Rota: “Raggi mi supplicava di restare ma non volevo finire a processo”

A Milano ha fatto viaggiare milioni di passeggeri per l’Expo e chiuso il bilancio 2016 dell’Atm a 38,8 milioni di euro, con un +50,6% rispetto all’anno precedente. A Roma, dove è approdato quattro mesi fa come direttore generale dell’Atac, ha provato a far ripartire un sistema al collasso. Troppi veleni e resistenze. Così Bruno Rota, manager di Domodossola, ieri ha preso il treno ed è tornato tra i suoi monti.

Rota, partiamo dalle dimissioni. È stato lei a presentarle?
«Ho dato le dimissioni il 21 luglio con una lettera protocollata. In base al contratto dovevo dare quindici giorni di preavviso, quindi avrei lavorato fino al 4 agosto al massimo, ma era mio interesse cessare anche prima. Sono stato pregato di restare (e non era la prima volta) perché era in corso l’operazione che ho suggerito».

Quale?
«L’unica ancora di salvezza da tentare è il concordato preventivo in continuità. Salverebbe i posti di lavoro e si potrebbe tentare di rientrare da questo indebitamento molto oneroso ma in un quadro giuridico certo, regolamentato dal tribunale».

Atac potrebbe ancora salvarsi?
«Sì, certamente. Se il tribunale giudicherà credibile la proposta di concordato e darà le necessarie autorizzazioni. Ogni procedura avverrebbe sotto il controllo del tribunale, in grande trasparenza».

Cosa ha fatto in questo periodo da dg all’Atac?
«Ho fatto prendere consapevolezza di una situazione che non si voleva vedere».

Era così da tanto tempo?
«Si trascina da moltissimi anni. Il fatto che negli ultimi dodici mesi l’indebitamento non sia cresciuto è positivo, ma un debito di un miliardo e 350 milioni rende velleitario ogni tentativo di miglioramento. Ti scontri con la possibilità di fare qualsiasi intervento».

Lei ha scelto la linea del rigore.
«Sì, ho approvato un regolamento di gare e contratti particolarmente rigido di cui Atac aveva bisogno. Ho ripristinato un rapporto corretto con l’autorità Anticorruzione. Ho affrontato le questioni sindacali con durezza, perché non si poteva fare diversamente. Ad esempio la circolare di quindici giorni fa che impone regole precise per la timbratura dei cartellini agli operatori della metropolitana. Lo so che potrebbe sembrare una cosa scontata ma qui non era così. E purtroppo non è ancora così perché alcune delle difficoltà, delle tensioni nascono proprio dal tentativo di mettere regole e farle rispettare. Per fare queste battaglie di educazione è normale che l’amministrazione ti deve sostenere il manager chiamato a questo compito. Non di nascosto o a chiacchiere ma con atti concreti».

Raggi non l’ha sostenuta?
«Sì, fino a tre giorni fa. Invitandomi più volte a considerare la mia decisione. Ma non avevo le motivazioni per continuare, pagavo un prezzo personale troppo alto, avevo dei rischi anche personali. Sono incensurato, voglio restare tale».

Cosa è cambiato?
«Ho fatto un’intervista, dove ho detto solo la verità. Poi evidentemente si è rotto qualcosa dietro, sullo sfondo».

E la polemica con Enrico Stefàno su Facebook?
«Il vile che cerca di tirare un calcio a chi si ritiene non in grado di difendersi c’è sempre. Gli ho risposto per le rime».

Conferma quando scritto su Fb: «Più che di dirigenti da cacciare, lui e non solo lui, mi hanno parlato di giovani da promuovere. Velocemente. Nomi noti. Sempre i soliti».
«La frase è quella su Fb».

Indietro non si torna?
«Cosaaaaa? Torno a Domodossola, a Milano».

fonte: LASTAMPA.it

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