Storie di eroismo dimenticato: Pietro Micca

Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la Storia nel dipanarsi delle sue macro-dinamiche e nei suoi snodi più significativi non può essere ridotta all’operato di singole individualità. Per quanto, infatti, per dirla con Hegel, lo “Spirito” storico si sia palesato maggiormente in alcuni grandi personaggi affidando loro il compito di fungere da elementi di rottura nella trama delle vicende umane, la piena comprensione di certi passaggi può essere  maturata solo in un’analisi complessiva che tenga conto dell’evolversi delle condizioni sociali, economiche e politiche dell’umanità stessa. Ciò, evidentemente, non vuol dire sminuire il peso avuto da detti personaggi ma semplicemente ricollocarne la giusta fama e rilevanza storica in un contesto più ampio e esplicativo. Vi sono, poi, innumerevoli episodi in cui le gesta dei singoli hanno avuto un valore determinante per fatti non tanto importanti da guadagnarsi un posto nella Storia raccontata sui libri né tanto meno destinati a rimanere nella memoria collettiva ma non per questo meritevoli di oblio. È il caso di Pietro Micca il cui sacrificio, che qui ci apprestiamo a ricordare, valse la salvezza di Torino durante l’assedio francese del 1706.

Le vicende di cui fu protagonista Micca (nome italianizzato da Pierre Micha) si inquadrano nel  più ampio quadro della guerra per la successione spagnola esplosa allorché Carlo II d’Asburgo, morto senza eredi nel 1700, designò a suo successore  il nipote di Luigi XIV, Filippo d’Angiò. Tale decisione, presa dietro consiglio del Papa, determinò una dura reazione da parte delle altre potenze europee preoccupate del grande potere che la corona francese avrebbe così accumulato nelle sue mani, reazione che culminò nell’esplosione di una guerra durata dieci anni e che vide contrapporsi Portogallo, Gran Bretagna, Impero Asburgico, Danimarca e Olanda da un lato e Francia e Spagna dall’altro. In questa controversia, dopo alterne vicende, il Ducato dei Savoia decise di schierarsi con la prima fazione. La risposta francese non si fece attendere e, in breve, i territori del Ducato vennero in larga parte occupati dalle truppe d’oltralpe. Ad opporsi alle forze angioine, grazie alla sua imponente cinta muraria costruita nel XVI secolo da Emanuele Filiberto detto il “testa di ferro” e recentemente rinforzata, restò la città di Torino, vero e proprio baluardo della resistenza sabauda. Il 14 maggio 1706 forti di 44000 uomini, i francesi davano inizio all’assedio della città, un assedio che sarebbe durato 117 giorni.

È in questo contesto, dunque, che si inserì la storia di Pietro Micca, anonimo muratore nato in una famiglia modesta a Sagliano – oggi Sagliano Micca – nella bassa Valle Cervo il 5 marzo 1677. Anonimo, si è detto, giacché della sua vita prima dell’atto che lo avrebbe consegnato alla Storia, sappiamo ben poco: quanto ci è stato riportato dall’anagrafe locale, infatti, è solo che egli era figlio di Anna Martinazzo, originaria della frazione Riabella di San Paolo Cervo e di Giacomo Micca, anch’egli nativo di Sagliano ed anch’egli muratore; a ciò si aggiungono le informazioni relative al suo matrimonio avvenuto il 29 ottobre 1704 con Maria Caterina Bonino, da cui ebbe il figlio Giacomo Antonio. Come detto, dunque, Pietro seguì la professione paterna ma, rimasto disoccupato, decise di arruolarsi nella compagnia muratori dell’esercito sabaudo in piena guerra di successione spagnola. Ciò lo portò ad essere impegnato come sentinella ad una delle tante porte che collegavano il dedalo di gallerie sotterranee di Torino, predisposte, assieme alle fortificazioni, per garantire la difesa della città.

Nella notte fra il 29 ed il 30 agosto 1706, Micca, conosciuto anche con il nome di passpartout, era di guardia quando un gruppo di granatieri francesi riuscirono a sopraffare alcune sentinelle e ad introdursi in una galleria sotterranea. Avvedutosi assieme ad un suo commilitone del tentativo dei nemici di abbattere la porta al cui controllo era stato deputato e cosciente della scarsa resistenza che questa avrebbe potuto garantire, il soldato sabaudo prese la decisione di far esplodere un fusto da 20 chilogrammi di polvere da sparo in un anfratto della galleria così da farla crollare ed impedire l’accesso alle truppe avversarie. L’impossibilità, data l’incombenza del pericolo, di utilizzare una miccia lunga, tuttavia, lo obbligarono a far ricorso ad un innesco corto. Consapevole dei rischi che ciò avrebbe comportato, Micca fece allontanare il compagno – con una frase che sarebbe rimasta celebre: “Alzati, vai e salvati, che sei più lungo di una giornata senza pane” – ed accese la miccia: l’esplosione fu pressoché immediata ed oltre a far crollare la galleria travolgendo i granatieri francesi determinò la morte anche del minatore sabaudo scaraventato a diversi metri di distanza dalla deflagrazione mentre tentava di salvarsi scendendo le scale verso un cunicolo sottostante. Non possiamo dire con certezza quanto il sacrificio di Pietro Micca fu davvero determinante ai fini della salvezza di Torino. Quanto è certo, tuttavia, è che la sua azione funse al tempo stesso da esempio e simbolo per tutti coloro che in quei 4 mesi furono impegnati nella difesa dell’odierno capoluogo piemontese. Pochi giorni dopo l’accaduto, il 2 settembre 1706, i Savoia con una manovra rischiosa, aggirarono le forze francesi e, ingaggiando battaglia il 7 settembre, riuscirono a rompere l’assedio salvando la città.

Nel tempo molti riconoscimenti sono stati tributati a Micca già a partire dal 1781-82 con la pubblicazione di un Elogio ad opera del conte Durando di Villa e della novella L’amor della Patria  di Francesco Soave. La sua memoria trovò consacrazione definitiva nel 1828 con grandi festeggiamenti in onore di un omonimo del figlio – in verità non parente diretto – e l’esposizione di un ritratto di Pietro eseguito da Stefano Chiantore, ritrattista ufficiale del Regno sabaudo. La sua causa nativa, ancor’oggi esistente, fu visitata da Garibaldi, da Umberto I e dalla regina Margherita di Savoia mentre al suo nome il Comune di Torino dedicò nel 1897 una via che collega piazza Solferino a Piazza Castello. Oggi, grazie all’opera dell’appassionato di storia ed archeologia  Generale Guido Amoretti, un museo intitolato proprio a Pietro Micca permette di ricordare la sua figura nei luoghi stessi in cui il minatore sabaudo trovò la morte.

Andrea Fermi

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