Sfumature di biologia: tutti i COLORI tra visione e evoluzione (parte I)

Quanti di noi si sono chiesti come vedono i colori gli animali? Come li vedono i daltonici? Quanti, almeno una volta nella vita, si sono chiesti se la propria percezione dei colori fosse pressoché universale? Se non altro, durante una discussione per stabilire il “vero” colore di un vestito! Con buona approssimazione sarà successo a quasi tutti, perché, per la nostra percezione del mondo, la visione dei colori è fondamentale.

L’importanza del colore si riflette persino nel vocabolario. Parole come grigiore o i tanti modi di dire che coinvolgono l’assenza di colore (essere neri dalla rabbia, cronaca nera, una vita senza colore, etc.) rendono l’idea di come questo sia essenziale per la nostra vita, e per il nostro umore aggiungerei.

Il colore, come saprete, nasce dalla luce. La luce bianca è costituita dalla somma di tutte le frequenze dello spettro ottico e, quando colpisce un oggetto, viene da questo assorbita e parzialmente riflessa. A seconda di quali frequenze della luce bianca il corpo riemette, eventualmente mescolate tra loro, si crea il colore percepito dall’occhio umano. La diversità di colore dei corpi che non brillano di luce propria deriva proprio da questo, a meno dei due casi estremi: un corpo appare bianco quando assorbe tutte le frequenze riemettendole tutte, viceversa un corpo appare nero quando assorbe tutte le frequenze e non ne riemette alcuna.

Le lunghezze d’onda riflesse giungono ai recettori cromatici all’interno dell’occhio umano. Questi ultimi trasformano la luce assorbita in impulsi che percorrono le vie nervose fino a raggiungere il cervello, dove vengono interpretati: nasce così un’impressione cromatica. (Copyright immagine: University of Waikato).

Se dal punto di vista della fisica ci spostiamo verso quello della biologia, il colore si genera, sostanzialmente, nell’occhio dell’osservatore. Da un punto di vista fisiologico, la percezione dei colori avviene grazie a delle cellule fotorecettrici presenti sulla retina, i coni, che riescono a captare e distinguere le lunghezze d’onda corte, lunghe o medie della luce. Nella maggior parte degli umani, i coni presenti sulla retina sono di tre tipi diversi e rispondono di preferenza a lunghezze d’onda lunghe (“rosse”), medie (“verdi”) e corte (“blu”) della luce.

A meno che non si soffra di qualche condizione particolare.

Il daltonismo consiste in una cecità cromatica; chi ne è affetto è incapace di percepire i colori, del tutto o in parte, a seconda del tipo di difetto. La acromatopsia o monocromasia, ad esempio, consiste in una cecità completa ai colori, i quali vengono percepiti come sfumature di grigio, ed è estremamente rara. Il dicromatismo, invece, rappresenta la forma di daltonismo più comune e non consente di distinguere fra il rosso e il verde. La natura del daltonismo è prevalentemente genetica ma può insorgere anche in conseguenza di danni oculari o cerebrali.

All’angolo opposto del ring cromatico troviamo alcuni, anzi, alcune di noi che sono dotate di ben quattro tipi di cono. La condizione più comune nell’essere umano è, come abbiamo visto, la tricromia (tre tipi di cono: rosso, verde, blu), pochissime persone, però, sono tetracromatiche (quattro tipi di cono: rosso, arancio, verde, blu).

Si tratta di donne perché due tipi di coni sono codificati dai geni associati al cromosoma X di cui le donne hanno due copie, una ereditata dal padre ed una dalla madre. Dal momento che talvolta i geni si scambiano fra loro una porzione di informazione, può venir fuori un tipo di cono diverso. Quando il corpo della donna inizia a produrre i coni, lo fa utilizzando entrambe le informazioni genetiche, mantenendo, quindi, anche il tipo di cono diverso. Una persona dotata di visione tetracromatica è teoricamente in grado di distinguere non 1 milione (come noi), ma addirittura 100 milioni di colori diversi.

In condizioni normali, quindi, il modo in cui il nostro cervello interpreta i segnali che riceve in una specifica regione dei lobi frontali ci permette di vedere l’intero spettro di colori. In base all’attività dei coni e alla capacità del mio cervello di confrontare tale attività, sono in grado di distinguere i diversi colori.

Escludendo le affezioni di cui sopra, quindi, la visione cromatica è la stessa per tutti? Non proprio.
Il rapporto fra numero di coni rossi e quello dei verdi varia in modo importante fra un individuo e l’altro e, con lui, il messaggio che arriva al cervello. Non per questo, però, la nostra percezione è dissimile. Il cervello ha sviluppato un sistema di calibrazione dei dati sui colori, compensando le differenze delle nostre retine. Ciò significa che, anche se abbiamo rapporti fra coni rossi e coni verdi molto differenti, dovendo selezionare uno specifico tono di giallo, le nostre scelte non differiranno di molto. Sfumature.

Quello che fa, forse, un po’ di differenza è come il cervello interpreta la luce, anche sulla base delle nostre abitudini. Se passiamo gran parte della giornata in una stanza con luce verde, la nostra capacità di stabilire le tonalità del giallo sarà diversa da una persona che ha passato ore in compagnia di una luce rossa, ad esempio. Differenze percepibili anche, nel caso più comune, tra persone abituate alla luce naturale o a quella artificiale, secondo uno studio recente.

Per questi motivi, sostanzialmente si può dire che ciascun individuo percepisca il colore in modo differente.

Superato anche lo scoglio dell’interpretazione da parte del cervello, arriviamo ad un punto più complicato: capire come avviene la categorizzazione dei colori. Già perché, una volta individuato una determinata sfumatura, occorre definirla. Penserete che si tratti di un problema prettamente linguistico ma interviene anche la biologia. L’argomento è dibattuto da molti tempo perché sembra che ci sia una base comune nel modo di classificare i colori.

Per questo motivo, dopo aver creato un database contenente il nome di 320 colori da oltre 100 idiomi differenti, si è passati alla sua analisi e si sono riscontrate alcune analogie. Per meglio approfondire, alcuni ricercatori hanno coinvolto in un esperimento 176 bambini di età compresa tra i 4 e i 6 mesi, non ancora influenzati dalla lingua del paese di origine. Ai piccoli è stato mostrata una sfumatura di colore per un tempo sufficientemente lungo da renderla loro familiare. Successivamente, messi di fronte ad altri colori, i bambini sono stati studiati dai ricercatori per verificare se mostravano di distinguerne le differenze. Dai risultati sembra che i bambini siano in grado di raggruppare i colori in cinque categorie: rosso, giallo, verde, blu e viola. Un segnale, questo, che la biologia e la classificazione dei colori probabilmente sono interconnessi.

Infine, come vedono i colori gli animali? Lo scopriremo giovedì prossimo!

La verità sta nelle sfumature. (Charles Bukowski)

Serena Piccardi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

©2017 virgoletteblog.it ideato da Filippo Piccini sito web realizzato da Riccardo Spadaro

Log in with your credentials

Forgot your details?