Agosto 1917: La rivolta di Torino contro la guerra

Nelle celebrazioni degli anniversari, soprattutto di quegli eventi che nel bene o nel male hanno assunto particolare rilevanza nel vissuto di intere collettività, il tema dell’analisi storica, della memoria e della sua conservazione diviene un aspetto di particolare importanza. Si è già avuto modo di notare altrove come spesso la diffusione di letture parziali se non proprio distorte di pagine significative del passato sia servita a veicolare concetti e valori fondativi per nuovi “Poteri” o, comunque, funzionali all’affermazione di una determinata “cultura dominante”. Da questo punto di vista, per quanto riguarda la formazione dell’Italia come Stato nazionale moderno, il primo conflitto mondiale, di cui in questi anni ricorre il centesimo anniversario, ha rappresentato un evento particolarmente significativo. Attorno a tale avvenimento, spesso presentato come ultimo atto dell’epopea risorgimentale, infatti, i governi liberali prima e, soprattutto, il regime fascista poi costruirono le fondamenta di una vulgata che voleva la nostra nazione reietta fra le potenze occidentali e, per questa ragione, giustamente impegnata nel riaffermare le proprie aspirazioni nello scacchiere internazionale. In tal senso quello che era stato il più grande massacro di esseri umani fino ad allora verificatosi nella storia dell’umanità veniva, dunque, presentato come un avvenimento eroico nel quale quell’“Italia proletaria” di cui parlavano intellettuali e politici, aveva rivendicato la propria grandezza ed aveva forgiato il proprio novello, ardimentoso spirito nazionale.

Ora, se è vero che nelle trincee e sui campi di battaglia della Grande Guerra i soldati provenienti da tutta la penisola trovarono la prima, vera occasione per sperimentare quell’unione popolare basilare nella definizione di un senso di appartenenza nazionale, questa stessa esperienza si sviluppò in una dimensione ben lungi da quell’eroismo e gloria di cui si parlava nei salotti o sui giornali borghesi: al netto degli edulcorati racconti propagandistici, infatti, nel vissuto dei giovani impegnati al fronte essa si rivelò ben presto, quale era, nulla più di un contesto di sofferenza e morte. Da questo punto di vista sarebbe ben lecito domandarsi cosa vi sia da celebrare nell’anniversario di quell’immane carneficina: certamente con la sconfitta dell’impero Austro-ungarico, l’Italia riuscì ad estendere il proprio dominio fino ai suoi confini geografici ma tale motivazione, anche se vista nel suo più alto valore simbolico e storico, appare davvero poca cosa se rapportata alla sciagura di milioni di vite spezzate per gli interessi economico/territoriali di questa o quella borghesia nazionale.

Paradossalmente, dunque, il lascito del primo conflitto mondiale che più ci sembra rendere giustizia ad una così grande tragedia umana e che, di conseguenza, vale la pena valorizzare in chiave storica è legato proprio agli episodi – molteplici su tutti i fronti ed in molte città europee – che formarono e diedero voce all’opposizione popolare alla guerra stessa, ben presto riconosciuta dalle grandi masse subalterne come scontro fratricida estraneo ai propri interessi. Da questo punto di vista proprio nel nostro Paese, quella “Nazione proletaria” per alcuni convintamente volta alla riaffermazione della sua grandezza nelle imprese belliche, si verificò uno degli episodi più significativi in tal senso, unico nel suo genere: la rivolta di Torino dell’Agosto 1917.

Il contesto in cui tale rivolta ebbe luogo si presentava come affatto particolare. Il capoluogo piemontese, infatti, più di ogni altro centro italiano aveva subito importanti cambiamenti con lo scoppio della guerra in termini sociali ed economici: in qualità di unica, grande realtà industriale della penisola esso si era tramutato nella fucina e nell’arsenale del Paese con un esponenziale aumento degli operai impiegati nelle fabbriche cittadine. Parallelamente il ceto medio, tradizionalmente votato ad uno spirito neutralista di stampo giolittiano, dopo essersi piegato alle ragioni dell’intervento, vedeva le proprie condizioni di vita peggiorate dalla inevitabile ridefinizione dell’economia locale in chiave bellica, con la conseguente impossibilità per ampi settori della piccola e media borghesia di accedere e approfittare del grande indotto rappresentato dalle commesse statali per gli armamenti.

