hanno sequestrato a Riina e ai suoi familiari beni per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. Il provvedimento riguarda società, una villa, 38 rapporti bancari e, soprattutto, numerosi terreni del padrino corleonese. L’inchiesta nasce dai redditi dichiarati negli anni da Riina e dai suoi congiunti da cui è stato possibile ipotizzare l’utilizzo di mezzi e di risorse finanziarie illecite. La famiglia del capomafia, detenuto dal 1993, ha potuto contare su molto denaro, malgrado i numerosi sequestri di beni subiti nel tempo e a fronte dell’assenza di redditi ufficiali. La moglie del padrino, Ninetta Bagarella, è riuscita a emettere tra il 2007 e il 2013 assegni per oltre 42.000 mila euro a favore dei congiunti detenuti. In carcere c’erano il figlio maggiore Giovanni, che sconta l’ergastolo, e il più piccolo, Giuseppe, ora tornato libero dopo una condanna per mafia.

Il sequestro comprende, inoltre, una villa di 5 vani a Mazara del Vallo in cui, in passato, nei periodi estivi, Salvatore Riina avrebbe trascorso la latitanza coi suoi. Le indagini hanno ricondotto l’effettiva proprietà dell’immobile, intestata a un prestanome, a Salvatore Riina che, dopo l’arresto, l’ha ceduta al fratello Gaetano che l’ha occupata ininterrottamente attraverso un finto contratto di affitto. Le intercettazioni hanno rivelato che l’abitazione è stata oggetto di una lite familiare tra Gaetano Riina e la cognata che ne rivendicava la proprietà. Il sequestro riguarda anche beni che si trovano nelle province di Lecce e Brindisi formalmente intestati a Antonino Ciavarello, genero di Salvatore Riina (Società a Responsabilità Limitata Rigenertek, AC Service e Clawstek). Le imprese commerciano in autovetture e, stando agli esiti delle indagini patrimoniali, sono state costituite con denaro sporco. Infatti, l’esame incrociato della contabilità delle aziende ha evidenziato una sperequazione di ben 480 mila euro, immessi per lo più in contanti ed in numerose tranche nei patrimoni sociali senza alcuna giustificazione legale.

Intanto nel giorno del 25° anniversario della strage di via D’Amelio nuovo duro colpo al clan mafioso di Brancaccio di Palermo. Sono 34 gli arresti eseguiti dalle prime ore di questa mattina, dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza di Palermo, in esecuzione di un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Gip di Palermo, nell’ambito di indagini coordinate dalla locale Dda. Gli arresti vengono eseguiti in Sicilia, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia Romagna e Liguria, «nei confronti dei maggiori esponenti del Mandamento mafioso di Brancaccio e di altrettanti loro complici, nonché al sequestro di numerose aziende, per un valore complessivo di circa 60 milioni di euro», dicono gli inquirenti.

In manette sono finiti anche degli insospettabili. Tra i destinatari di custodia cautelare in carcere spicca il nome di Pietro Tagliavia, capo del mandamento mafioso di Brancaccio e della famiglia di «Corso dei Mille», attualmente ai domiciliari. Le investigazioni, eseguite in stretto coordinamento dalla Squadra Mobile e dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, «hanno consentito di fare luce su numerosi episodi di minacce, danneggiamento, estorsione, furto e detenzione illegale di armi da parte di esponenti della cosca di Brancaccio, nonché di ricostruire l’intero organigramma delle famiglie mafiose appartenenti al mandamento, definendo ruoli e competenze di ciascun associato e, in particolare, individuando gli elementi di vertice».

fonte: LASTAMPA.it

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