Alexander McQueen, la bellezza selvaggia

Mentre scrivo quest’articolo ripenso alla fortuna che ho avuto nell’aver visto con i miei occhi la mostra su Alexander McQueen organizzata al Victoria & Albert Museum di Londra nel 2015, intitolata Savage Beauty. La mostra presentava in dieci sezioni i temi dominanti del lavoro di McQueen, partendo dalla sua laurea nel 1992 fino alla collezione incompiuta autunno-inverno 2010 a causa del suo suicidio avvenuto nel febbraio di quell’anno.

«Le collezioni del V&A non mancano mai di incuriosirmi e di ispirarmi. La Nazione ha il privilegio di avere accesso a tale risorsa… È il tipo di posto in cui mi piacerebbe essere chiuso durante la notte» – Alexander McQueen

Savage Beauty

La mostra Savage Beauty, una sorta di testamento spirituale dello stilista, si apriva con “London”, dedicata alla città natale di McQueen, fulcro di tutto il suo mondo; «Londra è il luogo dove sono cresciuto. È il luogo dove risiede il mio cuore e dove ho la mia ispirazione» dichiarò lo stilista, a seguire la collezione “Romantic Mind”, poi “A Gothic Mind” che descriveva il periodo segnato dall’ispirazione gotico-vittoriana.

In un’altra sala “Romantic Primitivism” rifletteva un ritorno alla natura e all’uomo primitivo, al desiderio di una bellezza selvaggia,

“Romantic Nationalism” un tributo alle sue origini, alla sua Scozia, alla sua cultura, alle sue tradizioni.

nella sala centrale “Cabinet of Curiosities” metteva in luce il perfetto accordo degli abiti con gli accessori realizzati in collaborazione con il “cappellaio matto” Philip Treacy e il gioielliere Shaun Leane.

In un’altra stanza ricordo le creazioni che attingevano alle atmosfere della Cina, dell’India, dell’Africa e soprattutto del Giappone, di cui McQueen adorava i kimono, con il tema di “Romantic Exoticism”.

Fino ad arrivare alla collezione “Romantic Naturalism” dove lo stilista con esplosiva passione da vero romantico, ha trasmesso tutto l’amore per madre natura.

È stata proprio questa l’ultima ispirazione della sua penultima collezione “Plato’s Atlantis” (P/E 2010), pensata attingendo “all’origine delle specie” di Charles Darwin, che, inoltre, dava il nome alla sezione conclusiva della mostra.

Collezione Platò Atlantis Primavera/Estate 2010

Nel percorrere le sale trovandosi dinnanzi la sezione conclusiva sembrava quasi che lo stilista ci abbia lasciato con una domanda  Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?”. Nella mia testa sono risuonate queste parole titolo dell’ultima opera di Paul Gauguin, realizzato nel 1897 e conservato al Museum of Arts di Boston.

…ma chi era Alexander McQueen? Detto Lee?

«Devi conoscere le regole per non rispettarle. Io sono qui per questo, per demolire le regole, mantenendo però la tradizione».

Ed è proprio in questa “demolizione” che risiede tutta la bellezza selvaggia dell’arte di McQueen.

Alexander McQueen nato nel 1969 nell’Est End di Londra, lasciò la scuola all’età di 16 anni per entrare subito nel mondo del lavoro. Dopo aver lavorato per Savile Row, per Gieves & Hawkes e all’età di 20 anni si trasferì a Milano per lavorare per Romeo Gigli, ma nel 1992 decise di rientrare a Londra per completare la propria formazione presso la prestigiosa Saint Martin’s School of Art, dove all’età di 22 anni presentò una delle collezioni di fine corso più particolari e innovative, ottenendo così un posto come stagista da Anderson & Sheppard e più tardi un impiego presso la sartoria per costumi teatrali Bermans & Nathan. Nel 1996 McQueen venne assunto come direttore creativo di Givenchy al posto di John Galliano, dove rimarrà, fra alti e bassi, fino al 2001, anno in cui abbandonerà la maison definendola costrittiva per la propria creatività, ma già in queste prime sfilate, Alexander McQueen fa conoscere il proprio nome nella scena dell’alta moda colpendo l’opinione pubblica attraverso il suo estro trasgressivo e scioccante, al punto di essere definito hooligan della moda. Presenta ad esempio una serie di pantaloni con la vita particolarmente bassa, i cosiddetti bumsters, dichiarando che mostrare così il sedere equivaleva a mostrare una nuova accattivante scollatura. Un anno più tardi esattamente nell’ottobre del 1997 fu nominato grazie al suo fare accattivante e alla maestria nella tecnica, il taglio sublime dei capi, gli ornamenti originali: Designer dell’anno!

Le sue idee sono stravaganti, provocatorie, nuove, grottesche, imbarazzanti, ammalianti, rivoluzionarie, nel 1999  decise d far sfilare la modella Aimee Mullins, amputata delle gambe, che a grandi passi attraversò la passerella su protesi in legno finemente intagliato,

ed organizzò la famosa performance di robot per la verniciatura delle auto che spruzzarono colore su abiti di cotone bianco:

McQueen, adorava stupire, meravigliare e mischiare diversi elementi, come nel caso della collezione “VOSS”, P/E 2001, inscenata all’interno di un’enorme scatola con specchi, dove mostra i canoni estetici anticonvenzionali, coniugando magicamente la follia più fantasiosa alla conoscenza profonda della sartoria, con l’eclettismo e la sfida continua ai confini dell’arte e della moda, fondendo le più moderne tecnologie con la tradizione artigianale. Attinge soprattutto ad un immaginario gotico e legato al concetto di morte, show e spettacolarizzazione, gioca con l’arte si ispira a Damien Hirst, Marina Abramović, Elsa Schiaparelli (abito cassa toracica, 1938), estetica gotica e punk, Rinascimento, Medioevo, Epoca vittoriana, arte simbolista (principalmente Gustave Moreau), cyborg style, sado-guerriera, jack-the-ripper style, mutazione, Philip Treacy.

Dal 2001 lo stilista entrò a far parte del gruppo fiorentino Gucci espandendo così la propria produzione e aprendo nuove boutique a Londra, Milano e New York. Di anno in anno, esattamente dal 1997 al 2003 vinse il riconoscimento “stilista dell’anno” dal consiglio Fashion Designer Awards. La sua fama divenne velocemente internazionale, il successo all’apice, ma qualche anno più tardi, viene trovato impiccato nella sua abitazione londinese l’11 febbraio del 2010 all’età di 40 anni.

La cantante Lady Gaga, sua grande amica, gli ha dedicato una canzone, Fashion of His Love, contenuta nel suo secondo album in studio Born This Way.

Lady Gaga vestita da Alexander McQueen

Il suo è stato un veloce passaggio sull’asse del tempo e di lui rimangono le sue opere visionarie e incredibili, di forme e colori, di materiali inusuali come piume e metalli, dove si percepisce una costante e incessante ricerca che mette in luce uno sguardo sensibile e analitico dell’universo di cui facciamo parte, visto come sotto una grande lente di ingrandimento.

 

Eleonora Riccio

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