A questa situazione, di per sé già in grado di sconvolgere gli equilibri sociali cittadini, dal marzo all’agosto 1917 si aggiunse una oscillante carenza dei beni di prima necessità e, in particolar modo, di pane a causa della speculazione commerciale, del divieto di trasporto da una provincia ad un’altra ed della deficienza dei trasporti per lo stato di guerra. In quei mesi la risposta del proletariato cittadino e delle organizzazioni politico-sindacali di sinistra a tale situazione fu una dura e costante agitazione: decine furono le fabbriche coinvolte in massicci e reiterati scioperi le cui parole d’ordine legate a rivendicazioni economiche si unirono, ben presto, alla propaganda per la pace. Il crescente malcontento, espresso nei comizi “privati” – dato il divieto della Polizia – svolti nei circoli socialisti, giovanili e sportivi delle barriere operaie, e le notizie provenienti dall’ex impero zarista dopo la rivoluzione di febbraio, finirono per contribuire alla definizione di un quadro fortemente instabile in cui la possibilità di una svolta insurrezionale della protesta si faceva di giorno in giorno più concreta. In tale contesto il costante monitoraggio della Questura e dei grandi industriali torinesi, fortemente allarmati dalla pericolosa china che avevano preso gli eventi, così come gli inviti alla calma espressi dagli stessi uomini del partito socialista sortirono ben pochi effetti sul sempre più combattivo spirito del proletariato torinese: basti pensare che quando il 13 agosto i delegati menscevichi dei Soviet russi parlarono ad oltre 40000 operai convenuti in spregio ad ogni proibizione, le loro parole fondamentalmente moderate trovarono eco nelle grida inneggianti a Lenin ed alla rivoluzione. Si entrava così nella settimana di Ferragosto e, mentre i leaders politici si allontanavano per le vacanze, nella città si preparava a divampare l’incendio della protesta.

Il 21 agosto, infatti, la crisi degli approvvigionamenti subì un ulteriore aggravamento tanto da portare alla chiusura di circa ottanta forni di panificazione. La reazione popolare fu immediata: gruppi di donne si recarono sotto il Municipio e la Prefettura chiedendo a gran voce il rifornimento delle attività commerciali dei beni di prima necessità. Era questa “la scintilla che incendiava la prateria” di una classe lavoratrice cittadina ormai giunta allo stremo e che, nonostante gli inviti alla calma e le garanzie fornite dalle autorità, nutriva ormai da settimane l’intenzione di levare alta la propria voce per il pane e la pace. La mattina successiva cominciarono le prime avvisaglie della battaglia di strada: in vari rioni della città manifestazioni spontanee guidate soprattutto da donne e ragazzi presero a scontrarsi con la forza pubblica mentre i tram venivano attaccati e fermati un po’ ovunque. Con il diffondersi delle notizie degli incidenti e dei primi feriti fra i dimostranti – tre dei quali furono raggiunti dai colpi d’arma da fuoco della forza pubblica nel rione Vanchiglia – lo sciopero proclamato in alcune fabbriche già all’inizio di quella giornata si allargò a macchia d’olio assumendo sempre più chiaramente connotati politici. Ricorda Mario Montagnana, sindacalista e futuro fondatore del PCI: “Invece di entrare in fabbrica cominciammo a tumultuare davanti al cancello, lanciando alti gridi: non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane! [Di fronte alle rassicurazioni pronunziate dallo stesso propretario della fabbrica, il Cav. Diatto, che si impegnava personalmente a richiedere subito un camion di pane all’assistenza militare] Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante. Si guardarono negli occhi, l’uno con l’altro. quasi per consultarsi tacitamente, e poi, tutti assieme, ripresero a gridare: Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescecani! Abbasso la guerra! E abbandonarono in massa i pressi dell’officina avviandosi chi verso il centro della città alla Camera del Lavoro e chi presso altri stabilimenti che ancora lavoravano, per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero”[i].

Nel pomeriggio, dunque, decine di migliaia di operai si spostarono dalle zone industriali verso la Camera del Lavoro, il Corso Siccardi e in varie zone del centro. La protesta era ormai non più arginabile ed assunse inequivocabilmente dei caratteri preinsurrezionali: agli scontri con le forze di polizia, infatti, si aggiunsero i saccheggi di negozi di beni di prima necessità (una pasticceria, alcune salumerie, una tripperia e una calzoleria) e, soprattutto, di varie armerie. L’intervento delle autorità che, in serata, disposero l’arresto del Segretario della Camera del lavoro e l’occupazione militare dei relativi locali, d’altra parte, non poté che aggravare una situazione già di per sé critica esasperando ulteriormente gli animi e, di fatto, impedendo alla dirigenza sindacale ogni possibilità d’intervento volto a ricondurre i dimostranti a più miti consigli. Privata, così, della propria guida ma anche di chi avrebbe potuto tentare di placarne gli impulsi più radicali, la classe lavoratrice torinese erompeva in un violenta sollevazione, incontrollata quanto viscerale e rabbiosa.

Il 23 lo sciopero spontaneo iniziato il giorno precedente era in tutta la città ormai generale e i rioni periferici (Borgo S. Paolo e Barriera Nizza a Sud e Barriera Milano a Nord) venivano occupati da operai armati affiancati da donne e ragazzi che presidiavano le barricate alzate con le più varie suppellettili prese dai negozi saccheggiati e con le rotaie divelte del tram e della ferrovia di Lanzo. Gli scontri a fuoco non tardarono a divampare in varie parti della città: da Piazza Statuto alla Barriera San Paolo si registrarono incidenti con morti e feriti fra i dimostranti mentre la folla incendiava la chiesa di S. Bernardino e l’attiguo convento dei frati e disarmava due reparti dell’esercito sopraggiunti di rinforzo. La parte settentrionale della città, in particolar modo, era in mano agli operai ed era isolata dal centro dalle due robuste barricate di Corso Vercelli-Via Carmagnola e di Corso Principe Oddone-Corso Regina Margherita, oltre che da un terza barricata del Ponte Mosca sulla Dora. Nel pomeriggio gli scontri si fecero ancor più cruenti specie in Via Garibaldi, Piazza Statuto e Corso Vercelli ove i tentativi degli insorti di erigere nuove barricate furono frustrati dai reiterati interventi della cavalleria al termine dei quali rimasero sul terreno numerosi feriti e qualche morto da ambo le parti. Ciò non impedì tuttavia che la folla tentasse persino l’assalto di due caserme di guardie di città (a Barriera Milano e a Barriera Aurora). Al calare della sera del 23 (2° giorno dell’insurrezione) la Prefettura comunicava al Ministero il bilancio delle perdite in 7 operai morti e 37 feriti (cifra da rivedere certamente al rialzo dato l’elevato numero di dimostranti che rifiurò il ricovero in ospedale per evitare l’arresto) oltre a un sottotenente morto e vari soldati e agenti feriti. Duecento gli operai arrestati.

Il 24 agosto, giornata decisiva e più cruenta della insurrezione, Torino si risvegliò in una situazione militare che vedeva tutti i rioni periferici – la così detta “cintura rossa” – in mano agli operai in armi mentre il centro, verso il quale premevano gli insorti, era presidiato da un esercito almeno nella mattinata impegnato in una tattica puramente difensiva. Nel silenzio assordante della dirigenza politica socialista che, tanto nella sua componente riformista quanto in quella rivoluzionaria, si dimostrò incapace di fornire ai rivoltosi una qualsivoglia parola d’ordine in grado di dare una concreta prospettiva politica all’insurrezione, gli operai cercarono in modo spontaneo di guadagnare alla propria parte i soldati o comunque di disarmarli con brevi combattimenti, con la diffusione di semplici volantini o con l’“infiltrazione” di donne fra le loro fila. Differentemente da quanto avvenuto in Russia ove l’agitazione politica dei partiti di sinistra a lungo condotta nei vari reparti dell’esercito aveva reso possibile tale fraternizzazione, però, la mancanza di un adeguato lavoro organizzativo in tal senso non potè che rendere vani tutti i volenterosi quanto sterili sforzi degli insorti.

Nella tarda mattinata, dunque, gli scontri tornarono nuovamente ad infiammare pressoché l’intera area urbana. Questa volta, tuttavia, gli operai armati di rivoltelle e qualche fucile dovettero far fronte alle mitragliatrici ed ai tanks della forza pubblica nel frattempo giunti di rinforzo in città: alla barriera Nizza ed alla barriera San Paolo gli incidenti lasciarono sul terreno un dimostrante ed un soldato oltre a vari feriti da ambo le parti ma dove la lotta si fece più cruenta e capillare fu nei sobborghi a Nord del capoluogo piemontese e, precisamente, alle Barriere Milano, Lanzo ed Orbassano. Al ponte Mosca sulla Dora e a Corso Vercelli polizia, carabinieri e truppa assaltarono le barricate degli insorti e, malgrado la strenua difesa di questi ultimi, grazie al miglior equipaggiamento ed al soverchiante numero, riuscirono ad espugnarle. Nel settore attiguo, sul Ponte Mosca e su Corso Novara, al contrario, la massa popolare riuscì nel tentativo di sfondare lo sbarramento della forza pubblica a Porta Palazzo e, dopo aver assaltato ed occupato il Commissariato di P.S. di Corso Mosca, imboccò con decisione via Milano puntando verso il centro. Il momento è cruciale: come riportò il cronista di “Stato operaio” “se si arriva in Piazza Castello dove è la Prefettura, in via Roma dove è la Questura, in via Cernaia dove sono le caserme, la città è presa e la rivolta, la rivolta che non ha avuto né capi né direzione, ha vinto”. La folla, sospinta dalla concreta speranza di una vittoria non più così impossibile, lottò con furore seminando le strade di morti e feriti ma l’intervento delle autoblinde, lanciate a tutta velocità sul corteo, ed il fuoco delle mitragliatrici riuscì ancora una volta a frustrare i tentativi dei dimostranti. I caduti ormai si contavano a decine e la folla stessa, prima compatta ed unita, si disperse nel dedalo delle vie del centro dando vita ad innumerevoli epidosi di combattimenti individuali o di piccoli gruppi. Nel pomeriggio gli scontri continuarono in Corso Valdocco e in Corso Regina Margherita ove “un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare avanti ad ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto: allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi alle mitragliatrici supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. Le tanks avanzavano lentamente. Le donne non le abbandonavano. Le tanks alfine dovettero arrestarsi”[ii]. A sera il bilancio della giornata è di 21 morti fra i dimostranti, 3 fra i militari, circa cento feriti e 1500 arrestati.

La dura repressione operata dalla forza pubblica, la sconfitta dello slancio offensivo delle masse e la carenza di una prospettiva politica non poterono che infierire un duro colpo all’insurrezione. Il 25 agosto, infatti, la perdurante totale adesione allo sciopero, il ripetersi di scontri anche sanguinosi e mortali fra manifestanti e forza pubblica, gli episodi di disarmo dei soldati o di abbandono spontaneo delle armi da parte di questi ultimi pur senza un sostanziale defezionamento, si affiancarono anche al disfacimento delle barricate da parte della truppa e, in generale, all’abbandono di una prospettiva offensiva e di conquista del centro cittadino da parte dei rivoltosi in favore della difesa delle proprie posizioni. L’arresto durante la notte dei dirigenti rivoluzionari del partito socialista e della Camera del Lavoro rappresentò di fatto la fine politica della rivolta di Torino che pure, anche il giorno successivo, fu scenario di alcuni scontri isolati nell’ambito dei quali morirono altri due operai. Lunedì 27 agosto 1917, mentre ancora lo sciopero interessava circa la metà delle fabbriche cittadine nonostante l’invito a tornare al proprio lavoro diffuso dalla stessa dirigenza socialista, la situazione potè essere considerata normalizzata e l’eco degli spari tacque.

I moti torinesi si concludevano così con un bilancio di circa 50 manifestanti uccisi e 200 feriti, meno di 10 morti fra la forza pubblica e 822 arrestati e processati. Questo rimase nella storia l’unico esempio di insurrezione popolare contro la guerra di un’intera città avvenuta nell’Europa occidentale durante il primo conflitto mondiale. Ciò evidenzia non solo come in Italia il neutralismo di cui si fece portavoce il Partito Socialista in contrasto con il socialpatriottismo affermatosi in Francia, Germania e Austria fosse profondamente radicato nelle masse popolari ma anche come queste ultime avessero nettamente superato a sinistra le parole d’ordine dei dirigenti riformisti, dimostrando, pur con tutti i limiti dello spontaneismo, la volontà di tagliare i ponti con quella società che la guerra aveva voluto. Oggi, a un secolo esatto di distanza da quelle giornate, pur astraendosi dalle specificità socio-politiche del contesto dei primi del ‘900, è inevitabile chiedersi cosa e quanto quei morti abbiano insegnato alle successive generazioni. La storia del “secolo breve” e la nostra contemporaneità, purtroppo, ci obbligano a rispondere ben poco. Una ragione in più per ricordare e riflettere.

[i] Mario Montagnana, Ricordi di un operaio torinese, Edizioni Rinascita, Roma 1949

[ii] Da un opuscolo “Agosto 1917: i fatti di Torino”, a cura di “Sezione femminile del Partito Comunista d’Italia”, Parigi 1928, citato in Renzo Del Carria, Proletari senza Rivoluzione, Savelli, Milano 1977.

Andrea Fermi

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